‘Il futuro della libertà’ e il ritorno alla Politica: una lettura del libro di Gianfranco Fini

– I libri scritti da uomini politici nella maggior parte dei casi hanno una chiara finalità politica, ovvero proporre una “narrazione” che concorra a delineare l’immagine del loro autore (solitamente un leader o aspirante tale) e ad affermarla e consolidarla nelle percezioni dell’opinione pubblica. Nel nostro paese questa tradizione non è molto sviluppata, i politici raccontano e si raccontano poco. Diversa è la situazione in un paese a noi vicino e per alcuni aspetti (culturali e storici) a noi simile, la Francia. Qui i volumi a firma di personaggi e leader politici abbondano ed hanno anche un buon successo di mercato. Tipica è anche la narrazione di “sé”. In altri termini, in questi scritti il politico racconta la propria esperienza esistenziale e politica collocandola all’interno di una più ampia narrazione, della vicenda del proprio paese e della propria visione della politica (diagnosi dell’oggi, soluzioni ai problemi, concezione della natura e delle finalità della politica), cercando di presentare la propria vicenda personale come coerente con le sue prospettive più generali e attribuendo ad essa anche un valore esemplificativo.

Anche il libro di Gianfranco Fini “ Il futuro della libertà”  propone una narrazione, ma in questo caso manca il racconto della propria vicenda personale. Il testo, nella forma di una lettera rivolta ai giovani nati nel 1989, propone una lettura del mondo contemporaneo e, in particolare, dell’Italia dei nostri giorni, con un’analisi dei problemi e quindi delle grandi sfide che ci troviamo oggi a fronteggiare e delle risposte che ad essi una politica consapevole ed anche rinnovata può fornire. Perché non arricchire queste riflessioni con il racconto del proprio percorso personale e intellettuale? Perché rinunciare a una strategia comunicativa – l’intreccio tra esperienza individuale e dimensione collettiva –  che può risultare estremamente efficace? Possiamo immaginare la risposta che a questo interrogativo sarebbero pronti a dare quanti si baloccano con l’idea del “compagno Fini”: tutta la sua storia interna all’Msi ed anche ad Alleanza Nazionale fino ad anni non troppo lontani non ha niente a che vedere con la visione laica, liberale, repubblicana (magari un po’ “comunista”, direbbero questi signori) proposta nel suo libro; per lui è meglio fingere di averla dimenticata, quella storia. In realtà non crediamo che nei mutamenti, seppur profondi, non si mantenga un’importante continuità: se Fini ha compiuto un certo percorso è perché il suo modo di porsi di fronte alle cose del mondo – più pragmatico che ideologico, più aperto al confronto con gli altri che chiuso in un soddisfatto compiacimento – glielo ha consentito. Crediamo anche nella sincerità della strada che ha intrapreso, percorsa per tappe ma senza arretramenti. Tuttavia, non ritenendo che la mancata narrazione della sua storia personale sia motivata da un imbarazzo verso il proprio passato, attendiamo il seguito del racconto finiano, perché quel percorso è importante per conoscere il “personaggio” Fini. Chi nella politica contemporanea e “presidenzializzata” si propone come leader non può esimersi dallo svelare fino in fondo quell’anima che si colloca nel sottile confine tra dimensione pubblica e privata (o forse intima) e sulla quale si fonda la personale “visione del mondo”.

