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Il “pragmatismo” di Obama rinforza la dittatura cinese

– Si dice che il primo viaggio di Barack Obama in Cina ha gettato le basi del cosiddetto “G2”, la nuova spartizione bipolare del mondo. I cinesi pare non siano d’accordo, ma tant’è.
Ad ogni modo, com’è andata la tanto attesa missione?
Chiedetelo a Federico Rampini:
“I giudizi sono impietosi. ‘La Cina è stata irremovibile – osserva il New York Times – Obama ha scoperto una superpotenza in ascesa che è ben decisa a dire no agli Stati Uniti’. Ancora più duro il Washington Post: ‘Obama torna dalla Cina senza risultati sui dossier importanti, dal nucleare iraniano alla rivalutazione del renminbi. E’ poco per un presidente che fece campagna elettorale promettendo grandi cambiamenti nella diplomazia. L’unica cosa che è cambiata è il tono conciliante degli Stati Uniti’.

Obama ha concesso molto ai suoi interlocutori. […] Pechino, a differenza dei suoi predecessori, per non irritare i padroni di casa Obama non ha cercato di incontrare qualche dissidente perseguitato. Non ha fatto il gesto di andare a messa, che George Bush fece per sollevare il tema della libertà religiosa. La Casa Bianca stavolta non ha ottenuto neppure la diretta televisiva per il dialogo tra Obama e gli studenti di Shanghai. Ha dato fin troppo e in cambio di cosa? si chiedono in America”…

Oppure, se volete il parere di uno degli esperti italiani in materia meno smaniosi di assistere a una “linea dura” di Washington nei confronti di Pechino, chiedetelo a Francesco Sisci:

“Il problema dei diritti umani, la difesa di Taiwan, la stessa spinosa questione del Tibet dopo decenni di convivenza difficoltosa con il realismo politico sono tutte state spazzate sotto il tappeto […] I giornalisti americani fingono di scandalizzarsi, quelli cinesi sono compiaciuti. In realtà è tutto un teatrino. L’accordo tra le parti c’era da tempo ed era che le questioni dei diritti e dei valori, che hanno rallentato e reso difficile per anni il rapporto tra Usa e Cina, sarebbero state messe in disparte […] Oggi quindi l’apertura di Obama alla Cina lascia gli apostoli nostrani dei diritti umani con il cerino in mano, isolati sui principi e sulla politica sostanziale, mentre questo nuovo G2, o comunque lo si voglia chiamare, comincia a veleggiare”.

Le ragioni di questa resa alla realpolitik le conosciamo sin troppo bene. La Cina è il primo sottoscrittore al mondo di buoni del tesoro USA, o, altrimenti detto, il principale creditore dell’America, ed il principale finanziatore del suo debito pubblico. Per fare una media, è un po’ come se nel primo decennio del nuovo millennio ogni cittadino degli Stati Uniti avesse preso in prestito 4.000 dollari da un cittadino cinese. Più concretamente, lasciando da parte le astrazioni statistiche da “pollo di Trilussa”, la Cina ha finanziato i salvataggi di certe grandi banche americane (e gli aiuti governativi a certe grandi industrie). Volendo, quindi, Pechino potrebbe far crollare in poche ore i mercati americani; si tratterebbe però di un “omicidio-suicidio”, poiché gli americani – più per recessione che per ritorsione – chiuderebbero in buona misura alla Cina le porte del suo principale sbocco di esportazione, trascinandola nella catastrofe.
Qualche anno fa – lo ha recentemente ricordato l’Economist – il preside di Harvard Larry Summers, già ministro del tesoro ai tempi dell’amministrazione Clinton ed oggi principale consulente economico dell’amministrazione Obama, definì questa situazione come “equilibrio del terrore finanziario”, mutuando il celebre concetto di reciproca deterrenza in base al quale, in ragione del reciproco puntamento dei missili nucleari intercontinentali, si evitò a lungo che la Guerra Fredda degenerasse in “calda” (ma anche che si sbloccasse in un senso o nell’altro).

