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I fannulloni in galera?

– Un po’ di brunettismo lo vorremmo in ogni dicastero, alla Giustizia per la riforma degli ordini professionali, allo Sviluppo economico per snellire la burocrazia e dare impulso alle attività produttive e certamente all’Economia, per tagliare con un colpo d’ascia spesa pubblica e tasse, senza troppe cautele e rimpianti per i tabù falsamente “social”, che impediscono oggi di aprire molti dossier di riforma.
Capita però che, se assunto in quantità eccessive, il brunettismo possa causare effetti collaterali e non dispensi più buon umore. Soprattutto quando prende una piega vagamente (e inutilmente) giustizialista. Questo, a quanto pare, sta accadendo con le recenti misure legislative in tema di lavoro pubblico e (a sorpresa) privato.

Il decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 realizza un’ampia riforma del lavoro pubblico che potrebbe cambiare radicalmente il volto della burocrazia. Il provvedimento reca una lunga serie di misure premianti il merito e l’efficienza della pubblica amministrazione, sempre più responsabilizzata, tanto che la retribuzione del personale viene in misura consistente a dipendere dai risultati conseguiti. Purtroppo i comunicati stampa di inizio legislatura hanno avuto più eco delle misure concrete predisposte dal ministro, che ora attende di verificare se la sua azione produrrà gli effetti sperati.

Tra le tante modifiche, spicca una norma sulle assenze per malattia degli impiegati pubblici. Si punisce la falsa attestazione della propria presenza in servizio, nonché la presentazione di una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia, con il risarcimento del danno patrimoniale, la reclusione da uno a cinque anni e una multa da euro 400 ad euro 1.600. La medesima pena si applica al medico (sanzionato anche con la radiazione dall’albo e il licenziamento per giusta causa, se dipendente di strutture pubbliche) e a chiunque altro concorra nella commissione del delitto. Niente di meno.

Se poi il vostro datore di lavoro è un privato, non azzardatevi a imitare i tastieristi del Senato (alla Camera, con le impronte, ora va decisamente meglio) per coprire qualche ora di assenza di un collega, né a tracciare iperboliche descrizioni del malessere che provate, per strappare un giorno in più di malattia al medico. Potrebbe presto esservi fatale. Infatti, pare che in seno al Governo sia stata avanzata la proposta di estendere ai lavoratori del settore privato un trattamento equivalente a quello dei dipendenti pubblici. La proposta è stata al momento cassata, ma non è da escludersi il suo reinserimento in qualche collegato alla finanziaria. Un giro di vite può esser accolto con favore, specie se si guarda alle statistiche vecchie e recenti sull’assenteismo negli uffici pubblici. Ma siamo sicuri che la pena detentiva sia la soluzione per garantire correttezza e lealtà nei rapporti di lavoro, pubblici o  privati che siano? Che una misura del genere rispetti il principio della proporzionalità della pena pare dubbio. La legge parla di reclusione da uno a cinque anni. Quindi anche le violazioni meno gravi, come una mezza giornata di ozio indebito, potrebbe costare un anno di vita nelle nostre accoglienti carceri.

Se la sanzione non risulterà credibile in quanto sproporzionata e verrà elusa, non sarà solo inutile, ma controproducente. Se, invece, verrà davvero applicata, aggraverà i mali della giustizia italiana, a cui sempre più spesso la classe politica promette di porre rimedio.
Non sentiamo forse ogni giorno qualcuno ricordare che le nostre prigioni sono affollate, che si muore di carcere (anche prima di finirvi) e che per questo servono pene alternative, per obbedire davvero al principio della natura rieducativa della pena? Un fannullone in carcere, vista la qualità del sistema carcerario italiano, se ne esce vivo, ne esce meno “educato” di prima.

Il lavoratore che falsifica presenze e stati di malattia reca un danno alla controparte con cui ha stipulato un contratto di lavoro e si appropria indebitamente di risorse che l’istituto di previdenza, cioè i contribuenti destinano a quanti non possono lavorare, e non a chi non ne ha voglia. Raramente, però, il fannullone è un soggetto socialmente pericoloso. Insomma, sembra il destinatario perfetto di pene alternative. Si potrebbe pertanto disporre una sanzione pecuniaria più consistente (per ipotesi da 1.000 fino a 20.000 euro per i vacanzieri di lungo corso), da applicare solo nel caso in cui il condannato non preferisca riabilitarsi impegnandosi nella società civile, per un tempo e nei modi stabiliti dal giudice, presso enti o associazioni che assistono chi davvero versa in una condizione di difficoltà e di malattia, e non la simula. Così il fannullone potrebbe restituire, con alti interessi, quanto si è indebitamente preso, senza subire una pena inutilmente afflittiva, che non “rende” nulla alla società e costa tantissimo allo Stato.

Brunetta intende usare “bastone e carota”, incentivi e disincentivi forti, per conquistare i dipendenti pubblici alla cultura e alla responsabilità del lavoro. Bene. Ma anche l’uso del “bastone” deve essere responsabile.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

4 Responses to “I fannulloni in galera?”

  1. Bravo Menegon. Non è con le grida di manzoniana memoria che si risolvono i problemi. Pannicelli caldi non han mai dato durevoli risultati. Bisogna incidere sul funzionigramma e sull’organigramma dell’interezza della Funzione pubblica allargata con una profonda revisione. Poi si potrà pensare a motivazioni, incentivi, disincentivi e quant’altro
    e certo in termini non banalmente ordinari.

    Per Piercamillo Falasca. Vedi Einaudi e la sua battaglia sul valore legale in tutto ciò?

  2. Luca Cesana ha detto:

    il testo mi trova assolutamente concorde, come il commento di Pier Carlo;
    “in galera, in galera!”? ma va là…

  3. filipporiccio ha detto:

    Innanzitutto, visto che la mancata compilazione del documento programmatico sulla sicurezza è punibile con tre anni di reclusione, il principio di proporzionalità è rispettato. D’altra parte mica vorremo confrontare un banale omicidio colposo (da 6 mesi a 5 anni) con la gravissima accusa di assenteismo, che, date le recenti novità sui giuramenti di fedeltà, deve essere assimilata al tradimento del sacro stato.
    Sul privato viene solo da ridere, mettano in galera i miei clienti che mi pagano con un mese di ritardo… e vediamo cosa succede. Bastano le leggi che ci sono: perché non applicarle?

  4. Jean Lafitte ha detto:

    in galera brunetta e quelli come lui

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