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Le radici pacifiste e un destino elvetico spiegano la scelta di Van Rompuy

Il profilo dei neo-nominati Presidente dell’UE, il belga Herman Van Rompuy, e Alta Rappresentante agli Affari Esteri e alla Sicurezza, la baronessa inglese Catherine Ashton, risponde al DNA storico e costituzionale europeo. Quel profilo basso nei confronti degli affari esteri, che poi è il pacifismo, è inscritto a più o meno chiare lettere in più d’una Costituzione degli stati membri dell’Unione. L’unificazione politica del continente europeo, dopo il ’45, è stato anche un progetto pacifista. Non solo di pacificazione di un continente che aveva prodotto due guerre mondiali, ma anche di disimpegno strategico delle istituzioni comunitarie dalla partita politica e militare che Yalta aveva inaugurato.

L’appeasement nel ‘38 venne male e si rivelò a posteriori un errore fatale, visto che non ve n’erano le condizioni. Hitler non voleva accomodare nulla e voleva conquistare tutto. L’appeasement del ‘38 si rivelò però più prematuro che caduco, come progetto. L’anti-appeaser per eccellenza, Churchill, non appena castigata la Germania nazista, si fece prontamente rimandare a casa, già nel ’45. All’idea di dare filo da torcere al totalitarismo rimasto, quello staliniano, gli insulari inglesi ne preferirono altre e spedirono il condottiero vittorioso a scrivere le sue memorie (per le quali i pacifici svedesi lo premiarono nel ’54 con il Nobel per la letteratura). I Francesi ci misero un anno un più per scoraggiare il loro indomito veterano di guerra, De Gaulle. Ma già nel ’46 democristiani e appeasers di tutta Europa avevano metà continente europeo a disposizione per potersi mettere al lavoro e costruire il loro solidarismo scaccia-crisi.

Sotto l’ombrello protettivo della Nato, e della sua clausola di reciproca difesa, garantita dagli USA, l’Europa è divenuta un meccanismo di mutua assistenza tra i paesi membri. Per il momento, nei fatti, più di natura finanziaria, ma con misura e giudizio, per evitare passi indietro e il ritorno all’ “ognuno per sè e Dio per tutti”. Quest’anno la Germania si è fatta garante di un meccanismo di mutuo soccorso finanziario per fare in modo che i paesi dell’Eurogruppo affrontassero le onde dello tsunami finanziario secondo la logica del “tutti per uno e uno per tutti”. In pratica è quello che fecero gli Usa per il Messico, finito nel ’95 in bancarotta per le turbolenze finanziarie di allora.

Non è moltissimo, ma è più che qualcosa. Fare passare il principio che la frugalità e la severità regolatoria dei tedeschi, più esportatori che importatori, più risparmiatori che spendaccioni, sia sistematicamente a disposizione delle eventuali frivolezze budgetarie dei paesi più “cicaleggianti” della zona Euro, non sarà politica estera, ma è un concreto superamento degli egoismi nazionali. Che poi a beneficiarne siano quegli Stati nei quali d’estate i tedeschi andranno al mare potendo pagare le prelibatezze locali con una moneta comune, non sminuisce il significato di questo europeismo, anzi.

Ma per il momento l’UE questo è: non ancora una federazione, forse già una confederazione. Come dice The Guardian, con la scelta dei due nuovi rappresentati l’UE dimostra di voler essere una “Svizzera extra large”. Che a segnare il confine meridionale dei due contendenti per l’egemonia continentale, Germania e Francia, sia la Svizzera, non è neanche tanto male. Il modello svizzero indica un modo per crescere rimanendo innocui, amici e nemici di nessuno. Non è però detto che l’Europa se lo possa permettere, né che una Svizzera di 500 milioni di abitanti sia possibile. Troppa gente e troppe frontiere, perché prima o poi la storia non presenti un redde rationem.

Darsi una Presidenza forte, come poteva essere Tony Blair, senza esserne ancora costretti dai fatti o dalle urne, avrebbe risposto ad una logica diversa. Un presidente “non Euro” è un rischio, ok. Ma per questa Europa era assai più rischioso il suo profilo da scapestrato “idealista” democratico, fosse mai che dopo avere rivoltato come un calzino il pacifismo laburista si fosse messo in testa di rivoluzionare pure il nobile diplomatismo dell’U.E… E infatti: avanti con Van Rompuy e con Catherine Ashton, che è un risarcimento per il PSE e per Brown, ma non è affatto un risarcimento per il blairismo.

