Professione forense: il Pdl abbandoni la riforma dei mandarini e punti alla meritocrazia

– Dopo la sua dichiarazione di contrarietà alla controriforma della professione forense in discussione al Senato, Benedetto Della Vedova ha ricevuto diversi messaggi di ringraziamento ed incoraggiamento. Email, messaggi Facebook, sms. Qualche crepa, nella granitica operazione anti-liberalizzatoria condotta dalla lobby degli avvocati, inizia ad aprirsi: l’opinione pubblica si sta accorgendo del valore negativo della proposta in discussione. Tra le tante lettere indirizzate a Della Vedova, ne scegliamo una, che ci pare particolarmente significativa:

Gentile onorevole, la volevo ringraziare per l’intervento contro la riforma forense in via di approvazione. Sono un giovane praticante avvocato da sempre sostenitore del PDL, convinto che l’unico partito in cui noi giovani potessimo sperare di avere un futuro stabile fosse quello fondato dal premier Berlusconi; evidentemente non è così… sono molto amareggiato… credevo nel PDL…
Distinti saluti
F.C.

Le parole di questo aspirante avvocato dovrebbero rappresentare un campanello per il Popolo della Libertà. C’è una quota importante di elettori che preferisce la posizione di Catricalà a quella di Mugnai: l’appello alla difesa del merito, della concorrenza e delle opportunità del presidente dell’Antitrust tocca le corde dei liberali e moderati, mentre il lavoro carbonaro e azzeccarbugliaio del senatore del Pdl e di tanti suoi colleghi di questo o quel partito, sostenuti direttamente dai mandarini del Consiglio Nazionale Forense, è lontano anni luce dalla loro visione del mondo.

Si parva licet, Libertiamo si oppone da mesi alla riforma mandarina della professione forense. Si gridava tra sordi, si convocano in assemblea gli iscritti del gruppo Facebook “Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare…”, si presentava una proposta di legge di liberalizzazione delle professioni, per dire che di questo avrebbe avuto bisogno il Paese: un consolidamento del percorso timidamente intrapreso da Bersani (avete capito chi?) e non certo un dietrofront. Se il Pdl vuole essere ancora il partito per cui F.C. e tanti altri hanno votato, lasci perdere i mandarini.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

8 Responses to “Professione forense: il Pdl abbandoni la riforma dei mandarini e punti alla meritocrazia”

  1. Antonluca Cuoco ha detto:

    bene. bravo. bis
    …siamo alle caste!

  2. Piero Sampiero ha detto:

    Ho già espresso la mia opinione nel commento al post di Benedetto Della Vedova.

  3. Silvana Bononcini ha detto:

    Bravo Piercamillo!

  4. Ci siamo battuti da tempo immemore, alcuni pochi, anche nel lavoro di consulenza alla Commissione ed al CES, per una norma europea chiara e definitiva che equipari le professioni a tutte le altre attività di impresa e le assoggetti alle stesse logiche di mercato e di libera concorrenza. La visione di Einaudi era limpida e lungimirante poiché l’ostacolo di fondo ad un serio e concreto intervento in tal senso è e resta – soprattutto in Italia – il cosiddetto “valore legale” del titolo di studio. Se non si interviene per eliminarlo non vi è futuro per ogni altra azione di liberalizzazione del settore e della PA. la Rappresentanza italiana ha sempre fatto fuoco e fiamme, palesi e non, per contrastare ogni cogente normazione in tal senso. Sembravano il niet di Kruscioff e la sua scarpa battuta sul tavolo all’ONU.
    Battersi, sempre e comunque, è un onore ed un qualcosa che dobbiamo a noi stessi, tanto per cominciare. Bravi, come al solito.

  5. Luca Cesana ha detto:

    Costituzione della Repubblica
    art 1) L’Italia è una Repubblica fondata sulle caste

  6. Piero Sampiero ha detto:

    Per comodità di lettura, riporto il commento citato sopra.