Ma quella visione, è indubbio, emerge con chiarezza da “Il futuro della libertà”. Esso rivendica la nobiltà della “politica” come un’attività che può fare molto, anche se certo – e fortunatamente – non tutto. La prospettiva di Gianfranco Fini è quella di un politico di professione che crede nella possibilità di “governare, anticipare e indirizzare” i grandi cambiamenti, non subirli soltanto, che crede che la politica debba e possa avere una “visione strategica”. Per questo è critico verso un modo diffuso di concepire e fare la politica in Italia oggi, una politica che  “non dimostra la capacità di guardare a un orizzonte più ampio di quello dettato dall’agenda quotidiana”, che troppo spesso obbedisce a “riflessi pavloviani del ‘come eravamo’ e non alle visioni strategiche del ‘come saremo’”.  Ma la sua critica non è avanzata attraverso il registro linguistico dell’ “antipolitica”, quella retorica che in Italia contrappone una supposta migliore società civile ad una politica incapace, fannullona e corrotta. Essa, piuttosto, si fonda sul richiamo alla necessità di ridare forza e autonomia ad una politica che sia luogo di formazione per eccellenza dell’interesse comune. E in questo si coglie l’adesione ad una visione repubblicana e al tempo stesso liberale che coniuga l’idea di appartenenza alle diverse comunità – da quella nazionale a quelle più particolari –  e dell’importanza di una partecipazione politica fondata sull’etica della responsabilità con una concezione “universalistica” della cittadinanza e dei diritti. Il “particolare”, che costituisce una dimensione essenziale dell’esistenza di ognuno di noi, si pone in questo modo in un rapporto fecondo con l’ “universale”: “non devono essere, la famiglia, la valle, la regione e la nazione, rimedi all’ansia e rifugi ‘terapeutici’. Devono essere invece fattori di scambio, di confronto, di apertura, nella consapevolezza che nel particolare familiare o territoriale (…) si può scorgere un sentimento universale di fratellanza, perché tutti gli uomini hanno origini simili e tutti hanno diritto al rispetto per sé e per la propria identità”. E questa visione “aperta”, che unisce strettamente il sentimento nazionale alla democrazia e al carattere universale dei diritti, si traduce anche in una visione “laica” dello Stato e della politica, fondata sulla ragione, che ha come orizzonte i principi della libertà e della dignità e che concepisce il progresso come qualcosa in grado di “aumentare le opportunità dell’uomo”, di “accrescere le sue possibilità di scelta sulla propria vita e sul proprio futuro”; una visione laica che rifugge i dogmatismi e guarda “all’uomo nella concretezza delle sue aspirazioni, dei suoi bisogni e dei suoi drammi”.

La lunga “lettera” di Gianfranco Fini propone dunque una “visione politica” ed anche un “sogno”, un “sogno sognato collettivamente” che “non può che essere un sogno politico”, di una “società più prospera, più moderna, più giusta e più libera”. Mera retorica? Questo è il linguaggio dei grandi leader occidentali, necessario per mobilitare e coinvolgere l’opinione pubblica in vista della realizzazione di progetti di cambiamento e innovazione. Certo, non è il linguaggio che parla oggi un centrosinistra che ha perduto ogni spinta propulsiva e si sta richiudendo in posizioni di difesa e chiusura. Ma non è nemmeno il linguaggio di una parte dell’attuale centrodestra, che appare prigioniero dell’oggi e non sembra esente dalla critica rivolta da Fini alla politica italiana di avere perduto “troppi treni” “con le riforme e il rinnovamento”. E che di fronte alle grandi sfide del mondo contemporaneo (dalla globalizzazione alla bioetica) sembra ossessivamente tentato da soluzioni volte ad arginare una modernità vissuta con ansia e paura.

Sulle tante riflessioni proposte ne “Il futuro della libertà”, sulle diagnosi e le terapie,  si può o meno convenire, tuttavia è evidente che nel lungo ragionamento proposto dal Presidente della Camera vi è uno spirito nuovo. Si tratta di uno spirito profondamente diverso da quello che anima quella politica ferma, stagnante e chiusa in sé stessa che domina oggi in Italia e che trova ancora qualche guizzo, a sinistra e a destra, solo quando si fa antipolitica, anch’essa, però, ormai stanca e ripetitiva, non più credibile nemmeno come tale. Non vi è dubbio, sarebbe ipocrita negarlo, che Gianfranco Fini con questo scritto presenta un modo di concepire la politica e un modo di pensare la destra che si differenzia dal “berlusconismo”, che rimane, nella propria essenza, profondamente antipolitico. Intendiamoci, l’antipolitica berlusconiana ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento di questo paese: non possiamo neanche immaginare che cosa sarebbe stato dell’Italia se Berlusconi non fosse sceso in campo nel ’94 per colmare quell’enorme vuoto politico prodotto dal crollo della Prima Repubblica; la sua apparizione ha rivoluzionato la competizione partitica rendendola bipolare e ha rinnovato in profondità la comunicazione e il linguaggio politici, rendendoli più “moderni”, più capaci di parlare  direttamente all’opinione pubblica, dopo una pluridecennale stagione di una politica dominata dalle oligarchie partitiche abituate a parlare principalmente tra loro. Eppure, come ha osservato ad esempio Donatella Campus, Berlusconi non ha saputo portare fino in fondo la sua rivoluzione, non ne ha consolidato le acquisizioni, rinunciando a porre al centro della sua agenda politica una profonda riforma delle istituzioni e – aggiungiamo noi – a costruire una partito politico davvero in grado di sopravvivergli. Forse questo era inevitabile, a causa di una sua, ripetutamente rivendicata, estraneità alla politica che però ha finito con il costringerlo dentro a logiche di compromesso e mediazione che richiamano alla memoria le dinamiche della prima Repubblica. Per questi motivi  “tornare alla politica” con la P maiuscola appare oggi necessario, proprio anche per consolidare i pochi ma importanti risultati di questi ultimi quindici anni e per ridare fiato ad un paese che la debolezza della politica sta lentamente uccidendo. Gianfranco Fini, forse, sta indicando una strada possibile per farlo.

