– “Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione[…]. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice […]Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente[…]”.

Sin dall’incipit dell’opera di Dino Buzzati è facile cogliere un certo parallelismo tra la figura di Drogo e quella dei “giovani laureati in Giurisprudenza”, antagonisti dell’opera fortunatamente incompiuta sulla riforma della professione forense. Ci si laurea dopo anni ed anni di studio, in cinque adesso e non più in quattro come invece era previsto dal Regio Decreto del ’34 – una bella involuzione! – e animati da altrettante belle speranze, una volta “dottori” si provvede ad iscriversi prontamente al Registro Praticanti; attenzione però: è necessario portare a termine le pratiche e versare qualche centinaio di euro all’Ordine entro e non oltre i primi di novembre, giacché, in caso contrario, si allontanerebbe di un anno la possibilità di tentare il terno a lotto dell’esame d’avvocato.
Ma torniamo all’opera di Buzzati ed al suo protagonista.

Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondosi accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore , la prima giovinezza, era probabilmente finito”.

Soldi? Belle donne? A differenza del caro Drogo, i giovani laureati non aspirano a tanto, quantomeno nell’immediato post laurea, ma sperano di poter competere nel libero mercato del lavoro, utilizzando finalmente gli strumenti che si sono procurati attraverso anni di studio e pronti ad imparare ed a studiare ancora. Speranze che ben presto s’infrangono contro il muro della realtà, costruito mattone dopo mattone dalle lobby di chi sembra aver paura della concorrenza. L’unica certezza che rimane è che la prima giovinezza è oramai andata e con essa scorrerà veloce anche l’età adulta; passeranno gli anni e saranno vissuti con la stessa incertezza di un naufrago che dalla zattera non riesce a scorgere alcun approdo e con la medesima amarezza che si avverte quando leggendo il romanzo di Buzzati si scopre che Drogo, giunto giovanissimo alla Fortezza e ivi rimasto per tutta la vita, non riuscirà mai a realizzare ciò per cui si era sacrificato: lo scontro con i Tartari.

Questo lo scenario – ancor più desolante di quello attuale – che vedrebbe la luce, qualora il disegno di legge approvato in Commissione Giustizia al Senato divenisse realtà. L’esclusione dei giovani avvocati dalla figura di mediatore, perno della recente riforma del processo civile che introduce la conciliazione obbligatoria per determinate controversie, non pare bastare agli autori del capolavoro sulla riforma della professione forense, no: il colpo di grazia alla “Generazione Futuro” va dato. Ed ecco prontamente rispolverate e reintrodotte le tariffe minime “inderogabili e vincolanti” per gli avvocati ma nessun compenso è invece previsto per i praticanti; la pubblicità viene fortemente regolamentata, l’esame di abilitazione diviene più oneroso, il divieto di esercitare l’attività organizzandosi in società di capitali viene ribadito con forza.

Poco importa che ad echeggiare vi sia persino l’autorevole grido del presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, il quale bolla la riforma come “peggiore di quella del ’39 sulle libere professioni”; poco importa che il presidente della Camera Gianfranco Fini abbia dedicato un intero capitolo al “patto generazionale” nel suo libro “Il futuro della libertà”. L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani. Non esiste Indice delle liberalizzazioni dell’ IBL che tenga e che possa ivi porre le proprie radici, né in un contesto simile Angela Padrone, autrice de “La sfida degli outsider”, potrà mai sperare che si riesca a superare la barriera invalicabile del “soffitto di vetro”. L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani, dicono. Ma non ci si accorge che oramai i tempi per una inversione di tendenza radicale sono maturi. Una politica che si tappa le orecchie e tura il naso ha vita breve. Una società che esclude i giovani, anche. Il rischio? Alto, altissimo. Lasciare una intera generazione nel deserto, ad aspettare nel deserto, in una fortezza nel deserto. Nel deserto sì: quello dei Tartari.