L’Italia e le classifiche internazionali, quelle che piacciono e quelle che non interessano

– Da quando Cannavaro ha alzato nei cieli di Berlino la Coppa del Mondo di calcio, portando l’Italia al primo posto dell’unica classifica che per noi rappresenta veramente qualcosa, si è fatta strada tra i professionisti della polemica nostrana l’uso delle graduatorie stilate da enti internazionali come arma contundente da talk show, capace di alimentare campagne di indignazione nelle piazze e sul web.

Tra le più celebri, vi è il rapporto sulla libertà di stampa “Freedom of the Press 2009” stilato dall’organizzazione no profit statunitense Freedom House. Tra i 195 paesi presi in esame, l’Italia perde posizioni e si attesta al 73° posto. Non è un bel risultato, se si considera anche il fatto che in questo modo il nostro paese è sceso anche di categoria: da nazione “libera” è diventata nazione “parzialmente libera”, secondo i parametri usati nel rapporto, che penalizza l’Italia “per le limitazioni imposte dalla legislazione, per l’aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti da parte del crimine organizzato e di gruppi dell’estrema destra, e a causa di una preoccupante concentrazione della proprietà dei media”. Sappiamo quanta eco ha avuto la pubblicazione di questa graduatoria, tale da portare in piazza migliaia di persone in difesa della libertà di stampa, ma non sufficiente da ispirare qualche seria proposta legislativa, né da parte dell’attuale maggioranza, né da parte della precedente.

Ora che il clamore sulla situazione della libertà di informazione si è affievolito, un’altra graduatoria sta facendo il giro del web scatenando ondate di riprovazione: è la classifica sulla corruzione stilata da Transparency International , secondo cui l’Italia si attesterebbe ad un degradante 65° posto tra 180 nazioni. Anche qui, a quanto sembra, ci sarebbe un bel po’ di lavoro per dei legislatori più attenti alla sostanza che alla demagogia.

Ci sono però classifiche e graduatorie che non riescono a  raggiungere facilmente le luci della ribalta: è il caso del rapporto sull’efficienza della giustizia di “Doing Business 2009”, redatto dalla Banca Mondiale  . Cito dall’articolo di Gian Antonio Stella che annunciava l’avvenimento sul Corriere del 31 gennaio scorso: “La classifica, compilata «confrontando l’efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto», dice che gli Usa stanno al 6° posto, la Germania al 9°, la Francia al 10°, il Giappone al 21° e i Paesi dell’Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33° posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54°. Noi addirittura 156°. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell’elenco non rappresenta solo un’umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese” .

Ma il fatto di avere una giustizia peggiore di quella dell’Angola, del Gabon o della Guinea Bissau non ha spinto Di Pietro a clamorose iniziative, né indotto Travaglio a dedicare alla cosa uno dei suoi accorati editoriali televisivi, e non abbiamo visto nessun appello sulle pagine di Repubblica. Chissà perché. Forse sono sufficientemente appagati dal fatto che la nostra autogovernata magistratura risulti un filino migliore di quella della Repubblica Popolare del Congo, un paese – per dirla con Stefano Livadiotti (Magistrati. L’ultracasta, edizioni Bompiani) – amministrato fino a poco più di dieci anni fa da un signore, rigorosamente in stola di leopardo, di nome Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Za Banga, che nell’idioma del suo villaggio vuol dire “il gallo che non si lascia scappare nessuna gallina”.

Si può fare di peggio? Si, si può, perché sempre la Banca Mondiale ha appena pubblicato insieme a PricewaterhouseCoopers il rapporto “Paying Taxes 2010” . Lo studio, che somma il carico fiscale complessivo sulle imprese alla complessità del sistema tributario, piazza l’Italia ad uno straordinario 166° posto tra 183 paesi. Tutto ciò grazie ad un carico fiscale complessivo del 68,4 per cento (ripeto, 68,4!) e alle 334 ore che in un anno un’impresa deve mediamente dedicare all’adempimento di obblighi fiscali.
La funzione del sostituto di imposta, che carica sui datori di lavoro gli adempimenti dei dipendenti, non fa che aggravare la situazione.

Anche su questa graduatoria regna però il silenzio della stragrande maggioranza dei media e dei polemisti abituali. E di questo silenzio si giova purtroppo il governo, che può vantarsi, tramite qualche sue zelante portavoce, di aver ridotto le tasse al popolo italiano avendo semplicemente posticipato alla prossima primavera il pagamento di parte dell’acconto dell’Irpef.
Tutto ciò mentre speriamo di non perdere troppe posizioni almeno ai mondiali di calcio sudafricani della prossima estate.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

2 Responses to “L’Italia e le classifiche internazionali, quelle che piacciono e quelle che non interessano”

  1. I miei complimenti al “Cincinnato” Masini. Il fatto che la stampa italiana sia quella che è lo testimonierà il silenzio pressoché tombale sui dati che Ella ha esposto. E così vale anche per la politica italiana la quale anziché dedicarsi a cose serie si occupa della biancheria intima delle compagnie di letto di questo o di quello o delle voci dal sen fuggite del mascalzone di turno. Della magistratura sappiamo tutte le luci e tutte le ombre. Sta di fatto che se fossi un imprenditore desideroso di investire outdoor non sceglierei certo l’Italia for doing business e se fossi italiano farei di tutto per trovarmi un altro, più equo e confortevole ubi consistam. Quando le circa cinque milioni di P.IVA incroceranno le braccia non ci sarà certo alcun Menenio Agrippa che le convincerà a recedere. Finis Patriae, ammesso che, al di là della bolla demagogica, ve ne sia mai stata davvero una.

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  1. […] tutto questo solo per cominciare. Già ne avevamo parlato tempo fa in un articolo per Libertiamo: il rapporto Paying Taxes 2010 redatto da PricewaterhouseCooper, che somma il carico fiscale […]