Naturalmente, tornando al suo libro,  rimaniamo in attesa della seconda puntata. Chi si propone come leader politico oltre a raccontare il proprio “sogno”, oltre a delineare l’immagine del “mondo che vorrebbe”, deve anche raccontare sé stesso, perché è in questo modo che può avvicinare a sé un’opinione pubblica sempre più disillusa e che mai come ora ha necessità di una nuova identificazione. Un sogno collettivo altro non è che un sogno condiviso da individui che si riconoscono in una “comunità immaginata” e chi aspira a un ruolo di guida deve convincere di appartenere, con le proprie idee ma anche con la propria esperienza di vita, a quella comunità.  La leadership è anche esempio.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

22 Responses to “‘Il futuro della libertà’ e il ritorno alla Politica: una lettura del libro di Gianfranco Fini”

  1. Camminando Scalzi ha detto:

    Non vi preoccupate ragazzi, abbiamo il nuovo capo dell’opposizione:
    il compagno Gianfranco Fini

    http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/compagno-fini.html

  2. Fabio ha detto:

    Non è questione di “compagno” o “non compagno”, ma di autorevolezza, che è benaltro dall’autorità (bisogna che anche a dx ne parliamo di più. Complimenti Sofia per l’articolo.

  3. bagnascus ha detto:

    Che veramente Fini possa aspirare a pontificare sul “futuro delLa Liberta” ?sembra veramente paradossale da parte di un ex fascista che voglia insegnare il liberalismo ..significa che siamo veramente ridotti male.. Se davvero volessimo gurdare a sinistra su certi temi dovremmo invece riconoscere ch le vere tematiche liberali sono espresse da un liberale autentico quale Marco Pannella,e che le imitazioni sono sempre peggiori del vero originale ..al massimo Fini può aspirare a fare il Sarkozy de noiantri..

  4. Luca Cesana ha detto:

    Bene, da adepto del “non l’ho visto e non mi piace” del libro di Fini mi sento di affermare non l’ho (ancora) letto ma mi piace…
    Poi vi confesso la mia titubanza nell’intervenire dopo aver letto l’ennesima idiozia sul “compagno” Fini.
    E’ una definizione sciocca quanto stucchevole.
    Che si intende per “compagno”? Il termine in se non mi infastidisce avendo un lungo passato di militanza radicale (ai tempi ci si chiamava compagni).
    Se si vuole significare quello che si vuole significare, ovvero una trasmutazione (in malafede, ca ca sans dire) finiana in direzione sinistrorsa restano due possibilità.
    Una risposta seria ricordando a costoro che le posizioni espresse dal Presidente Fini altro non sono che quelle di tutti i partiti di centro-destra europei (da Aznar a Sarko, dalla Merkell a Cameron) o una replica che mi sorge spontanea: bastaaaaa, per favore basta!
    Volete un cdx zerbino dei diktat d’Oltretevere) Bene, tenetevelo; noi liberali faremo altro.
    Continuate pure a trastullarvi con le canzoncine su Silvio (meno male che c’è o il capolavoro di kitch involontario su “la pace può” e via canticchiando)

  5. gda ha detto:

    complimenti a sofia ventura per l’articolo e a fini per il libro, ma ancora, e soprattuto, complimenti a luca cesana per la risposta all’affermazione, lui la chiama idiozia, io, se non volessi evitare di essere sgarbato la chiamerei str…, sul compagno fini;
    e mi accodo al punto di vista, noi liberali (per davvero) non ne possiamo più, ci siamo tenuti anni di una politica dalle forme spesso imbarazzanti nella speranza di un contenuto (la “Rivoluzione Liberale”) sempre promessa e mai portata avanti; ebbene, se si è abdicato anche all’ideale, al mero sogno, bè, dite a berlusconi che, per citare un compagno (vero stavolta) “noi non ci saremo”
    Giancarlo

