– I libri scritti da uomini politici nella maggior parte dei casi hanno una chiara finalità politica, ovvero proporre una “narrazione” che concorra a delineare l’immagine del loro autore (solitamente un leader o aspirante tale) e ad affermarla e consolidarla nelle percezioni dell’opinione pubblica. Nel nostro paese questa tradizione non è molto sviluppata, i politici raccontano e si raccontano poco. Diversa è la situazione in un paese a noi vicino e per alcuni aspetti (culturali e storici) a noi simile, la Francia. Qui i volumi a firma di personaggi e leader politici abbondano ed hanno anche un buon successo di mercato. Tipica è anche la narrazione di “sé”. In altri termini, in questi scritti il politico racconta la propria esperienza esistenziale e politica collocandola all’interno di una più ampia narrazione, della vicenda del proprio paese e della propria visione della politica (diagnosi dell’oggi, soluzioni ai problemi, concezione della natura e delle finalità della politica), cercando di presentare la propria vicenda personale come coerente con le sue prospettive più generali e attribuendo ad essa anche un valore esemplificativo.

Anche il libro di Gianfranco Fini “ Il futuro della libertà”  propone una narrazione, ma in questo caso manca il racconto della propria vicenda personale. Il testo, nella forma di una lettera rivolta ai giovani nati nel 1989, propone una lettura del mondo contemporaneo e, in particolare, dell’Italia dei nostri giorni, con un’analisi dei problemi e quindi delle grandi sfide che ci troviamo oggi a fronteggiare e delle risposte che ad essi una politica consapevole ed anche rinnovata può fornire. Perché non arricchire queste riflessioni con il racconto del proprio percorso personale e intellettuale? Perché rinunciare a una strategia comunicativa – l’intreccio tra esperienza individuale e dimensione collettiva –  che può risultare estremamente efficace? Possiamo immaginare la risposta che a questo interrogativo sarebbero pronti a dare quanti si baloccano con l’idea del “compagno Fini”: tutta la sua storia interna all’Msi ed anche ad Alleanza Nazionale fino ad anni non troppo lontani non ha niente a che vedere con la visione laica, liberale, repubblicana (magari un po’ “comunista”, direbbero questi signori) proposta nel suo libro; per lui è meglio fingere di averla dimenticata, quella storia. In realtà non crediamo che nei mutamenti, seppur profondi, non si mantenga un’importante continuità: se Fini ha compiuto un certo percorso è perché il suo modo di porsi di fronte alle cose del mondo – più pragmatico che ideologico, più aperto al confronto con gli altri che chiuso in un soddisfatto compiacimento – glielo ha consentito. Crediamo anche nella sincerità della strada che ha intrapreso, percorsa per tappe ma senza arretramenti. Tuttavia, non ritenendo che la mancata narrazione della sua storia personale sia motivata da un imbarazzo verso il proprio passato, attendiamo il seguito del racconto finiano, perché quel percorso è importante per conoscere il “personaggio” Fini. Chi nella politica contemporanea e “presidenzializzata” si propone come leader non può esimersi dallo svelare fino in fondo quell’anima che si colloca nel sottile confine tra dimensione pubblica e privata (o forse intima) e sulla quale si fonda la personale “visione del mondo”.

Ma quella visione, è indubbio, emerge con chiarezza da “Il futuro della libertà”. Esso rivendica la nobiltà della “politica” come un’attività che può fare molto, anche se certo – e fortunatamente – non tutto. La prospettiva di Gianfranco Fini è quella di un politico di professione che crede nella possibilità di “governare, anticipare e indirizzare” i grandi cambiamenti, non subirli soltanto, che crede che la politica debba e possa avere una “visione strategica”. Per questo è critico verso un modo diffuso di concepire e fare la politica in Italia oggi, una politica che  “non dimostra la capacità di guardare a un orizzonte più ampio di quello dettato dall’agenda quotidiana”, che troppo spesso obbedisce a “riflessi pavloviani del ‘come eravamo’ e non alle visioni strategiche del ‘come saremo’”.  Ma la sua critica non è avanzata attraverso il registro linguistico dell’ “antipolitica”, quella retorica che in Italia contrappone una supposta migliore società civile ad una politica incapace, fannullona e corrotta. Essa, piuttosto, si fonda sul richiamo alla necessità di ridare forza e autonomia ad una politica che sia luogo di formazione per eccellenza dell’interesse comune. E in questo si coglie l’adesione ad una visione repubblicana e al tempo stesso liberale che coniuga l’idea di appartenenza alle diverse comunità – da quella nazionale a quelle più particolari –  e dell’importanza di una partecipazione politica fondata sull’etica della responsabilità con una concezione “universalistica” della cittadinanza e dei diritti. Il “particolare”, che costituisce una dimensione essenziale dell’esistenza di ognuno di noi, si pone in questo modo in un rapporto fecondo con l’ “universale”: “non devono essere, la famiglia, la valle, la regione e la nazione, rimedi all’ansia e rifugi ‘terapeutici’. Devono essere invece fattori di scambio, di confronto, di apertura, nella consapevolezza che nel particolare familiare o territoriale (…) si può scorgere un sentimento universale di fratellanza, perché tutti gli uomini hanno origini simili e tutti hanno diritto al rispetto per sé e per la propria identità”. E questa visione “aperta”, che unisce strettamente il sentimento nazionale alla democrazia e al carattere universale dei diritti, si traduce anche in una visione “laica” dello Stato e della politica, fondata sulla ragione, che ha come orizzonte i principi della libertà e della dignità e che concepisce il progresso come qualcosa in grado di “aumentare le opportunità dell’uomo”, di “accrescere le sue possibilità di scelta sulla propria vita e sul proprio futuro”; una visione laica che rifugge i dogmatismi e guarda “all’uomo nella concretezza delle sue aspirazioni, dei suoi bisogni e dei suoi drammi”.

