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Su sicurezza e difesa, l’Europa ora deve fare da sé. Ma come ancora non lo sa

– Il trattato di Lisbona coincide in buona parte con il progetto di Costituzione europea, rivisitata e rilanciata nella sua versione 2.0, o meglio 0.2, e nascosta dietro il dito del nominalismo burocratico: non si chiama più Costituzione per non prendersi e per non essere presa troppo sul serio, cosa che porta male e non aiuta nella politica del continente. A ricordarlo e a riportare ad ambizioni più modeste l’impegno costituente, non sono serviti neppure gli inglesi euro-scettici, sono bastati i francesi “euro-entusiasti”, che con il referendum del maggio 2005 bocciarono il Trattato Costituzionale.  L’Europa politica si è sempre fatta così: democristianamente, verrebbe da dire, con poche auto-proclamazioni, rivendicando il meno possibile per ottenere il possibile.

Il segreto dell’Europa sembra essere quello di non farsi mettere fretta, neppure da una storia rapidissima e dalla sequenza inarrestabile degli eventi: fine della guerra fredda, globalizzazione, fine del bipolarismo e della logica dei blocchi e passaggio a un multipolarismo caotico, che poco assomiglia ad un “ordine mondiale”. L’Europa si è allargata fino ad offrire meritoriamente asilo a quei paesi europei che la seconda guerra mondiale aveva sbattuto al di là della cortina di ferro. Ma sulle politiche di difesa e di sicurezza e sulle questioni dell’ordine internazionale, L’Europa post ’89 non è stata un player, ma solo una sponda a volte disponibile e più spesso riluttante dell’alleato americano.

Peccato che non si possa più contare sull’unilateralismo, che era così di moda rimproverare agli americani? La crisi finanziaria (e non solo quella, anche la stanchezza e il costo politico ed economico di una strategia di difesa giocata all’attacco) ha incrinato quella fumettistica “hyperpuissance”, che agli occhi del’ex ministro degli esteri francese, Hubert Védrine, gli Stati Uniti erano pericolosamente divenuti.  L’iper-potenza non c’è più. Contenti?Il multilateralismo è oggi disponibile, ma nessuno lo invita a ballare.  L’Europa continua a non avere fretta e a muoversi con studiata lentezza. Ma prima o poi pagherà caro questo ritardo.

L’11 settembre, e quello che ne è seguito, è stato per il vecchio continente un semplice intermezzo, che ha consentito a una certa Europa, a costo quasi-zero, di farsi bella, chioma al vento, mostrandosi riottosa e severa con gli Stati Uniti. Il 15 settembre, giorno della bancarotta di Lehman Brothers, con quel che ne è seguito e ne seguirà, è venuta a mancare anche quell’America “cattiva”, alla quale si poteva rimproverare di tutto, ma che non si tirava indietro se c’era da menare le mani (l’aveva fatto Clinton, e dopo l’11 settembre l’ha rifatto Bush), anche dall’altra parte del mondo.

L’European Council of Foreign Relation, think tank sorosiano, nel cui board siede anche Emma Bonino, ha presentato un rapporto   nel quale spiega come l’Europa non abbia ancora capito che sono cambiate le carte in tavola. O forse non lo vuole capire. La Merkel nel suo intervento al Congresso a inizio settimana non a caso ha citato Clinton e il suo “tutto è possibile” come morale-orizzonte del dopo Muro. Ma lo ha capito, l’Unione Europea, che tutto è possibile e che anch’essa deve porre testa e mano al novero delle possibilità e dei rischi che si aprono sul piano internazionale, anche ai confini di casa?

L’estate di due anni fa, quando in Georgia si aprirono le ostilità, Obama, che aveva una campagna presidenziale da vincere, non si fece confondere né commuovere da una guerra europea ed andò, come previsto, proprio in quei giorni, in vacanza alle Hawaii. Lasciando McCain ad accusarlo di accomunare vittime e aggressori, il futuro Presidente Usa sembrava suggerire che alla “sua” America un’Europa forte, capace di mettere ordine alla sua porta o di tenersi il disordine, non sarebbe dispiaciuta. L’Europa, per il momento, si tiene il disordine. Senza troppe sponde oltre-atlantico, e senza troppe idee circa il modo di venire a capo di questa nuova situazione.


Autore: Martin Schulthes

Nato ad Abbeville (Francia) nel 1968, mini-laureato (biennio) in Economia e laureato (quadriennio) in Lettere - prima a Parigi e poi a Roma - è munito di patente d’auto e di patentino da allenatore di calcio (Federazione tedesca). A Bruxelles dal 2000, si è sempre occupato di politica internazionale, prima da assistente al Parlamento Europeo e in seguito con l’ONG Non c’è Pace Senza Giustizia.

One Response to “Su sicurezza e difesa, l’Europa ora deve fare da sé. Ma come ancora non lo sa”

  1. Totalmente d’accordo!
    Mi prmetto, anzi, di segnalare il seguente articolo di Emma Bonino, pubblicato sul Corriere della Sera il 15 novembre 2009:
    http://www.emmabonino.it/news/7840

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