    Anch’io ho dovuto in parte ricredermi nel valutare i risultati della falsa liberalizzazione del precedente governo.

    Il concetto sotteso alla pregressa riforma è lo stesso espresso ora -come critica al disegno di legge in discussione – da confindustria, dalle assicurazioni, dalle banche e dai cosiddetti ‘poteri forti’, fautori di un sistema di alleanze tra sindacati e grande capitale, che ispirò prima il nefasto Visco e poi l’astioso Bersani, entrambi afflitti dalla sindrome dell’ annientamento del ceto medio e della prevalenza dello stato dirigista.

    Equiparare gli avvocati ai barbieri (con tutto il rispetto per la categoria) non solo è illiberale ed antistorico, ma non fa l’interesse dei consumatori.

    Si è visto col proliferare del ‘patto di quota lite’ che giugula i clienti e dei negozi o delle’boutique del diritto’, che una volta attirati i poveri merli, li spennano fino all’ultima piuma, senza assicurare – per l’incertezza delle competenze, e grazie alla mancanza di controlli – alcun risultato utile proficuo o semplicemente equo per chi abbisogna di tutela piena e qualificata in armonia con il diritto di difesa garantito dalla Costituzione.

    Basta osservare che cosa succede negli altri paesi europei (con l’eccezione forse della Spagna, che regala abilitazioni a tutti, aspiranti avvocati italiani compresi) e vi accorgerete che i professionisti legali sono selezionati e godono dell’indipendenza necessaria a garantire le libertà dei cittadini verso il potere, compreso quello economico.

    Sono in gioco soluzioni contrapposte: la meritocrazia o l’accesso indiscriminato,la salvaguardia dei minimi tariffari (a tutela della dignità della professione) o la proletarizzazione e lo stravolgimento di una funzione costituzionalmente e socialmente rilevante(anticamera della massificazione dequalificante e della distruzione della sua indipendenza anche e soprattutto nei confronti della magistratura).

    Ovviamente, questo primo passo per ristabilire alcuni princìpi deontologici non è che una prima elementare difesa contro chi nella passata legislatura mirava in realtà a distruggere l’avvocatura.

    Molto rimane da fare sulla via della liberalizzazione autentica, ragionata e matura, che tenga conto delle differenze ontologiche che pure sussistono tra libertà d’impresa o aziendale e libertà delle professioni intellettuali in genere, e di quella forense in particolare, inserita com’è (artt.24 e 111 Cost.) quest’ultima, a differenza di tutte le altre, nell’alveo costituzionale del nostro paese.

    L’auspicio è che la strada intrapresa possa migliorare la riforma, emendandola delle sue imperfezioni e rafforzandola sul piano dell’efficienza, dell’affidabilità, della qualità del servizio con i necessari raccordi con l’università ed il mondo del lavoro.

  7. Domenico Martinelli ha detto:

    Coi mandarini facciamoci la macedonia!

  8. Ugo Cacciatore ha detto:

    La riforma delle professioni è un’occasione importante per rifondere qualità e dignità al sistema forense. Per il bene di questa professione e per garantire i diritti dei consumatori sarebbe necessario riformare profondamente il percorso formativo più che inasprire le regole per l’accesso in se, tale percorso dovrebbe garantire ai giovani professionisti una effettiva formazione professionale e manageriale che consenta questi di offrire un servizio di qualità in regime di concorrenza.

    Tutto ciò e’ mal veduto da coloro i quali ancora oggi temono le scomode regole della concorrenza, essi infatti tutelerebbero la dignita’ ed il decoro della professione occupandosi di inasprire le regole per l’accesso delle “nuove leve” anziché impegnarsi a predisporre un percorso di profondo rinnovamento, che interessi il nucleo del sistema.

