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Perchè servirebbe una RyanAir dell’istruzione

– La scuola in Italia rappresenta da sempre una delle principali voci di spesa pubblica e malgrado l’enorme quantità di denaro sottratta ogni anno ai contribuenti per finanziarla, la preparazione dei nostri studenti appare vieppiù scadente, come testimoniano anche gli esiti dell’ultima indagine OCSE PISA.
Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, il Ministero dell’Istruzione assorbe il 48,9 per cento dei costi dello Stato centrale – il 98 per cento dei quali è per gli stipendi del personale – con una spesa per allievo che è la maggiore al mondo dopo quella austriaca, svizzera e statunitense.
Al tempo stesso, tuttavia, i nostri studenti risultano i “peggiori” dell’Unione Europea dopo quelli di Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria. A fronte di un rapporto così insoddisfacente tra  input finanziario e output formativo dovrebbe essere inevitabile un ripensamento profondo della gestione della scuola in questo paese.

Per molti versi la scuola italiana ricorda, in scala più grande, Alitalia, una struttura burocratica e dispendiosa, difesa da connivenze politiche e da una retorica “nazionalpopolare”.
Se, tuttavia, la grande impostura rappresentata da Alitalia è stata smascherata agli occhi dell’opinione pubblica dalla nascita di compagnie low cost come Ryanair o Easyjet, in grado di offrire un servizio comparabile se non migliore a prezzi nettamente inferiori, nel caso della scuola l’illusione collettiva della sua gratuità impedisce una generalizzata presa di coscienza del grado spaventoso di inefficienza economica.

Come scriveva Milton Friedman, “nessun pasto è gratis”. Né lo è – va da sé – nessuna ora scolastica, per quanto l’attuale sistema ne occulti i costi nel calderone della spesa pubblica. E se la correlazione tra risorse investite e risultati è in Italia così bassa – verrebbe quasi da dire  addirittura negativa – forse è davvero il momento di “affamare la bestia”.

Eppure porre mano a tagli al sistema scolastico è sempre arduo per qualsiasi governo, persino quando si tratta di eliminare gli sprechi più macroscopici. Si assiste inevitabilmente ad una levata di scudi generalizzata in nome della difesa del cosiddetto “diritto all’istruzione”.
Secondo i tanti sostenitori del “budget illimitato”, tagliare i fondi al settore scolastico pubblico significa colpire l’educazione e quindi compromettere il futuro delle nuove generazioni, limitandone le opportunità in un contesto socio-economico in cui il sapere è un importante elemento competitivo. Obiettivamente le motivazioni addotte da costoso non sono prive di appeal: nel mondo di oggi la conoscenza, le idee, l’apertura mentale rappresentano davvero i fattori critici di successo per i giovani e per il sistema Italia in generale. Un paese meno preparato sarà necessariamente un paese più povero, in specie a fronte dei rapidissimi progressi delle nazioni emergenti anche nei settori professionali maggiormente qualificati.

Un errore classico degli statalisti consiste nel confondere l’importanza di un certo bene o servizio con la necessità che sia lo Stato a provvedere alla sua produzione o erogazione. Il fatto che la conoscenza sia un bene fondamentale non significa che la sua diffusione si debba basare sulla macchina pubblica. Semmai può legittimamente significare il contrario – cioè che è troppo importante per lasciarla all’inefficienza ed al degrado della gestione statale.

Istruzione non significa automaticamente scuola pubblica. I liberali, del resto, sono da sempre convinti assertori dell’utilità di una servizio scolastico non statizzato, erogato da soggetti privati. E’ l’idea di una scuola libera dal controllo e dalla gestione diretta dello Stato, che al più si può limitare a finanziarla – in un’ottica redistributiva – attraverso i cosiddetti “buoni scuola”. Al giorno d’oggi, tuttavia, non è forse solamente l’equazione “istruzione – scuola pubblica” ad essere obsoleta, ma in qualche modo persino la stessa equazione “istruzione – scuola” meriterebbe di essere messa in discussione.
Non è così inconcepibile l’idea che ai nostri figli o ai nostri nipoti non tocchi conoscere la Scuola nelle stesse modalità organizzative secondo le quali l’abbiamo vissuta noi.

