– E’ vero, non ci avrebbe fatto particolare dispiacere vedere i cuginastri rigiocare la partita. Anzi, qualcuno di noi si sarebbe volentieri seduto davanti alla TV con maglia verde e birra Guinness, sperando che fosse proprio trapattonianamente vero che non puoi dire gatto se non ce l’hai nel sacco.

Ma annullare l’incontro di mercoledì scorso tra Francia e Irlanda sarebbe stata una scelta discrezionale ed arbitraria, evidentemente condizionata da media e governi nazionali (l’interventismo statale cerca sempre spazio), non corroborata da regola alcuna. In campo – stanti le attuali norme che regolano il calcio – il dominus è l’arbitro, a lui spetta l’ultima parola, sua sarebbe stata la responsabilità di ammettere l’errore dopo la partita e consentire così che la FIFA aprisse quella procedura che portò nel 2005 al ripetersi dell’incontro Bahrein-Uzbekistan. Il signor Martin Hansson l’errore non l’ha ammesso e, purtroppo, Thierry Henry (che ora fa il mortificato su Twitter) quella sera non ha certo aiutato il fischietto svedese a ravvedersi, sebbene avesse tutto il tempo per il beau geste. Insomma, Hansson esce molto male dalla vicenda ed Henry ancora peggio.

Capiamo Filippo Rossi su Ffwebmagazine, quando dice che ripetere l’incontro sarebbe una questione di buon senso, ma se le regole sono queste, come si può non rispettarle? Detto in altri termini: come si potrebbe giustificare la ripetizione di Francia-Irlanda e non quella di migliaia di partite in cui si commettono errori simili? E’ forse l’importanza del match un criterio univoco?

La questione, a giudizio di chi scrive, va posta in altri termini: dopo Francia-Irlanda, è auspicabile che la FIFA lavori finalmente alla revisione di regole e strumenti decisionali, perché è oggettivamente impensabile che nel 2009 si consumino simili ingiustizie. I romantici amano pensare che l’errore umano dell’arbitro faccia parte del gioco, qualcuno si spinge ad elevarlo al grado di poesia. Io non ci credo: per me la poesia del calcio è Roberto Baggio che segna all’88esimo minuto contro la Nigeria, è un dribbling di Maradona o una rovesciata di Van Basten, è Fabio Grosso che fa il tiro della vita e poi corre urlando come un novello Tardelli, è il ricordo dei campioni della mia infanzia elevati ad eroi d’impareggiabile valore.

Gli errori arbitrali, le scorrettezze, i pasticci e la scarsa trasparenza dei mandarini che governano le federazioni: tutto ciò non può essere poesia, non fosse altro per il senso di amarezza che provocano e per la profonda ingiustizia che avverte il bambino che c’è in noi. A qualcuno piace vincere con un gol di mano? Molti rispondono di sì, ma credo che siano decisamente di più coloro che non vorrebbero mai perdere così. E se lo sport è la metafora della vita, le sue regole e gli strumenti con i quali si cerca di stabilire la verità debbono essere i migliori possibili, i più avanzati ed innovativi. E’ l’aspirazione umana alla giustizia.

E quindi, moviola in campo. Perchè non ha più senso non averla, in un mondo in cui in pochi secondi milioni di telespettatori sanno se fuorigioco c’è stato e l’unico che ha il potere di giudizio è cieco. Certo, ci sarebbe comunque discrezione, perché non sempre il replay istantaneo chiarisce la realtà, e l’uso dello strumento andrebbe regolato, per evitare che una partita di calcio si trasformi in un evento a singhiozzo. Ma la quadra è possibile e l’obiettivo è importante: ridurre i margini dell’errore, ponendo la tecnologia al servizio dell’uomo e della “legge”. Noi che siamo riformatori e liberali, che chiediamo alla politica di saper riconoscere le innovazioni sociali, culturali ed economiche che la realtà continuamente produce e di non avversarle, non possiamo non sposare la battaglia biscardiana della moviola in campo. Il rischio, graduale ma inesorabile, di episodi come Francia-Irlanda è il disamore dei bambini.