  6. A chi, se non all’onorevole Fini, meglio s’attaglierebbe quel “bello di fama e di sventura”, di foscoliana memoria (in “A Zacinto”, che ricorderete, fin dai banchi del liceo…)?
    I miei complimenti vivissimi e sentiti:
    1) All’onorevole Fini, per la straordinaria “capacità & velocità evolutive” dimostrate in questi ultimi 15 anni. Per la sua bravura, il suo equilibrio sobrio & dinamico, la sua serietà, affidabilità, onestà intellettuale e, perché no, in questo nostro mondo politico ormai popolato da squallidi “superuomini” da “il bar sport sotto casa”, qualunquisti e mediocri – udite, udite – arrivo a dire: umiltà. Qualità rara, ai giorni nostri “iperbolici”. E tanto più preziosa!
    2) All’autrice, Sofia Ventura, per lo splendido, lucido e coraggioso articolo, che mi trova completamente d’accordo! Fatta salva quell’ansia di conoscenza della vita privata del noto leader, alla quale invece, io, come lui, non attribuisco poi tutta questa grande importanza, urgenza, necessità. Spero non me ne voglia, per questo, che, per me, non è che un dettaglio di non troppa importanza…
    3) All’utente “Camminando Scalzi”, per la segnalazione dell’ottimo articolo dell’utente “griso”, da lui linkato nel suo commento. Cliccate il link, per andare a leggervelo sulla “blogzine” omonima dell’utante che ringraziamo qui: vale la pena.
    4) All’utente “griso”, per averlo scritto e pubblicato sulla blogzine di cui sopra, al punto (3).

  7. ZulieOfficial ha detto:

    Bene, se Fini è un “compagno”, allora lo sono anch’io…e anke Sarkozy e Cameron, il gruppo parlamentare del PPE, Rudy Giuliani, Schwartzenegger, ecc.

    Crescete, bambocci liberogiornalati…

  8. stranamore ha detto:

    Per due motivi non ho letto il libro di Fini. Primo: mi sembra ridicolo che si debba pagare per sapere cosa pensa un politico. Secondo: è probabile che sia una perdita di tempo come quando lo si ascolta quando parla: belle parole di principio ma contenuto pratico pressochè nullo. E la nostra ossequiosa apologeta di turno, la Sofia Ventura, non manca di confermare le mie supposizioni. “Una politica che sappia governare, anticipare e indirizzare.” Ma chi non è d’accordo su questo, mamma mia? Il problema è che su questi cardini girava anche l’Unione Sovietica di Stalin. La cosa importante è sapere come il caro Fini avrebbe intenzione di mettere in pratica questi principi. Le azioni concrete. Anche il caro Prodi aveva una visione strategica e la metteva in pratica. Alzava le tasse alla gente, facendo favori a confindustria, conducendo l’Italia su un sentiero di declino e povertà. Il fatto che fini vada a braccetto con Montezemolo non depone certo a favore. Il fatto poi che Fini sostenga una candidatura di una sindacalista come la Polverini dice ancora di più sull’indirizzo del caro Fini. Un conto sono le dichiarazioni di principio. Un altro sono i fatti. E i fatti dicono che Fini si ritrova in armonia con gli stessi personaggi che hanno tratto vantaggio da una sinistra clientelare. Passi anche Montezemolo, ma la Polverini! Una sindacalista nella peggiore tradizione della Cgil. Una che per suo stesso dire odia il liberismo. Una che fa finta di non vedere gli sprechi che alimentano i parassiti del sindacato e che poi chiede di tassare i risparmi della gente comune per poter abbassare le tasse alle aziende del De Benedetti. Altro che liberismo! Un conto sono le parole di Fini. Ben altro paio di maniche ne sono le azioni.

  9. Sofia Ventura ha detto:

    Per Alessandro: grazie delle belle parole, per quanto riguarda “la vita privata”, non è tanto quella che mi interessa, quanto il percorso personale (che è fatto di privato che si intreccia con la tensione verso la dimensione pubblica); credo inoltre che dal punto di vista dell’efficacia della comunicazione si tratti di un passaggio importante.