Il nuovo Presidente è stato selezionato via curriculum, come l’amministratore delegato di una multinazionale da parte di un consiglio di amministrazione plurinazionale. Abbiamo dei dubbi che sia il modo migliore per scegliere il tipo che dovrebbe confrontarsi (a nome di 27 paesi e mezzo miliardo di europei) con la “democrazia gestita” della Russia putiniana e con il “centralismo a-democratico” della Russia comu-capitalista. Certo a Pechino gli sarà risparmiato l’imbarazzo di vedersi rifiutare, come è invece successo ad Obama, i tanto amati “town hall meeting”, che rischiano di ricordare alla popolazione locale quanto più grigi siano i dirigenti scelti dal partito comunista.

L’Europa non ama gli uomini forti al vertice delle istituzioni europee. E non sembra avere fretta di cambiare. Forse è un lusso che non si può più permettere, ma per il momento continua a godersi questo status da grande potenza senza potenza.

C’è una lettura alternativa che spiega la scelta del Presidente europeo e di Mrs Pesc. Forse è il risultato di una somma di dispetti: a Blair e agli inglesi, per la guerra in Iraq; a Berlusconi, bocciando D’Alema, perché è Berlusconi; al candidato auspicato dagli USA perché la GM si è ripresa l’Opel, che i tedeschi avevano già promesso ai russi; al lussemburghese De Juncker perché nella crisi finanziaria ha troppo pensato alle banche di casa sua. Magari l’appeasement è proprio quello: potersi fare i dispetti in pace. Basta accorgersi in tempo quando finisce la ricreazione.


Autore: Martin Schulthes

Nato ad Abbeville (Francia) nel 1968, mini-laureato (biennio) in Economia e laureato (quadriennio) in Lettere - prima a Parigi e poi a Roma - è munito di patente d’auto e di patentino da allenatore di calcio (Federazione tedesca). A Bruxelles dal 2000, si è sempre occupato di politica internazionale, prima da assistente al Parlamento Europeo e in seguito con l’ONG Non c’è Pace Senza Giustizia.

2 Responses to “Le radici pacifiste e un destino elvetico spiegano la scelta di Van Rompuy”

  1. Piercamillo Falasca ha detto:

    Ora si abbia il coraggio di fare una cosa sola: far ripartire il processo di innovazione dell’economia europea, a partire dalla liberalizzazione dei servizi.
    Una UE confederazione, che lascia agli Stati la facoltà di competere tra loro sul fisco e sulle regole, potrebbe fare molto meglio di una UE federazione sclerotizzata.
    A livello comunitario, come a livello nazionale, il problema mi pare chiamarsi statalismo.

  2. Conoscendo bene per molta frequentazione Bruxelles e le logiche che ne animano – si fa per dire – le stanze di Berlaymont, non posso non concordare con le tesi dell’Autore. Certo, i 500 e più milioni di europei non potranno forse mai assurgere allo status di potenza globale egemone poiché vi hanno a suo tempo rinunciato suicidandosi a due tempi nel corso del “secolo breve”, ma un dato risulta chiaro anche adesso: l’economia del vecchio continente – il quale nelle logiche cinesi ed in un vecchio sussidiario d’uso per i piccini con la plica mongolica era definito quale piccola penisola estremo occidentale della grande Asia – ripiegata in sé stessa e nelle pastoie di socialismi vari e diversi potrà esplicare tutto il suo enorme potenziale solo se venisse sburocratizzata e liberalizzata completamente. Combattere contro lo statalismo francese e contro la visione renana della vita – tanto confortante e confortevole quanto addormentata sulle sue paure – non è cosa da poco e per questo Berlusconi viene visto come il fumo nei classici occhi. Lo percepiscono come il vento incontrollabile ed irregimentabile nei loro schemi. Poi, per verità v’è anche da dire che D’Alema è stato etichettato come troppo filo arabo e che la nomina di Blair avrebbe avuto il significato di saldare un asse con Putin certo gradito a noi ma sicuramente sgradito a tutti gli altri. L’Europa non si allontanerà dei suoi burocratismi appunto tanto confortanti e confortevoli quanto addormentati sulle sue paure.

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