Il garantismo come metafora. Vent’anni fa Sciascia moriva da quaquaraquà dell’antimafia

– Sciascia è morto vent’anni anni fa. Tra i giudizi di disfattismo di Amendola e degli intellettuali comunisti, che ne disprezzavano la diserzione nella “guerra” al terrorismo (si era alla metà degli anni ’70), e le accuse che la polemica contro il professionismo dell’antimafia gli aveva guadagnato (era la fine degli anni ‘80 e della sua vita), lo scrittore siciliano passò il suo ultimo quindicennio a vedersi rimproverare le colpe del “nuovo” Sciascia contro i meriti del “vecchio” Sciascia.

Chiedendogli ossessivamente ragione del tradimento consumato contro se stesso, si giunse a descrivere il suo intransigente garantismo come maschera ideologica di un più politico accomodamento con quel sistema dei poteri politici e criminali, che aveva crudelmente vivisezionato nella sua opera letteraria. Quando un comunicato del Coordinamento Antimafia di Palermo, nel 1987, giunse a chiamarlo “quaquaraquà”, come il mafioso Mariano Arena ne Il giorno della Civetta qualificava gli uomini più disprezzabili, si arrivò ad una inversione quasi pirandelliana delle parti e dei copioni, con gli antimafiosi a recitare l’antimafia con le parole dei mafiosi, contro lo scrittore che quell’antimafia e quelle parole aveva inventato.

Non penso che Sciascia sia stato incompreso. Fu onestamente e disonestamente avversato. E forse non poteva che essere così, in Italia, verso chi riteneva che la passione politica per la giustizia fosse parte della passione morale per il diritto, e che l’una non potesse prescindere dall’altra, né sopravviverle. In Italia succede in genere il contrario: è proprio per esigenze di “giustizia” (per lottare contro la mafia, il terrorismo, l’invasione straniera, la prostituzione, la droga…) che il diritto si fa storto, arbitrario, eccezionale e à la carte. E va bene così, fino a che questo veleno non ammorba anche gli “inquinatori”, che allora scoprono le virtù del garantismo e di Sciascia riscoprono un volto finalmente amico.  In un Paese in cui il “garantismo” e il “giustizialismo” sono metafore dell’ipocrisia nazionale, a Sciascia non sarebbe probabilmente dispiaciuto di finire assunto nel cielo della politica come patrono degli imputati e diavolo dei giudici.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “Il garantismo come metafora. Vent’anni fa Sciascia moriva da quaquaraquà dell’antimafia”

  1. ernesto ha detto:

    Bell’articolo complimenti. Pensare a Sciascia aiuta ad inquadrare la questione “garantismo-giustizialismo” in un’ottica più nobile di quella a cui saremmo portati leggendo la cronaca del 2009…