    Per Stranamore: “ossequiosa apologeta di turno”, beh, non è mio costume né essere ossequiosa, né indugiare in apologie, semplicemente accade che, da liberale quale sono e sono sempre stata, io guardi con grande interesse all’evoluzione politico-intellettuale di Fini e mi trovi in sintonia con buona parte delle sue posizioni e del suo approccio liberal-gollista. Quando non sono stata d’accordo con sue dichiarazioni l’ho detto ( articolo sulla laicità positiva su ffwebmagazine.it e articolo su ora di islam a scuola sempre sul magazine di ff e su libertiamo)

  10. stranamore ha detto:

    Va bene. Sia pure che non ci sia nè ossequio, nè apologia. In fondo perchè no? Cara Sofia, puoi ben avere il diritto di condividere lo scritto di Fini senza che qualche stranamore venga a fare illazioni sui tuoi allinementi. Però Fini mi sembra abbia alcune contraddizioni. Inoltre non credo affatto che Fini sia un politico umile. Lo stesso fatto di rivendicare una linea strategica in politica denota tutt’altro che umiltà. Attenzione però. Spesso sono proprio gli ipocriti come Prodi e i sindacati che tirano in ballo grandi visioni e progettualità per giustificare scelte invise alla gente e che finiscono per essere utili solo ad alcune clientele. E Fini come lo collochiamo? Mah. Certo se la progettualità di Fini prevede di trasformare l’Italia nella Svizzera, allora tanto di cappello. Ma se invece prevede la gestione del potere per soddisfare sindacati e baroni di confindustria all’insegna della visione di insieme, beh allora meglio la semplice gestione del contingente.

  11. Luca Cesana ha detto:

    dunque, ieri notte ho letto una buona metà del testo di Fini e posso passare dal “non l’ho letto ma mi piace” a un “ne ho letto una parte e mi piace”…
    un paio di osservazioni a caldo:
    – è evidente che il libro Fini lo ha scritto e non si è limitato a firmarlo;
    – mi fanno molto piacere alcuni passaggi su un tema sul quale io stesso, apologeta, ossequioso e così via, avevo alcuni dubbi.
    Sì, Fini è diventato laico, liberale … ma sui temi economici, e sui temi economici resta “destra sociale”; non è così: nel suo libro parla di rischio come componente essenziale della libertà di impresa, di un welfare non più assistenziale ma di un “welfare delle possibilità”; cita Popper, Harendt, Boeri, Stuart Mill, Furet, Lester Thurow e Arthur Koestler. Non mi pare poco.
    – ah, dimenticavo, sul comunismo il “compagno” Fini scrive, per esempio, “Così rispondeva Lenin a chi gli chiedeva il perchè della violenza scatenata dai bolscevichi: ‘per fare una frittata occorre rompere delle uova’. La frittata (della rivoluzione) non è riuscita. Quand’anche fosse riuscita, non avrebbe meritato il sacrificio di un solo uovo. E furono milioni gli esseri umani sacrificati a un delirio di cui l’umanità proverà per sempre vergogna”.
    Compagno Fini? Bene, compagni tutti!

  12. giorgio ha detto:

    E’ incredibile questa passione che ha preso gli ex radicali per il Gainfranco Fini..SEntir dire da una liberal radicale che si sente vicino a Fini e al suo approccio liberal-gollista (quando conosciamo tuttila concezione pesante e autoritaria dello stato che il gollismo ha avuto,il colbertismo,ecc)
    non basta dare segni di laicità per essere apprezzati..A parte le stupidaggini sul “compagno Fini” che ovviamnete sono altrettanto ridicole io rifletterei di più prima di esaltarsi di fronte alle conversioni di un politico che viene dalla triade “dio Patria Famiglia” e che non può certo essere definito libertario.

  13. Sofia Ventura ha detto:

    Giorgio: “liberal-gollista”, sì, forse un po’ forte, preferisci approccio liberal-repubblicano? Vada liberal-repubblicano. Il punto è che condivido quella riflessione sulla dimensione pubblica e statale che è propria dei liberali francesi e che costituisce un riferimento – a me pare – nella visione di Fini. Poi, qui nessuno si esalta, si cerca di capire quali possano essere i compagni di strada per cercare di fare qualcosa di buono in questo paese. “Fini non è libertario” …. beh, rispetto al nocciolo duro dei berluscones … parliamone! Fini, comunque, parla il linguaggio dei diritti individuali, buona parte di quelli che sono al governo ora quello della “Comunità” … e tanto mi basta.

