La Robin Tax sale ancora, ma non è un aggravio a costo zero

– Prima o poi doveva succedere, quanto meno per la legge dei grandi numeri. Da oltre un anno l’opposizione propone ogni settimana centinaia di emendamenti volti ad aumentare l’addizionale Ires per il settore petrolifero, dell’energia e del gas, istituita come misura congiunturale anticiclica ai tempi della Robin Tax e sopravvissuta a flussi e riflussi dei mercati energetici, a dispetto dei propositi iniziali.
Una prima volta è stata aumentata dal 5,5 al 6,5 per cento a luglio 2009, per finanziare la stampa e stringere un rapporto di dipendenza più stretto tra stampa e politica.

Sarà che i dati a disposizione dei gruppi Pd e Idv rendono agevole il calcolo delle entrate conseguibili con l’innalzamento di un punto percentuale dell’addizionale, sarà che le imprese soggette all’imposta non sono molte e i costi in termini di consenso sono circoscritti, ma impressiona l’accanimento con cui, per la copertura finanziaria della maggioranza delle misure proposte in via emendativa, l’opposizione abbia continuato a prevedere l’aumento dell’addizionale.

La scorsa settimana parlamentare è stata caratterizzata dall’importante riforma liberalizzatrice e modernizzatrice dei servizi locali. Purtroppo è stata anche macchiata dall’approvazione della proposta di Rita Ghedini e Marilena Adamo, del Partito democratico, con cui si innalza l’addizionale IRES al 7,5 per cento. Complessivamente, l’aliquota dell’imposta sui redditi di talune società si attesterebbe quindi al 35 per cento. La proposta è stata approvata dalle commissioni affari costituzionali e lavoro al Senato; nei prossimi giorni dovrà esser confermata dall’aula e poi dalla Camera per assumere un carattere definitivo.

Si pone comunque un problema di metodo e di merito che investe maggioranza e opposizione.
Se le grida di Di Pietro durante il dibattito a Montecitorio sulla riforma dei servizi pubblici locali potevano dirsi sterili e forzate esternazioni di carattere demagogico, volte a seminare tensione e preoccupazione nella società per raccogliere consenso e visibilità, i tiri messi a segno dal Partito Democratico in due tempi per inasprire la Robin Tax vedono la corresponsabilità della maggioranza.
La Robin tax nasceva come misura fiscale dal forte valore demagogico, che poteva essere venduta al pubblico come uno strappo al borsellino troppo pieno di lobby potenti e “cattive”. Poco importava che si colpisse le poche società ad azionariato diffuso (e con esse, quindi, milioni di piccoli azionisti italiani) e istituti di credito che dopo pochi mesi avrebbero corso il rischio di capitolare o di finire nelle mani dello Stato.

Per contrastare l’effetto temuto, ossia la traslazione dell’imposta sui costi dell’energia, la legge ha previsto il controllo dei prezzi da parte dell’Autorità dell’energia e del gas. D’altro canto – ci insegna von Mises – un intervento pubblico tira l’altro e da lì al socialismo e al collasso i passaggi sono consequenziali. Il crollo dei consumi e della produzione manifestatosi con la crisi nell’autunno 2008 avrebbe comunque condotto ad una diminuzione delle tariffe dell’energia e i meccanismi di controllo politico dei prezzi si è tradotto semplicemente in un aggravamento degli oneri amministrativi in capo alle imprese, ancor più odioso del maggior carico tributario.
Il livello a cui verrebbe fissata l’addizionale IRES se la disposizione fosse confermata al Senato e alla Camera pone un dubbio sulla sostenibilità dell’imposta. Per quanto il settore dell’energia e dei prodotti petroliferi sia tra i più solidi, la stessa base imponibile potrebbe subire una flessione.

Di sicuro quanti ritengono che ogni misura possa trovare copertura in questo modo (tanto paga ENI, tanto paga ERG,…) trascurano le ripercussioni che l’imposizione fiscale ha sugli investimenti, proprio in un momento in cui le politiche ambientali esigono ingenti sforzi da parte degli operatori per rendere più efficienti gli impianti e reperire le risorse necessarie alla realizzazione di impianti a fonte rinnovabile o nucleare.

Questo tipo di concessioni alle richieste dell’opposizione, quindi, rivela una sottovalutazione del loro impatto sull’economia e dei compromettenti effetti sugli obiettivi del Governo: dai target di politica ambientale, al risparmio dei piccoli azionisti a, non dimentichiamocelo, l’impegno solenne di riportare la pressione fiscale sotto il 40 per cento .


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “La Robin Tax sale ancora, ma non è un aggravio a costo zero”

  1. Luca Cesana ha detto:

    Ottimo testo, bravo!

  2. Testo del tutto condivisibile.La “testa marxista” ha fatto danni incommensurabili in ogni dove e continuerà a farne, purtroppo, specie dove gli animi sono deboli e dove la soluzione preferita è sempre la scorciatoia furbetta (furbo vien dal francese e significa ladro). La “maggioranza” votata anche ed in modo massivo da teste non marxiste aveva fatto sperare che la componente socialista in essa molto ben rappresentata potesse essere temperata da una robusta e sostanziale dose di liberalesimo. Così non è. E se il titolare dell’economia, quello del lavoro, quello della funzione pubblica, per non parlare di quello della cultura, sono oriundi socialisti capitati in terre, almeno a parole liberali, bongré malgré, gratta gratta, l’impostazione di base esce fuori alle volte evidentissima. Stimolare un ciclo espansivo o lo si fa con misure keynesiane o lo si agevola ed incentiva riducendo la pressione fiscale, non certo aumentandola. Un mix delle due azioni riesce sempre difficilissimo e, comunque, presuppone una assoluta chiarezza di visione anche a medio termine ed una assoluta fermezza nell’incidere sulla quantità ma soprattutto sulla qualità della spesa. La difesa di Tremonti da parte di chi difende , per calcoluzzi di bottega, il mantenimento dell’istituzione Provincia la dice assai lunga sulla qualità della azione di governo. Sarebbe interessante calcolare quante finanziarie ci risparmierebbe tale abolizione e quante finanziarie abbiamo gettato al vento per assoluta mancanza di visione strategica negli ultimi decenni. Il caso dell’energia – devastata dal dissennato abbandono del nucleare – è costato al sistema produttivo ed alle famiglie una montagna imponente di risorse le quali, se impiegate, ad esempio per la difesa del territorio e la sua messa in salvaguardia avrebbero potuto non solo risparmiarci diffuse ed irritanti lamentazioni ex post ma creare anche un indotto imponente di attività economiche virtuose con benefici sostanziali di ritorno anche sulle finanze pubbliche. E così via.

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