  2. PIETRO ha detto:

    l’eredità di leonardo sciascia

    Vengono compiuti vari tentativi di annessione della memoria di Leonardo
    Sciascia. I cattolici, con un articolo pubblicato dall’Avvenire di oggi, a firma di Vincenzo Arnone,
    descrivono Sciascia alla ricerca di una fede che in effetti non ebbe mai tranne che nella Ragione; i radicali lo ricordano come membro del loro gruppo parlamentare dove lo vollero nella Commissione Moro e come uomo di punta in tante battaglie per “una giustizia giusta”. In effetti Sciascia trovava congeniale i radicali nei tanti versanti dei diritti civili negati o calpestati, ma sono convinto che se ne sarebbe allontanato come a suo tempo si allontanò dal PCI. Il suo sentimento di giustizia era troppo profondo perchè continuasse un sodalizio con Pannella ed il suo Partito accettandone tutte le politiche. Non credo che avrebbe condiviso la posizione dei radicali per la spartizione della Jugoslavia e di acritico appoggio agli israeliani nella loro opera genocida del popolo palestinese nè credo che condividesse il liberismo radicale per cui i contratti di lavoro debbono essere individuali e trattati soltanto tra datore di lavoro e lavoratore. Si era allontanato dal PCI non condividendone la somiglianza di comportamenti della DC. Il compromesso storico, la teoria che con il 51% non si possa e non si debba governare, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua cultura ed intelligenza razionalista che rifiutava collaborazionismi che diventerebbero cappe di piombo e prigioni per
    la società civile. I suoi libri sono popolati da figure di monaci e di preti ma la fede nel cattolicesimo non c’entra per niente. Quando scrive di Monsignor Ficarra “Dalla parte degli infedeli”parla di un Vescovo originario di Canicattì e poi a Patti che nonostante il divieto di Pio XII e le ingiunzioni mafiose del Cardinale Ruffini sposava in chiesa i comunisti e non faceva da spalla alla DC nella sua diocesi. La figura dell’Abate Vella viene disegnata come quella di un leggendario falsario che si era improvvisato conoscitore della lingua araba fino al punto di inventarsi un testo per fare saltare in aria i privilegi feudali o frate Diego La Mattina che uccide l’Inquisitore che lo tiene prigioniero e pretende
    la confessione della sua eresia. Tutti i personaggi religiosi di Sciascia non c’entrano niente con la Fede
    e tutta la sua opera ne è assai distante. In Todo Modo lo sfondo è l’Istituzione Religiosa dove si consumano i delitti dei tre giorni di esercizi spirituali tra politici, banchieri, industriali. Istituzione come ricettacolo e sede del Potere e della sua malvagia logica di morte.
    Venti anni dopo la sua morte, la realtà ha travalicato di molto la sua visione pessimistica.
    La democrazia si è mostrificata e l’Italia è diventata un paese di gran lunga più incivile e malvagio di quanto non fosse durante la vita di Sciascia. Morì poco dopo il crollo del muro di Berlino
    che avrebbe salutato come fatto di liberazione e di libertà ma che, se fosse vissuto fino ai nostri giorni,avrebbe analizzato anche come il via libera ad una nuova fase di sfruttamento e di crudeltà sociali del capitalismo. In Italia stanno diventando famigerate le prigioni dove i detenuti vengono picchiati e molti di loro si uccidono. Ad oggi sono 65 dal primo gennaio di quest’anno. L’Italia si è dato leggi razziste che differenziano le pene a seconda del colore della pelle. Abbiamo un ministro
    che incita ad essere “cattivi” verso gli immigrati ed i poveri. I senza casa vengono schedati dalla polizia. I rom vengono allontanati dalle ruspe e dagli incendi dei loro miseri accampamenti. I giovani italiani, a milioni, vengono sfruttati con i mille sotterfugi della legge Biagi. Il Parlamento serve soltanto per votare, senza discutere, i decreti predisposti dal Padrone dello Stato che pretende per se di stare al disopra della Legge come gli antichi Faraoni. I deputati ed i senatori sono diventati Oligarchi con privilegi scandalosi.
    Venti anni dopo la sua morte tutto è degenerato e la società italiana è in avanzato stato di decomposizione. Si è realizzata nel peggiore dei modi la società asociale della signora Tatcher.
    Stamane, ho visto vicino casa mia una anziana signora frugare in un cassonetto di immondezze per prendervi un vecchio e moscio broccolo buttatovi dal fruttivendolo. Una signora vestita con decenza munita di un borsone con carrello con il quale (presumo) si fa il giro dei cassonetti della città.
    I mostri nascosti alla vista nel mistero del Potere al quale il nostro grande scrittore si è accostato tante volte
    sono in parte usciti allo scoperto. Al suo laico civilissimo ragionare oppongono la rozzezza brutale del “me ne frego” fascista. L’Italia di oggi è distantissima dalla civiltà della Ragione di cui Leonardo Sciascia era esponente. La Mafia è al potere.

    Pietro Ancona
    http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
    http://www.spazioamico.it

  3. Luca Cesana ha detto:

    Caro Carmelo, ottimo articolo, come sempre.
    Personalmente trovo abbastanza sgradevole, come fa qualcuno, parlare a nome di Sciasci dopo la sua scomparsa (avrebbe datto che, avrebbe fatto, ecc.): mi semobra più utile e rispettoso ricordare alcuni scritti dello stesso Sciascia che mi paiono di particolare attualità; l’ho fatto su Fb, mi permetto di siportarli anche su Libertiamo.