La lunga “lettera” di Gianfranco Fini propone dunque una “visione politica” ed anche un “sogno”, un “sogno sognato collettivamente” che “non può che essere un sogno politico”, di una “società più prospera, più moderna, più giusta e più libera”. Mera retorica? Questo è il linguaggio dei grandi leader occidentali, necessario per mobilitare e coinvolgere l’opinione pubblica in vista della realizzazione di progetti di cambiamento e innovazione. Certo, non è il linguaggio che parla oggi un centrosinistra che ha perduto ogni spinta propulsiva e si sta richiudendo in posizioni di difesa e chiusura. Ma non è nemmeno il linguaggio di una parte dell’attuale centrodestra, che appare prigioniero dell’oggi e non sembra esente dalla critica rivolta da Fini alla politica italiana di avere perduto “troppi treni” “con le riforme e il rinnovamento”. E che di fronte alle grandi sfide del mondo contemporaneo (dalla globalizzazione alla bioetica) sembra ossessivamente tentato da soluzioni volte ad arginare una modernità vissuta con ansia e paura.

Sulle tante riflessioni proposte ne “Il futuro della libertà”, sulle diagnosi e le terapie,  si può o meno convenire, tuttavia è evidente che nel lungo ragionamento proposto dal Presidente della Camera vi è uno spirito nuovo. Si tratta di uno spirito profondamente diverso da quello che anima quella politica ferma, stagnante e chiusa in sé stessa che domina oggi in Italia e che trova ancora qualche guizzo, a sinistra e a destra, solo quando si fa antipolitica, anch’essa, però, ormai stanca e ripetitiva, non più credibile nemmeno come tale. Non vi è dubbio, sarebbe ipocrita negarlo, che Gianfranco Fini con questo scritto presenta un modo di concepire la politica e un modo di pensare la destra che si differenzia dal “berlusconismo”, che rimane, nella propria essenza, profondamente antipolitico. Intendiamoci, l’antipolitica berlusconiana ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento di questo paese: non possiamo neanche immaginare che cosa sarebbe stato dell’Italia se Berlusconi non fosse sceso in campo nel ’94 per colmare quell’enorme vuoto politico prodotto dal crollo della Prima Repubblica; la sua apparizione ha rivoluzionato la competizione partitica rendendola bipolare e ha rinnovato in profondità la comunicazione e il linguaggio politici, rendendoli più “moderni”, più capaci di parlare  direttamente all’opinione pubblica, dopo una pluridecennale stagione di una politica dominata dalle oligarchie partitiche abituate a parlare principalmente tra loro. Eppure, come ha osservato ad esempio Donatella Campus, Berlusconi non ha saputo portare fino in fondo la sua rivoluzione, non ne ha consolidato le acquisizioni, rinunciando a porre al centro della sua agenda politica una profonda riforma delle istituzioni e – aggiungiamo noi – a costruire una partito politico davvero in grado di sopravvivergli. Forse questo era inevitabile, a causa di una sua, ripetutamente rivendicata, estraneità alla politica che però ha finito con il costringerlo dentro a logiche di compromesso e mediazione che richiamano alla memoria le dinamiche della prima Repubblica. Per questi motivi  “tornare alla politica” con la P maiuscola appare oggi necessario, proprio anche per consolidare i pochi ma importanti risultati di questi ultimi quindici anni e per ridare fiato ad un paese che la debolezza della politica sta lentamente uccidendo. Gianfranco Fini, forse, sta indicando una strada possibile per farlo.

Naturalmente, tornando al suo libro,  rimaniamo in attesa della seconda puntata. Chi si propone come leader politico oltre a raccontare il proprio “sogno”, oltre a delineare l’immagine del “mondo che vorrebbe”, deve anche raccontare sé stesso, perché è in questo modo che può avvicinare a sé un’opinione pubblica sempre più disillusa e che mai come ora ha necessità di una nuova identificazione. Un sogno collettivo altro non è che un sogno condiviso da individui che si riconoscono in una “comunità immaginata” e chi aspira a un ruolo di guida deve convincere di appartenere, con le proprie idee ma anche con la propria esperienza di vita, a quella comunità.  La leadership è anche esempio.