– Le parolacce sono come le ciliegie. Una tira l’altra. Quindi, lasciamo perdere gli epiteti e tentiamo di capire perché il Presidente della Camera non voglia mollare di un millimetro sulla questione degli stranieri. Andando a naso, ci pare che le ragioni siano tre e tutte abbastanza solide.

Uno: l’identità nazionale ridotta al suo guscio etnico-razziale è un falso storico rovinoso, su cui il Paese è già inciampato, affondando nella vergogna e nel disonore. I tentativi di sovrapporre “razza” e “identità”, “etnos” e ”ethos civile”, sono oggi strumentali, puramente difensivi e lontani anni luce dalle ambizioni del razzismo “scientifico”. Ma non sono innocui e non meritano un atteggiamento neutrale.

Due: la tensione simbolica e politica sul tema dell’immigrazione è ormai così forte che nulla può più darsi per scontato. Il tabù antirazzista è caduto e far finta di niente non è né furbo né leale. Se mancano clausole di salvaguardia nel dibattito pubblico, tutto si fa più complicato, ma si rende ancora più necessario stabilire qual è e dove sta il limite che bisogna rispettare. Il fatto che uno (scontato) richiamo antirazzista del Presidente della Camera susciti la reazione risentita della Lega dimostra che il problema della “linea del fuorigioco” non è né ozioso né inventato.

Tre (last but not least): l’Italia deve inventare un modello d’integrazione che abbia una sostanziale e sostanziosa base etico-civile e questo comporta un lavoro di pedagogia politica quotidiana, che renda inequivocabilmente chiaro a tutti, agli italiani e agli stranieri – siano essi di buona o di cattiva volontà – che alcune regole ci sono e non sono derogabili, né per interesse, né per paura, né per malintesa necessità.

Insomma – diciamolo – il “compagno Fini” ha detto una cosa di destra. Nessun buonismo contro la delinquenza intellettuale e morale. Nessuna comprensione per il teppismo politico. Una volta era la sinistra a “giustificare” la violenza e il degrado morale con i sociologismi d’accatto. Ora tocca alla Lega, che strizza l’occhietto a quelli che urlano contro “i negri” (o i marocchini, i rumeni, i cinesi…), “non perché sono razzisti, ma perché non ce la fanno più” . Ci dica, chi vuole costruire la destra europea e chi oggi in Italia la rappresenta nelle istituzioni e nel Paese, se il problema è il “compagno Fini” o chi per primo gli ha risposto, il leghista Borghezio, che parla del razzismo da suburbio con la stessa condiscendente comprensione con cui negli anni ’70 gli intellettuali rivoluzionari parlavano dei compagni che sbagliavano.