    “Domenica scorsa, prima che mi portassero il giornale “la Repubblica” con l’intervista al figlio del generale Dalla Chiesa, ho avuto molte telefonate che me la segnalavano e la commentavano. Tutti la dicevano ‘delirante’; e più di uno aggiunse: ‘cose dell’altro mondo’.
    Quando più tardi la lessi, constatai che era davvero delirante e che si dicevano cose dell’altro mondo – cioè, appunto, del mondo del delirio, della mania.
    E la mia prima reazione è stata quella di lasciar perdere. Ma a questa prima reazione ne è seguita altra, sollecitata dall’automatico affiorarmi alla memoria di una grande, emblematica frase del Don Chisciotte. Il delirio, le cose dell’altro mondo; ma Cervantes avverte che quando dalle cose che sembrano dell’altro mondo vengono dei ragli, è segno che sono di questo mondo. E l’intervista era quasi tutta un ragliare, un rabbioso ragliare di questo nostro mondo in cui più non si analizzano i fatti e non si discutono le opinioni.
    Ma lasciando da parte i ragli cui ovviamente non si può rispondere che ragliando, e ne sono del tutto incapace, c’è a tratti nell’intervista qualcosa che più inequivocabilmente dei ragli appartiene a questo mondo, o almeno a un settore di questo nostro mondo: ed è la menzogna, la menzognera diffamazione e calunnia, la fredda mascalzonata”…
    “Altra mascalzonata è la frase finale dell’intervista, quando il figlio del generale considera il mio articolo come possibile inizio di una controffensiva che si augura ‘si fermi alle parole’, insinuando che mi è stato – come dire? – commissionato dalla democrazia cristiana (e per lui la Dc è tout court la mafia) e che alle parole, alle mie parole!, possano seguire dei fatti. E soltanto un essere privo d’intelligenza e carico di abiezione-ambizione poteva arrivare a una simile insinuazione”.

    (L’Espresso, 6 marzo 1983)

    “Il comunicato del cosiddetto Coordinamento antimafia è la dimostrazione esatta che sulla lotta alla mafia va fondandosi o si è addirittura fondato un potere che non consente dubbio, dissenso, critica. Proprio come se fossimo all’anno 1927. Nel mio articolo di sabato 10 gennaio (NDR il famoso pezzo sui ‘professionisti dell’antimafia’), c’era in effetti soltanto un richiamo alle regole, alle leggi dello stato, alla Costituzione della repubblica: e questo cosiddetto Coordinamento – frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere – risponde con una violenza che rende più che attendibili le mie preoccupazioni, la mia denuncia.
    Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa avere un’opinione, nella loro vera immagine. Ed è chiaro che non da loro né da chi sta dietro a loro – e ne è riconoscibile (si dice per dire) lo stile – verrà una radicale lotta alla mafia”.

    (Corriere della Sera, 14 gennaio 1987)

    “Giampaolo Pansa sembra del tutto ignaro dell’esistenza del diritto. Degnamente egli si allinea sulle posizioni del Coordinamento antimafia di Palermo, e spara contro di me la sua brava raffica. Dice di non riconoscermi più, pirandelleggia sull’uno che sono stato e sul due che sono, sul due che si è messo contro l’uno.
    Con toni crepuscolari ricorda l’intervista che mi fece molti anni fa. E anch’io potrei dire di non riconoscere più l’umile cronista che allora cercava di capire in quest’uomo che ora crede di aver capito tutto, di poter giudicare chiunque.
    Non so se si è convinto di essere un padreterno; forse è più modesto, crede soltanto di stare scrivendo una specie di Divina Commedia: ma mi resta memorabile una sua “salita” (NDR Pansa all’epoca teneva una rubrica titolata più o meno “chi sale e chi scende”) in compagnia di uno degli istruttori del processo di Napoli; quello di Enzo Tortora, tanto per intenderci. Perché questo è il punto: Pansa è assolutamente refrattario all’idea del diritto. Forse nemmeno allora, quando mi ha intervistato, ha capito che contro la mafia io difendevo il diritto e la dignità umana, come oggi contro le storture dell’antimafia.
    Mi faccia “scendere” dunque, mi faccia “scendere”…”.

    (L’Espresso, 25 gennaio 1987)

    qualche piccola nota a margine

    – i brani che ho scelto mi appaiono quanto mai attuali: le scomuniche dei “portatori di Verità”, l’assoluto sprezzo del diritto, Pansa che è sempre più convinto di aver capito tutto, di poter giudicare chiunque. E continua a non capire un cazzo…
    – contenuti a parte (e quali contenuti!) sento profondamente l’assenza di un polemista dell’efficacia di Sciascia; di quella sublime penna, intinta nell’ironia, di quella lama affilata che “toccava” sempre il bersaglio con uno stile che resta inimitabile;
    noi ai quotidiani ragli non possiamo che replicare…ragliando

    Ancora grazie, Leonardo: di te non ci dimenticheremo.

  4. Carmelo Palma ha detto:

    Grazie Luca, i brani che hai postato sono molto illuminanti del processo a Sciasca in nome di Sciascia, che l’Antimafia professionistica intentò allo scrittore siciliano negli ultimi anni della sua vita.

    Tra le cose uscite in questo ultimo periodo, per la ricorrenza della morte, segnalo questa bellissima conversazione con la figlia Anna Maria, da La Stampa

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200911articoli/49511girata.asp

  5. Luca Cesana ha detto:

    Letta, Carmelo, veramente bella!

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