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Lo strano destino del Capitano Ultimo, eroe civile e presunto fellone

– Il nostro paese da sempre si caratterizza per comportamenti strani, spesso incomprensibili, a tratti masochistici. In Italia può capitare di isolare, attaccare, se non addirittura criminalizzare, uomini che in altri Paesi non sarebbero additati da alcuni come felloni, ma indicati da tutti come simboli di eroismo civile, e mandati nelle scuole ad impartire lezioni di legalità alle nuove generazioni.
In tal senso è emblematico il caso del Capitano Ultimo, l’ufficiale dei Carabinieri che dopo una magistrale quanto meticolosa operazione di investigazione durata alcuni mesi ha, insieme alla sua squadra, messo materialmente le mani su Salvatore Riina, ponendo fine nel gennaio del 1993 ad una latitanza di 24 anni. La figura e la persona di Ultimo è passata dagli altari delle cronache alla polvere delle accuse infamanti di complicità con “pezzi” di criminalità mafiosa.

Prima considerato un eroe ed acclamato dal grande pubblico, anche grazie ad una fiction di successo, negli ultimi tempi ha dovuto subire le insinuazioni di quanti, rimettendo in discussione la vicenda di quel famoso arresto, hanno gettato discredito, di fatto, sulle sue qualità professionali e sulla sua lealtà.
Le accuse sono sfociate addirittura in un processo che, a distanza di anni da quella cattura, lo ha visto imputato insieme al Generale Mario Mori. L’ipotesi di reato, legata alla mancata perquisizione del covo di Riina nell’immediatezza dell’arresto, da subito dimostratasi inconsistente sul piano accusatorio, si è tradotta in un’assoluzione per entrambi gli imputati .

Il processo, però, nonostante abbia contribuito a gettare fango su quelli che in molti hanno giudicato i migliori uomini che l’Arma dei Carabinieri ha espresso negli ultimi anni, è stato comunque utile per fare chiarezza su come siano andate le cose. In sede processuale infatti il Capitano Ultimo ha dettagliatamente spiegato le ragioni del suo agire, dando conto di tutte le scelte fatte e soprattutto motivandole punto per punto. Allo stesso modo, senza mai sottrarsi all’esame da parte del Pubblico Ministero, ha fornito elementi concreti circa i modi con cui la sua squadra è giunta all’individuazione del covo del boss mafioso, respingendo dunque qualsiasi accusa di “soffiate” da parte di altri personaggi contigui alla malavita organizzata, interessati a “vendere” Salvatore Riina, liberandosi così di lui.

Il processo, gli atti e le singole udienze (a disposizione di quanti volessero ascoltarle) evidentemente non sono stati sufficienti a sgombrare le ombre, visto che i “produttori di ombre” continuano nel loro lavoro. Negli ultimi mesi, anche a seguito delle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, sono tornate in circolazione mirabolanti teorie sulla fantomatica trattativa tra Stato e mafia e sull’ormai celeberrimo “papello” che Riina avrebbe scritto, dettando condizioni ai vertici delle istituzioni per porre fine alla stagione stragista dei primi anni ‘90. Ecco allora nuove accuse al Capitano Ultimo, nuove insinuazioni nemmeno tanto velate contro la sua versione dei fatti, cristallizzata in una sentenza di assoluzione.

A suggello di una situazione già sufficientemente paradossale nella sua gravità è arrivata anche la notizia della revoca della scorta proprio al Capitano Sergio De Caprio (questo il vero nome di Ultimo): scelta inspiegabile visto che numerosi pentiti e diverse intercettazioni ambientali hanno messo, nel corso degli anni, in luce il reiterato tentativo da parte della mafia di rapire, torturare ed uccidere il Carabiniere che aveva “osato” arrestare il Capo dei Capi. Quella di catturare il Capitano Ultimo era per Bernardo Provenzano una vera e proprio ossessione, tanto che nel covo dove è stato arrestato, sul comodino, oltre alla famosa Bibbia, è stato ritrovata una copia dell’ultimo libro scritto proprio da Sergio de Caprio; è lo stesso Capitano a riferirlo nell’introduzione del suo saggio che si occupa delle tecniche di contrasto al crimine organizzato, finalizzate proprio (sono parole sue) a “disarticolare il fenomeno corleonese”.

Di certo le istituzioni devono giustificare comportamenti ritenuti incomprensibili anche da alcuni settori dell’Arma, tanto che molti uomini che in passato hanno fatto parte della squadra di Ultimo, in congedo o in servizio, si sono offerti di scortare il loro Comandante a proprie spese, fuori dall’orario di lavoro, e di propria iniziativa.
Ma bisognerebbe interrogarsi anche su un fenomeno più profondo. Perché l’Italia (o almeno una parte di essa) non sembra più in grado di valorizzare i suoi uomini migliori, dando credito ad ipotesi complottistiche che hanno il solo “merito” (forse per alcuni) di risultare più affascinanti rispetto alla straordinaria “ordinarietà” di un’operazione di investigazione condotta con metodi tradizionali, senso del dovere e sacrificio, da parte di chi ha indossato come una seconda pelle una divisa come quella dei Carabinieri, che da più di cento anni rappresenta lealtà e senso delle istituzioni?


Autore: Enrico Gagliardi

Nato il 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il protagonista della canzone degli Squallor "Carceri d'Oro" veniva fucilato per non aver pagato l'IVA, è convinto che, persino l'Italia, sia degna di un sistema giuridico autenticamente liberale. Fermamente convinto che un gran numero di problemi possano essere risolti con una buona degustazione etilica.

One Response to “Lo strano destino del Capitano Ultimo, eroe civile e presunto fellone”

  1. ernesto ha detto:

    L’Italia non è in grado di valorizzare il merito in nessun campo, questo dovrebbe essere ovvio ormai…

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