In realtà, l’impressione è che ci si avvii verso qualcosa di peggio dell’ “equilibrio del terrore” che vigeva durante la Guerra Fredda, perché, se è vero che a quell’epoca l’obiettivo era la sopravvivenza e non la vittoria, è pur sempre vero che quell’obiettivo lo si perseguiva cercando almeno di “contenere” la controparte.
Oggi, invece, sia con le parole che con i fatti, l’America di Obama appare intenzionata a non “contenere” alcunché.
Si va quindi verso un “disequilibrio del terrore”?

È vero che la linea “troppo aggressiva” e “troppo poco realista” di George W. Bush (il quale quando si recò in Cina l’ultima volta, nel 2005, fece precedere il viaggio da un ennesimo incontro con il Dalai Lama alla Casa Bianca, e per di più fece prima tappa in Giappone dove tenne uno dei suoi discorsi tutti “freedom” e “democracy” invitando addirittura – somma provocazione – a prendere esempio da Taiwan) non ha prodotto, a quel che sembra, grandi risultati, nemmeno in termini di mero contenimento.

Peccato che ora il realismo del pragmatico Obama – che con tutto il garbo, l’umiltà e la prudenza di questo mondo, e con il conforto del consueto super-staff di consulenti, è andato ad ostentare concordia con questo signore qui inaugurando una nuova linea di appeasement, peraltro ampiamente anticipata lo scorso febbraio dal viaggio in Cina del neo-Segretario di Stato Hillary Clinton, che ha deluso amaramente le aspettative di chi si era lasciato sedurre dalle suggestioni della campagna elettorale – non sembri affatto dare migliori risultati.

Non è stato raggiunto nessun risultato apprezzabile né sui dossier prioritari come l’economia, il clima, il nucleare iraniano e quello nordcoreano, né su altri fronti molto importanti come il sostegno americano a Taiwan, o la situazione in Birmania, o quella in Sudan (qualcuno per caso ancora ricorda quel problemino?…).

Non parliamo, poi, della questione tibetana, sulla quale Obama si è limitato ad un laconico e malinconico “invito a dialogare con il Dalai Lama” (che lui non ha osato incontrare prima di questo viaggio, per non dispiacere lorsignori), e questo dopo aver incassato il pernacchione del governo di Pechino, che alla vigilia del suo arrivo lo ha sfrontatamente sfottuto davanti al mondo gettandogli in faccia un grottesco parallelo tra l’autonomismo tibetano di oggi e il secessionismo dei confederati nella Guerra Civile americana, invitando sardonicamente il presidente afroamericano a mandare a spasso il Dalai Lama in ossequio alla sua ammirazione per Abraham Lincoln…

Presumiamo pure che questa linea ultraremissiva sia da leggere in ottica tattica: un temporeggiare con basso profilo in attesa di recuperare energie e rialzare la testa quando ce lo si potrà permettere.
Resta però da capire se potrà funzionare, e se i danni collaterali che essa sta già producendo saranno o no reversibili.


Autore: Alessandro Tapparini

Avvocato, nato a Verona nel 1975, laureato a Milano nel 2000. Nel luglio del 2002 è stato eletto nel Comitato Nazionale dei Radicali Italiani. Nel novembre del 2005 ha preso parte come relatore alla prima Assemblea Nazionale dei Riformatori Liberali, sul tema "America, mercato, individuo". Da alcuni anni sfoga una ostinata passione per la storia e la politica americana collaborando con quotidiani e periodici, tra i quali Il Foglio e Libero. È autore del blog JEFFERSON.

2 Responses to “Il “pragmatismo” di Obama rinforza la dittatura cinese”

  1. Piercamillo Falasca ha detto:

    Davvero un bel debutto questo di Tapparini su Libertiamo, con un articolo molto documentato. Spero sia il primo di una lunga serie.

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