E se lo Stato si decidesse a vendere?

– di Benedetto Della Vedova, da Il Secolo d’Italia del 25 novembre 2009 –

La discussione dentro il governo sulla politica economica è salutare. Tremonti ha avuto in questa fase della legislatura un ruolo decisivo nell’impedire che rifacesse capolino l’antico vizio capitale della politica italiana – la spesa pubblica come panacea per tutti i mali – e lo ha fatto in un contesto in cui tutto remava a favore della riapertura dei cordoni della borsa, a partire dall’affascinante “stimolo” obamiano. Non vi è ragione di ritenere che il varo di misure di spesa in chiave strettamente anticongiunturale avrebbe portato l’Italia a vivere qualcosa di diverso da una riedizione di quella “democrazia acquisitiva” fondata “sull’uso della spesa pubblica utilizzata per creare consenso”, mirabilmente stigmatizzata da Antonio Martino nei documenti costitutivi del centrodestra berlusconiano nei primi anni Novanta.

Avere contenuto i danni della crisi sui conti dello Stato è un risultato importantissimo. Non resta che aspettare per capire se i segnali di ripresa sono attendibili. Ma si può già dire che si sbagliava chi pensava che, dopo lo shock dell’ultimo biennio, il mondo sarebbe stato completamente diverso da quello precedente e quindi fosse inutile insistere sulle “solite” ricette liberali per la competitività del paese. Si sbagliava. Tassazione eccessiva, PA costosa ma inefficiente (pensiamo alla giustizia), ricerca e innovazione mediamente insufficienti, sistema dell’istruzione da rilanciare, scarsa apertura dei mercati, spesa sociale cannibalizzata dalle pensioni, mercato del lavoro spaccato in due, investimenti pubblici sacrificati: tutto questo ed altro ancora resta il cuore di un’azione di governo che non scommetta sulla possibilità di galleggiare, ma punti alla crescita dell’Italia.

A poco serve consolarsi perché, così si dice, durante la crisi non abbiamo fatto peggio degli altri: avevamo fatto molto peggio prima e rischiamo di fare peggio dopo, se non modifichiamo lo stato delle cose. E nemmeno convince il corollario della tesi autoassolutoria, quello che secondo cui – siccome con le stesse regole il Nord va bene ed il Sud no – il problema del Paese non sarebbero le riforme, ma il Mezzogiorno.  Se anche le cose stessero veramente così (ma dovremmo chiedere anche alle imprese settentrionali se davvero va tutto bene), si dovrebbe riconoscere che il divario territoriale si autoalimenta e rappresenta un fallimento da affrontare con regole migliori e differenziate per macro-aree. E non basta il federalismo fiscale, visto che il problema principale si chiama mercato del lavoro.

Brunetta ha tempestivamente ragione quando afferma che bisogna “sciogliere le vele, far ripartite i motori” e che si richiedono “il cambio di passo, lo sviluppo, il cambiamento”. Ovviamente la volontà non basta, servono idee e coraggio. Prendiamo il caso della banda larga: accantonare il progetto è deleterio, ma occorre un progetto che garantisca l’efficienza degli investimenti (se lo Stato non riesce ad averne per ora uno convincente, forse è meglio considerare l’ipotesi di usare comunque subito le risorse disponibili defiscalizzando gli investimenti privati sulla banda larga che rispondano a determinati criteri). 
Le riforme non sono mai neutrali e a costo zero. Vi sono dei costi politici, ma sostenerli oggi significa scommettere su un futuro dividendo in termini di consenso elettorale. Ma vi sono soprattutto dei costi finanziari di breve periodo, come accade con il taglio delle tasse o gli investimenti. E’ qui che si arriva al dilemma italico par excellence, la trappola del debito pubblico.

E’ l’enorme zavorra dell’economia italiana, il conto salato consegnatoci da decenni di quella democrazia acquisitiva di cui si parlava in precedenza, il vincolo più stringente a qualsivoglia piano di riduzione fiscale, di riforma o d’investimento. E non perché lo stock di debito impedisca di spendere ancora di più, al contrario: un debito tanto elevato costa tanto in termini di interessi passivi e non consente al decisore pubblico di sostenere quei costi finanziari di breve periodo necessari per avere un minor carico fiscale, ergo maggiore crescita economica. Negli ultimi quindici anni, prima di questa profonda crisi economica, l’Italia “chiudeva” il bilancio in avanzo primario: le entrate annuali erano superiori alle uscite annuali, ma quel gruzzoletto – che sarebbe stato molto utile per riformare gli ammortizzatori sociali, per gli investimenti o soprattutto per ridurre le tasse – veniva completamente “mangiato” (e nemmeno bastava) dalla spesa per interessi. Come sa ogni studente del primo anno di economia, poi, un elevato debito pubblico drena risorse agli investimenti privati. Ci si chiede mai che usi produttivi alternativi potrebbero avere quelle centinaia di miliardi di euro impiegati in titoli di Stato dai risparmiatori italiani? Insomma, la trappola del debito è tale perché crea un legame diabolico tra il numeratore ed il denominatore del rapporto “debito su Pil”: il corpaccione al numeratore rende impossibili quei provvedimenti capaci di far crescere il prodotto interno.

Per tornare ai due ministri, le preoccupazioni di Tremonti finiscono per mangiarsi le speranze di Brunetta. La trappola va rotta, in qualche modo. Il programma di governo del Pdl è diviso in “missioni”, la settima delle quali ha come fulcro l’abbattimento del debito pubblico attraverso la collocazione sul mercato di una quota importante – fino a 700 miliardi – del patrimonio pubblico. Bisogna ripartire da qui, estrarre questo strumento dalla cassetta degli attrezzi del così tanto evocato programma.

Nel Regno Unito, il Governo Brown ha messo in piedi un significativo piano di alienazioni di attività statali, tra cui spicca la partecipazione del governo al tunnel della Manica. In Italia, il tema della “valorizzazione” del patrimonio pubblico oscilla da anni tra dibattiti accademici e programmi politici, con qualche timido tentativo concreto (ricordate la tremontianissima Patrimonio SpA e la brunettianissima vendita delle case popolari?) di intraprendere il cammino. A partire dal patrimonio immobiliare pubblico, stimato in circa 400 miliardi, dalle quote di partecipazioni azionarie e dai diritti di concessione, Stato, Regioni ed enti locali hanno nei loro portafogli un’enorme massa di asset, che collocati sul mercato ridurrebbero lo stock di debito, abbatterebbero gli interessi passivi e, nel caso degli immobili, sgraverebbero il settore pubblico da costi di gestione particolarmente onerosi. Per alcuni, non sarebbero i tempi di crisi quelli in cui si dismette il patrimonio: ebbene, a costoro va probabilmente raccontata la favola di Bertoldo, che non trovava mai l’albero al quale impiccarsi.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “E se lo Stato si decidesse a vendere?”

  1. Sciogliere le vele? Bisonerà allora prima “salpare l’ancora”, non credi? Quale ancora? Beh, ne abbimo varie, in mare, che non ci lascerebbero ripartire alla pari colle altre “navi”.
    Una per tutte, mi viene in mente: l’art. 18 del c.d. “Statuto dei Lavoratori”!
    Cosa ne pensi?

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    Approvo in pieno!

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    Quindi, come dimostra l’ottimo articolo, gli economisti (in questo caso un grande politico economista) le soluzioni le hanno. Il problema pare essere farsi ascoltare dall’Avv.Tremonti.
    La riduzione del debito pubblico da circa 1.700 mld a 1.000 mld sarebbe una vera rivoluzione, liberando risorse enormi.

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