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Fisco, crescita e riforme: l’effetto annuncio non basta più

– L’azione governativa in politica economica sembra purtroppo essere caratterizzata da una costante: gli annunci i cui effetti si sciolgono rapidamente, come neve al sole della realtà. E dietro a questi annunci si materializza il mulinare impazzito dei media, che rilanciano ossessivamente il proclama di turno, senza porsi il problema di analizzare cause ed effetti. A ruota di questo ormai collaudato schema si schierano buone ultime quelle frange di opinione pubblica che hanno deciso di proseguire la contrapposizione ormai stucchevole tra tifoserie.

Pare ormai passata un’era geologica dall’annuncio del premier (forse il quindicesimo o ventesimo, negli ultimi dieci anni) della progressiva riduzione dell’Irap “fino alla sua completa abolizione”. Dopo alcuni giorni di furiosi quanto sterili dibattiti, che in alcuni casi hanno però avuto il merito di evidenziare che l’abolizione dell’Irap non avrebbe schiuso al paese le porte del paradiso, il tema è stato accuratamente riposto nel cassetto, ove riposa da anni. Questa sembra essere la costante non solo dell’attuale e della precedente edizione del governo di centrodestra, ma più in generale dei governi italiani nell’era della crisi fiscale del paese. E’ il famoso “vorrei ma non posso”, che segna questa fase del declino italiano.

Ricorderete la legislazione 2001-2006, quella in cui l’allora Polo e non ancora Popolo delle Libertà stava perseguendo l’obiettivo di rilanciare la crescita attraverso tagli d’imposta. Ma ahimé, ogni capitolo di spesa si trasformava rapidamente in un muro di cemento armato, malgrado la mistica del taglio della leggendaria “spesa pubblica improduttiva”, che è poi sempre quella di altre corporazioni. Motivo per cui il ministro dell’Economia, non prima di aver dato per anni la colpa della non-crescita italiana all’11 settembre (tesi infine abbandonata nel 2005), procedette ad un taglio di un punto delle aliquote Irpef, compensato andreottianamente da rincari delle marche da bollo. Una curva di Laffer all’amatriciana, di quelle che solo noi italiani (essendo ormai venuto meno il contributo del Sudamerica alle follie di politica economica) riusciamo a cucinare. Anche in quella legislatura, come oggi, era previsto un “dopo”: dopo la crisi dell’attacco alle Torri gemelle il nostro paese sarebbe ripartito, più bello e più forte che pria. Così non fu, come sappiamo.

Poi venne la sciagurata legislatura prodiana del 2006-2008, che riuscì a sprecare la maggiore espansione dell’economia mondiale da decenni. Pur se viziata da bolle di ogni genere, quella crescita fu accortamente capitalizzata da paesi quali la Germania e dalla sua manifattura. Noi riuscimmo solo ad arrancare perdendo posizioni relative, anche se la cosa venne mascherata dalla vigorosa crescita globale. Quando la marea sale, anche i relitti galleggiano.

Oggi siamo tornati a quello stesso schema, attendendo un rassicurante “dopo” che mai arriverà, ma con assai meno tempo a disposizione. Il sistema-paese è sfibrato, le infrastrutture (soprattutto quelle istituzionali) sono drammaticamente inadeguate. E il governo pare perseguire solo una politica degli annunci che, per motivi inspiegabili, non sembra aver ancora causato irritazione visibile nell’elettorato. Ma soprattutto è lo stop and go di annunci e ripensamenti che lascia sconcertati. Anche sul piano qualitativo, si preferisce una cattedrale nel deserto come il ponte sullo Stretto (e in questa fase parliamo solo dell’esborso relativo alla progettazione, non ad un vero volano di crescita) ad altri investimenti, più rapidamente cantierabili e soprattutto mirati ad innalzare la produttività totale dei fattori, quali la banda larga, che peraltro da noi nascerebbe già vecchia. Il tutto in una sarabanda di annunci e smentite che si susseguono nel giro di poche ore, e che hanno creato una nuova disciplina olimpionica, il “lancio dell’Ansa”.

Questa coazione a ripetere è il prodotto della crisi fiscale del paese, e della sua incapacità a crescere. La torta è sempre più piccola, le contraddizioni si accumulano e le tensioni esplodono. Quello che manca all’Italia è una strategia di crescita strutturale, mentre ciò che abbonda è una strategia low cost, retorica e demagogica (una vera e propria bolla) di ricerca del consenso, perseguita anche attraverso la creazione di figure di “nemici” interni e “quinte colonne”, in una rappresentazione simbolica anch’essa reiterata, come avvenne nel 2001-2006 con la presenza dell’Udc nella maggioranza. A tale strategia del consenso è pure strumentale la surreale sequela di dichiarazioni di “missione compiuta”, che riesce a spacciare come taglio d’imposta un inutile rinvio di tassazione, contando non è chiaro se sull’ignoranza o sulla distrazione dei cittadini, impegnati a portarsi a casa di che vivere.

E così, dietro al mantra dei “conti pubblici messi in sicurezza” si cela l’abituale pratica dei “tagli lineari” alle voci di bilancio, che lascia un paese sfinito e drogato da quegli stessi dibattiti ideologici sul “nemico” che servivano a cementare i regimi dell’Est, fin quando la crisi economica non ne ha causato l’implosione. Ed il teatrino di fine anno della legge finanziaria è tornato per vendicarsi.

Per tentare di alzare produttività e crescita, oltre più in generale il rendimento del sistema-paese, occorre smettere di “pensare al margine”, cioè uscire dai vincoli attuali, fatti di corporativismo intangibile. In questo tutti i governi italiani degli ultimi quindici anni hanno clamorosamente fallito. Ora potremmo essere alla svolta, ma in negativo: una “ripresa” fatta di crescita insufficiente per riassorbire la disoccupazione e tenere insieme i conti dello stato. E’ questo lo scenario col quale potremmo misurarci in un futuro molto prossimo. E allora gli annunci saranno ancor più inutili di oggi.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

3 Responses to “Fisco, crescita e riforme: l’effetto annuncio non basta più”

  1. Ghino di Tacco scrive:

    Perchè non si fa una vera commissione a cui affidare il compito di rivedere voce per voce il bilancio dello Stato, individuando le spese inutili, quelle riducibili, quelle fuori controllo?
    Secondo me quella è la priorità dell’Italia…

  2. Graziano scrive:

    Magari fosse ‘vorrei ma non posso’, almeno si potrebbe sperare che prima o poi si potrà e quindi si farà. No, è molto peggio, è ‘potrei ma non voglio’.

  3. Si parlava, appunto, di “bolla demagogica”, che di mantra quale “la messa in sicurezza dei conti pubblici” si nutre avidamente. Certo, continuare la politica assurda dei tagli lineari, certo non incidere strutturalmente sulla natura della spesa prima ancora che sulla sua dimensione, certo continuare imperterriti a pensare al margine, certo continuare a sfornare “silenzi e grida” serve solo ad allungare un brodo ormai del tutto scipito. Non è solo il meccanismo di contabilità che va interamente ripensato e sostituito da uno adeguato e cogente è tutta la struttura della Funzione pubblica che deve esserlo, nella qualità e nella quantità. Se una matita HB costa, in termini complessivi, al Provveditorato, che ne compera, penso, a miliardi di unità per volta, molto di più di quanto non costi al cittadino una sola di esse comperata dal cartolaio, qualcosa ciò vorrà pur dire. E non che i fannulloni abbondano. Abbonda la assoluta assenza di politica nel senso greco, alto e nobile del temine. E non è questione di destra, centro e sinistra.

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