– Proprio per le caratteristiche della leadership berlusconiana e per le conseguenze che il quotidiano “corpo a corpo” del premier con la giustizia ha comportato e comporterà nella vita civile italiana, continuo a ritenere che sia opportuno ragionare, in parallelo alla legge sul cosiddetto “processo breve”, su di una misura che ripristini (non necessariamente secondo lo schema del vecchio art.68 della Costituzione) una immunità giudiziaria per il capo dell’esecutivo. Non sarebbe una misura ad personam, né una rivincita della “vecchia” politica, ma un contributo utile alla bonifica di quella palude ideologica e istituzionale in cui è precipitato il rapporto tra poteri dello Stato.

Dopo le sentenze sul Lodo Alfano e Schifani, la strada è evidentemente quella della riforma costituzionale, che rende più ampia la discussione e più responsabile il suo esito, di cui tutti – favorevoli e contrari – potrebbero essere chiamati a rispondere, a stretto giro di posta, dinanzi al corpo elettorale in un referendum senza quorum. Senza escludere per nulla, va da sé, che sia possibile, deposte le asce di guerra e avviato un confronto duro ma senza pregiudizi, arrivare ad un testo votato da una maggioranza qualificata e trasversale, tale da rendere definitivo il voto parlamentare.

Questo confronto diverrebbe possibile se da parte dell’opposizione  fosse abbandonata la speranza vana di lucrare elettoralmente sulle sfortune giudiziarie del premier. Come si è visto, la sinistra non ci guadagna e il paese ci perde.
In passato (prima contro il Lodo Schifani, poi contro quello Alfano) le opposizioni politiche e giudiziarie hanno descritto questa immunità come uno scandalo, negandone la radice costituzionale, la funzione storica e l’utilità pratica. Eppure, una misura di questo tipo avrebbe solamente fatto di Berlusconi un leader “impunibile” quanto lo sono la Merkel grazie all’immunità parlamentare e Sarkozy grazie a quella presidenziale. Da qui bisogna ripartire.

Nel frattempo, nella legge sul cosiddetto processo breve, che certo  stopperebbe alcuni processi a carico del premier ma realizzerebbe un segmento di riforma della giustizia nell’interesse di tutti i cittadini, alla maggioranza è richiesta una particolare prudenza.
Non c’è dubbio che le misure che comportano un beneficio processuale per Berlusconi sono valutate in modo diverso. L’intero centro-destra, senza eccezioni, ritiene che lo scontro tra politica e giustizia inaugurato dalla discesa in campo di Berlusconi sia stato dal punto di vista storico uno scontro tra “poteri” e non una questione di “legalità” (come invece raccontano Di Pietro e l’opposizione dipietrizzata). Ma anche per questo, anzi proprio per questo, al centro destra è richiesta maggiore e più forte responsabilità. Non un contributo determinante e irresponsabile al gioco del tanto peggio tanto meglio.

Sottoscrivo il principio secondo cui, in linea generale, la durata dei processi debba considerarsi una “variabile indipendente”. I problemi di efficienza della giustizia non possono diventare un onere per gli imputati. L’organizzazione e la disorganizzazione della macchina processuale non possono prorogare in modo irragionevole i tempi in cui i cittadini (sempre innocenti, in quella fase del giudizio) sostano sulla graticola giudiziaria. Che questo principio radicalmente garantista vada a  beneficio anche del premier è evidentemente una spinta politica ad agire, ma il vantaggio sarà per tutti coloro che si trovano in una condizione processuale analoga o anche meno grave: e questo è un fatto.

Ma per questo, innanzitutto per questo, penso che la legge sul processo breve su cui si era trovato un accordo tra i due cofondatori del Pdl non vada sabotata, come si è iniziato a fare da parte leghista, chiedendo che il beneficio processuale non sia applicato a reati di “nuovo conio”, come l’immigrazione clandestina, che stanno molto a cuore al Carroccio. Le eccezioni che si possono imporre al principio generale devono essere motivate dalla oggettiva gravità dei reati, e non da una molto soggettiva interpretazione della loro pericolosità sociale. Quindi, per il bene di tutti, è  bene non allontanarsi pericolosamente dal punto di partenza e iniziare a ragionare, in parallelo, sul tema dell’immunità costituzionale.