  14. Scusa, Giorgio, ma che colpa ne abbiamo, noi radicali (altro che “ex”: pure Pannella, sotto-sotto…), se Fini, piano-piano, è venuto sempre più verso le nostre idee?
    Cosa dovremmo fare, rivendicare il “copywright” e fargli causa, secondo te?
    Oppure, siccome in passato così non era, tenergli il muso, respingerlo, o cos’altro…?
    Noi, che non siamo ipocriti, e non viviamo per l’immagine, la “coerenza politica formale”, l’ideologia (non è mai esistita, un’ideologia radicale: siamo pragmatico-empiristi), lo applaudiamo, e come! Facciamo male? Ci siamo abituati, non ti preoccupare… *_^

    @stranamore: se non è (intellettualmente) umile chi è capace di cambiare le proprie idee IN PUBBLICO…che cos’è, allora, l’umiltà? Poi, d’accordo, ha progetti politici ambiziosi, ma si dà il caso che sia proprio questo il lavoro che è pagato per fare…

  15. giorgio ha detto:

    Vorrei far presente che le posizioni di Fini sul problema delle tossicodipendenze sono sempre stati agli antipodi di quelli radicali..
    Per carita Pannella mi ha sempre stupito per la sua grande “open mind” e quindi trovo giusto che ci sia interesse verso chi si avvicina a certe sue posizioni.Però radicali gollisti in Francia sono spesso stati su versanti opposti..
    Forse io sono troppo legato allaconcezione leibniziana del ..natura non facit saltus..

  16. stranamore ha detto:

    Caro alessandro, secondo me un politico è tenuto a rispettare i propri elettori e a operare secondo quanto questi desiderano e in genere questo significa seguire un programma. Non è pagato per imporre alla sua base elettorale idee che non le appartengono. Non è pagato per scavalcare i desiderata dei suoi elettori facendo leggi che seguono le sue nuove idee elaborate nell’ambito di una ristretta cerchia. Perchè Berlusconi ha vinto? Berlusconi con Tremonti hanno promesso molto poco agli elettori nell’ultima campagna elettorale. Una cosa sola ha fatto la differenza con la sinistra: l’impegno a non alzare le tasse e eventualmente ad abbassarle. In aggiunta possiamo metterci la lotta all’immigrazione clandestina. Questa è bastato a vincere contro un governo come quello di Prodi che prendeva in giro i cittadini con nuove tasse per gonfiare le tasse di confindustria. Fini vuole proporre temi aggiuntivi a questo programma? Bene. Ma prima convinca i suoi stessi elettori. Cosa fa invece il nostro? Crea solo tensioni nella maggioranza e definisce stronzi molti di coloro che l’hanno votato. Francamente un politico non viene pagato per questo. Fini non è affatto umile perchè vuole imporre sulla testa dei propri elettori le sue idee, senza convincerli prima: Fini è tanto umile quanto lo sono stati Prodi e la sinistra. Non solo questo: Fini è anche spregiudicato. Oggi presenta idee liberali e magari anche liberiste. Ma poi cosa fa? Propone candidati come la Polverini che sono la quintessenza del più becero corporativismo sindacale. La Polverini stessa dichiara di disprezzare il liberismo. Fini è incoerente e spregiudicato. E secondo me Fini è anche fondamentalmente stupido perchè non capisce che così facendo si fa odiare dalla sua stessa base elettorale.

  17. bagnascus ha detto:

    non vorrei essere frainteso …la mia non è la solita e trita polemica della destra contro il “compagno Fini” é che io non vedo in quest’uomo il rapresentatnte del nuovo liberalismo e poi quale parte del suo elettorato può avere dietro ?
    I veri liberal radicali dovrebbero semmai raccogliersi su una figura come quella di Antonio Martino,un vero liberista-libertario..altro che Fini…

  18. @stranamore: forse, stiamo parlando di 2 persone diverse:
    – Tu, di Fini, deputato a Montecitorio.
    – Io, di Fini Presidente della Camera dei deputati di tutto il popolo italiano, e non solo dei suoi elettori.
    Sbaglio?

  19. genovese ha detto:

    sono d’accordo con bagnascus uno dei finiani doc è Fabio Granata uno che si definisce “fascista di sinistra” che bella compagnia che vi siete scelti !

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