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Fine vita, la nostra epoca merita una legge seria

di Sergio Talamo, da Il Messaggero di venerdì 20 novembre 2009 – La vita di Eluana Englaro si spense  nel frastuono dei proclamatori  di verità assolute, contesa fra chi voleva  toglierle l’acqua e chi voleva dargliela  a forza, mentre i due orrendi partiti  si accusavano delle peggiori nefandezze.  “Nazisti”, gli uni agli altri, “torturatori”,  gli altri agli uni. Quel letto su cui  per 17 anni si era accumulato il dolore,  diventò il set di un film ideologico: i  sacerdoti del libero pensiero contro gli  ortodossi del dogma religioso. E meno  c’era pietà, più alta era la voce dei  contendenti. E meno c’era pietà, meno  qualcuno si preoccupava di rendere  dolce la morte ad un essere umano  che tanto aveva patito. Altro che disidratazione…  Ma la politica non è una  suora, così la fine fu certamente più  feroce dei 17 anni di non-vita.

Oggi non si parla più di una ragazza  che non può dire la sua. Si parla di  testamento biologico: cioè di una volontà  chiara, espressa da una persona  capace di intendere e di volere. Chissà  se nel Paese dei politici-ultras, almeno  sul tema della vita e della morte si  riuscirà a rispettare non tanto il libero  arbitrio del parlamentare ma più in  generale l’uomo e la stia dignità. Chissà  se, almeno questa volta, a Gianfranco  Fini sarà risparmiato l’oltraggio di  vedere in ogni sua parola una trappola  tesa al Pdl e al premier.  Il deputato “finiano” Benedetto  Dalla Vedova è il primo firmatario di   un testo attento, discreto, quasi delicato.  Con lui ci sono 40 parlamentari del  Pdl che non ci stanno a rendere l’Italia  il Paese dove lo Stato entra nel tuo  letto, ti impone farmaci e tubicini, ti  intima di fare tua una astratta moralità  fondata sulla sopravvivenza biologica.

Il disegno di legge Calabrò, che fu  varato dopo il caso Eluana, è un insieme  di regole scolpite nel marmo: assoluto  divieto di interrompere alimentazione  e idratazione artificiale e nessun  vincolo per il medico di tener conto  delle Dat (Dichiarazioni anticipate di  trattamento) rese dal malato. Dietro  queste norme c’è un concetto abnorme  di Stato e di autorità pubblica. Si  coglie una filosofia aggressiva che sceglie  di ignorare per legge ciò che un  uomo sente di se stesso, e di disprezzare  l’idea che tale uomo possa liberamente decidere fino a che punto la vita  meriti questo nome.
Nel testo Della Vedova tornano ad  affacciarsi le opinioni dei familiari e  dei medici, ma soprattutto del paziente.  Quindi si riconosce “il valore assoluto  e non disponibile del consenso o  del dissenso alle cure espresso dai  pazienti capaci”, mentre per chi è in  stato di incoscienza si lascia che la  decisione venga dal “rapporto fra i  familiari, gli eventuali rappresentanti  legali e i medici, tenendo conto delle  volontà precedentemente espresse dagli  interessati, nel rispetto dei principi  del codice di deontologia medica, delle  norme civili e penali`e del dettato  costituzionale”. Un investimento nel l’umanità di medici e familiari che ha  il difetto di lasciare che ogni caso  faccia storia a sé. Ma del resto, se la  persona non dice (o non ha detto in  passato) cosa desidera che accada del  suo corpo, il “caso per caso” resta la  via d’uscita più sensata.

Il testo Della Vedova dice anche  due “no” molto secchi: all’accanimento  terapeutico (e questo è implicito  nello spirito dell’intero provvedimento)  ed anche all’eutanasia. Qui è evidente  il compromesso: lasciare che il  paziente decida di fermare le cure, o  che decidano per lui familiari e medici,  confina molto con l’eutanasia, perlomeno  con quella passiva. Ma è anche  questo un esito inevitabile. In un  mondo di superuomini che rifiuta  l’idea stessa della morte, la parola  eutanasia sarà sempre una bestemmia.  Nessuno, tuttavia, potrà mai entrare  nel cuore dell’uomo che si arrende  al dolore e si affida a Dio, o ai suoi  sogni, o ai suoi ricordi; all’uomo che  ha respirato fino in fondo la vita e che  ad un certo punto sceglie di prendere  la mano della persona che ama e poi di  chiudere gli occhi. Chiamiamola eutanasia  o come vogliamo: è comunque  una pagina della dignità e della libertà  più profonde, quei sentimenti che in  noi sono come un’impronta dell’anima.  La nostra epoca non può rintanarsi  nell’anatema o nel divieto. La nostra  epoca merita una legge come questa.  Che la nostra politica ci risparmi l’ennesimo  retroscenismo sul “finiano”  che attacca il governo, e scelga una  legge all’altezza della civiltà.

@ 2009 Il Messaggero. Tutti i diritti riservati


2 Responses to “Fine vita, la nostra epoca merita una legge seria”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Speriamo non dover ascoltare ancora tanti IGNORANTI ISTITUZIONAL!!!!
    Il Medio Evo lasciamolo dov’è!

  2. michelangelo ha detto:

    Un vecchio saggio, duemila anni fa disse: conosci te stesso.
    Scienziati, e luminari del sapere dicono con umiltà: più studio e più si allargano i confini della mia ignoranza.
    Ciò che l’uomo non conosce, dico io, è la cosa più preziosa che ha: la mente profonda.
    E invece no.
    Arrivano Beppino Englaro, DeFanti, Veronesi, Marino, i radicali e illuminati da improvvisa sapienza conoscono se stessi, allargano i confini della loro conoscenza, conoscono la mente profonda e in barba a quel rincoglionito di Socrate stabiliscono con assoluta verità come, quando e dove si può uccidere un uomo. Per ora è toccato a Eluana col testamento biologico, domani potrà essere la volta di chiunque con l’eutanasia.
    E il libero arbitrio?
    E’ la scelta condizionata dalla logica del senso comune.
    La scelta vincente proviene dalla mente profonda, e per aprirla occorre trovare la chiave giusta.

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