Le morti sospette in carcere si susseguono con una regolarità incalzante, che muove al sospetto: non di una congiura, di un complotto, di un piano diabolicamente seriale. Piuttosto, di una più banale e ineluttabile irrimediabilità, quasi che il carcere fosse (come erano gli italiani per Mussolini) qualcosa che non è solo difficile, ma inutile governare e tentare di costringere dentro le maglie di un diritto che può essere duro o molle, mite o severo, ma deve essere “operante”, per essere considerato tale.

Mi pare che non vi sia un’opposizione che addebiti questi disastri al governo in carica e all’esibito “cattivismo” di alcuni suoi esponenti (non parliamo del ministro Alfano). E questa è, di tutta la vicenda, l’unica nota positiva. L’esecutivo non ha colpe diverse o maggiori di quelli che l’hanno preceduto, tutti rassegnati all’idea che per il carcere e per i carcerati non valga la pena di spendere idee ed entusiasmo, di ingaggiare battaglie simboliche e politiche, di sfidare il “senso comune” di chi ritiene che la prigione faccia un po’ di bene alla società solo facendo un po’ di male ai prigionieri.

Per mettere mano alle regole, alla cultura e quindi al funzionamento della prigione, occorre accettare un po’ di rischi, ma potrebbe valerne la pena. Non occorre sposare tesi tardo-foucaultiane, né indulgere ad umanitarismi lacrimosi per capire che oggi la prigione adempie funzioni sociali e simboliche diverse da quelle che, in teoria, ne legittimano e ne integrano la funzione “costituzionale”. Né occorre essere un fanatico abolizionista del carcere per accettare l’idea che esso, adempiendo alla funzione retributiva della pena, agisce oggi come incentivo dell’inclinazione criminale dei detenuti.

Dunque, occorrerebbe metterci idee, magari scandalose e spericolate, ma robustamente riformiste, partendo da un’apertura seria alla privatizzazione degli istituti di pena, che renda la qualità del carcere e la sua efficienza un obiettivo economico effettivamente perseguibile e non solo un onere burocratico insostenibile. E arrivando, magari, ad un uso più coraggioso di misure alternative alla detenzione, che possono mutare, anche per chi rimane “dentro”,  l’esperienza e la prospettiva della galera.