    E’ sufficiente esaminare la recente proposta di Legge del CNF per cogliere in essa inaccettabili rigurgiti corporativi con cui gli “anziani” riversano sui “giovani” la colpa della dequalificazione professionale, così giustificando la proposta di inasprimento delle regole di accesso alla professione e di gestione dell’affare della formazione obbligatoria. Il tutto si traduce in un espediente per cui rafforzare ancora il sistema corporativo in danno ai giovani professionisti ed in spregio alla politica di liberalizzazione dei servizi legali della UE.

    Cio’ dimostra quanto lo sforzo riformatore dell’aristocrazia forense sia inadeguato ed estraneo al moderno contesto del mercato e distante dalle esigenze dei consumatori e della “base” dell’avvocatura. Soltanto l’apertura ad un sistema concorrenziale può incentivare i professionisti alla formazione ed alla specializzazione per poter competere nel mercato dei servizi professionali.

    Un sistema concorrenziale non consente che il potere decisionale nel procedimento disciplinare, nell’accesso e nell’affare della formazione obbligatoria sia esercitato da Consigli o Commissioni composti in maggioranza da appartenenti alle categorie rappresentate. Un sistema concorrenziale non consente ad un unico Ordine professionale di gestire in regime di monopolio una professione.

    Garantendo una formazione selettiva unitamente alla libera iniziativa e alla libera concorrenza nella professione, attuando una vera liberalizzazione di tutto il settore sara’ possibile la sopravvivenza nel mercato soltanto dei professionisti capaci e dei servizi migliori. Il sistema verrebbe conseguentemente “svecchiato” producendo ovvie ripercussioni positive sull´economia nazionale. La logica fino ad ora perseguita ha prodotto molti professionisti incompetenti protetti dalle garanzie corporative, che galleggiano nel mercato senza avvertire la necessità di migliorarsi e promuoversi, che offrono ai consumatori un servizio pomposo, molto spesso scarso e costoso.

    Oggi, paradossalmente, come il gatto che si morde la coda, essi “necessitano” della cosiddetta formazione coattiva imposta dall´Ordine professionale. Tale logica meriterebbe di soccombere dinanzi ai diritti fondamentali dei consumatori e dei medesimi professionisti. L’esame di stato non può essere considerato un concorso da superare per ottenere un posto di lavoro perchè nelle professioni il lavoro lo crea il professionista, vero e proprio imprenditore, direttamente responsabile nei confronti della Legge e dei consumatori.

    Inoltre, esiste una evidente disparità di trattamento in ordine agli esami di stato per l´acceso alle diverse professioni. Si pensi alla professione di medico e di ingegnere, le cui responsabilità da imperizia non sono certamente meno gravi di quelle ascrivibili ad un avvocato, anzi. Nel loro caso, l´esame di Stato viene superato praticamente dal cento per cento dei partecipanti, essendo una prova pro forma.

    Ciò non ha creato alcun problema per l´esercizio della professione, né ai vecchi né ai giovani professionisti, perché è la selezione naturale dei migliori che fa la differenza. Nessuno va a farsi curare da un medico che non gode di buona fama, né si fa progettare una casa da un ingegnere incapace. Non è certamente il superamento dell´esame di Stato che attribuisce capacità, conoscenza.

    L’accesso alla professione non può essere impedito quando il percorso formativo previsto dalla Legge sia stato già compiuto con successo in tutte le sue fasi, il diritto di accedere alla professione deriva dal diritto fondamentale al lavoro. Guai a lasciare senza alcun limite e controllo nelle mani di un Ordine il destino di chi e’ fuori dalla categoria, pena l’impossibilita’ di ogni riqualificazione della professione e di un ricambio generazionale corretto e vitale.

    Il sistema adottato fino ad ora garantisce esclusivamente la sopravvivenza di gruppi di potere, impedisce la concorrenza, contrasta con le regole della UE ed offende i diritti e le libertà fondamentali dell´uomo. Non alligna in altro Stato europeo e non è degno di sopravvivere nel nostro Paese.
    Ugo G. Cacciatore
    http://www.studiolegalecacciatore.it

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