Il presidente venuto da Internet mette (delicatamente) il dito nella piaga cinese

– Nella sua recente visita in Cina, il presidente americano Barack Obama ha parlato a favore della libertà di espressione e contro la censura di tutte le fonti d’informazione, in primo luogo Internet.

A leggerle da qui, queste parole non sembrano niente di straordinario: in Italia, in Europa, insomma in Occidente la parola “Internet” è sinonimo di libertà, di accesso immediato – in tutti i sensi – a migliaia di fonti d’informazione. Obama stesso ha organizzato gran parte della propria vincente campagna elettorale basandosi su questo mezzo di comunicazione dal potenziale gigantesco.Volendo aggiungere banalità a banalità, potremmo perfino scrivere la non molto originale frase “Il Web ha cambiato radicalmente le nostre vite”, notando come oggi sia facile, e in un certo senso scontato, poter accedere a testi, video, notizie di tutti i tipi, poter arrivare con un paio di clic a documenti che quindici anni fa era pressoché impossibile procurarsi.

In Cina, però, le parole del presidente Obama non sono affatto interpretabili come una banalità. E dire che lui ci aveva provato a non piantare grane, aveva studiato bene il manuale del perfetto Nobel per la Pace: nessuna menzione della parola “Tibet” o della causa tibetana, gli Uiguri come se non fossero mai esistiti, rassicurazioni sul fatto che gli Stati Uniti non vogliono imporre a nessuno uno specifico sistema di governo, discorsi incoraggianti sul rinforzarsi della collaborazione economica tra USA e Cina.

Ma, ad una domanda diretta di alcuni studenti sulle restrizioni imposte ad Internet dal governo cinese, Obama ha risposto che “Esistono diverse tradizioni [e ti pareva, NdR], ma l’uso senza restrizioni di Internet rafforza il sistema: maggiore è il flusso di informazioni, più forte diventa la società”.

Questo parere, però, non sembra essere condiviso dal regime di Pechino, che si riserva per legge il diritto di vietare l’accesso a siti Internet “che danneggiano l’unità e la sovranità della Cina, feriscono la solidarietà etnica, promuovono la superstizione, ritraggono violenza, pornografia, gioco d’azzardo o terrorismo, violano la privacy, danneggiano la cultura o le tradizioni della Cina”.

Più o meno tutti abbiamo letto, soprattutto nei periodi più “caldi” della repressione contro tibetani ed uiguri, di come chiavi di ricerca e siti “scomodi” vengano censurati senza troppi complimenti o proprio resi inaccessibili dall’equivalente cinese della nostra Polizia postale, composta da oltre trentamila agenti che pattugliano la rete alla ricerca di siti che non rispettino le norme citate sopra, e al bisogno li oscurano.

Qualcuno potrebbe sostenere che la censura su Internet viene applicata per il bene del popolo, qualcun altro citerà perfino una statistica che dimostra come l’80 per cento dei cinesi sia in effetti favorevole ad un controllo – governativo o no – della rete, altri ancora attaccheranno il ritornello che la Cina è un Paese liberissimo, ma la nostra idea è un’altra.

L’idea che ci siamo fatti è che il governo cinese abbia, sic et simpliciter, una gran paura di Internet: paura, forse, di non riuscire a “spegnere” dappertutto un mezzo di comunicazione così capillare, un mezzo di comunicazione che, pur potendosi considerare di massa, rimane comunque, nella sua essenza, individuale, e quindi difficile da tenere totalmente sotto controllo.

Le mille voci libere di Internet, che, come ha evidenziato Obama, possono essere fonte di forza per una nazione che le accetti, sono probabilmente viste da Pechino come altrettante minacce alla concezione totalitaria dello stato, altrettante pericolose sirene che cantano le gioie dell’individualismo.

Da qui, per una volta, condividiamo questa visione; a differenza del regime, tuttavia, confidiamo che gli oltre trecento milioni di utenti Internet presenti in Cina riescano a sfruttare al meglio le infinite possibilità che il Web mette loro a disposizione, che diventino tanto abili da superare la censura e che prendano (o consolidino) la salutare abitudine di esprimere e scambiarsi opinioni in rete il più liberamente possibile.

Il resto verrà da sé.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Il presidente venuto da Internet mette (delicatamente) il dito nella piaga cinese”

  1. Eh sì, questa ragazza ha …. dello sbuzzo!
    Brava Marianna, condivido in pieno!

  2. Piercamillo Falasca scrive:

    Purtroppo l’impatto della visita di un presidente USA non è più quella di un tempo. E soprattutto la Cina ha una capacità di assorbire le pressioni molto elevata.
    Più che nella politica, confido nella forza “corruttrice” del mercato…

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