Se ci si pensa, già oggi la scuola non è l’unico veicolo di trasmissione della conoscenza, sebbene resti ovviamente fondamentale. Ciò si deve a tutto un insieme di ragioni. Innanzitutto il livello culturale medio delle famiglie è ormai molto più elevato rispetto a una o due generazioni fa. Se nel secolo scorso la scuola, per gran parte dei giovani, ha rappresento un indispensabile elemento di contatto con il sapere, oggi sono tanti i bambini che nascono in contesti familiari che già forniscono buoni stimoli culturali ed intellettuali. Per di più la conoscenza non è mai stata così facilmente accessibile e così a buon mercato come lo è oggi. Si pensi a quello strumento eccezionale che è Internet che consente di venire in contatto in pochi minuti con una quantità di informazioni di gran lunga più vasta di quella contenuta in qualsiasi biblioteca. L’informatizzazione di massa di questi ultimi anni – incidentalmente dovuta al mercato ed al progresso tecnologico – ha ridotto drasticamente le barriere all’ingresso per chiunque cerchi di documentarsi nei più svariati campi. Persino l’accesso a strumenti cartacei è adesso divenuto più semplice. Una buona enciclopedia,  il cui acquisto venti o trenta anni fa aveva costi molto elevati, è attualmente alla portata di tutti, tanto che i tomi di questa o di quell’opera si trovano ormai in edicola in allegato ai quotidiani.

Similmente la possibilità per i giovani di viaggiare o di trascorrere un periodo di studio all’estero, confrontandosi con realtà culturali diverse e magari imparando bene una lingua, è oggi possibile a costi compatibili con il budget di molte famiglie.
E’ chiaro che ci sono tutte le condizioni perché nei prossimi anni l’ago della bilancia continui a spostarsi progressivamente dall’”educazione formale” all’”educazione informale”. Quest’ultima tenderà ad acquisire sempre maggior rilevanza, così che il sapere verrà a diffondersi sempre di più attraverso canali diversi e più ampi. La “società della conoscenza” è, in definitiva, destinata a declinarsi attraverso una varietà di occasioni di apprendimento, destinate tra l’altro ad estendersi temporalmente ben oltre l’adolescenza o la gioventù. Tenderà ad affermarsi un concetto di “lifelong learning” con il conseguente venir meno di uno stacco netto tra l’età dello studio e l’età del lavoro.

Prendere atto del mutamento socioculturale in atto non significa certo ritenere la scuola ormai inutile e auspicarne quindi l’estinzione. Significa però ricondurre con realismo la scuola al ruolo che effettivamente le è proprio e più adeguato in una società ricca e complessa come quella nella quale viviamo, svestendola di una pretesa “totalizzante” ed intrisa di costruttivismo.
La scuola serve e servirà ancora a lungo per tante ragioni, tra cui quella non trascurabile di offrire un fondamentale servizio di “sorveglianza” sui ragazzi quando i genitori sono al lavoro.
Ci si può chiedere al tempo stesso se è davvero utile una scuola con ambizioni “enciclopediche”, in cui si studiano (male) una dozzina di materie, dal greco antico alla geologia, dalla filosofia alla fisica, e se non sarebbe invece più utile una scuola che si concentri su pochi obiettivi concreti.
Innanzitutto, una scuola far crescere negli allievi il senso dell’autodisciplina e la capacità di confrontarsi con scadenze ed obiettivi – preziosi skill per un futuro nel mondo del lavoro. Ma soprattutto una scuola che insegni ad imparare, cioè che sviluppi la capacità di confrontarsi con il sapere e  la curiosità intellettuale necessaria per poter fruire a pieno delle mille opportunità di apprendimento che la nostra società offre – fuori dalla scuola e per tutta la vita. Il limite alla crescita culturale di una persona infatti è sempre meno attribuibile all’indisponibilità o alla scarsità di  punti di d’accesso alla conoscenza, semmai alla scarsa disponibilità di tale persona a mettersi in gioco ed ad investire tempo ed energie per migliorare se stessa.

Per questi obiettivi, più che il budget stratosferico allocato attualmente al Ministero dell’Istruzione, forse basterebbe davvero una Ryanair dell’istruzione. Così come la Ryanair dei cieli non offre il Corriere della Sera a bordo e non ti fa portare un bagaglio che pesi più di 15 chili, magari la Ryanair della scuola non ti fornirebbe i tre maestri su due classi o le sei diverse materie giornaliere, ma si concentrerebbe nell’offrire output a effettivo valore aggiunto in un’ottica di efficienza. Così come la Ryanair dei cieli fa storcere il naso a chi preferisce (indipendentemente dal costo) una compagnia che rappresenti la grandeur nazionale, la Ryanair della scuola farebbe storcere il naso a chi veda nella scuola finalità “missionarie” e di indottrinamento.

Il successo della Ryanair dei cieli è il riconoscimento da parte della gente che il volo è un servizio che si acquista sul mercato e non una questione di prestigio nazionale. Una volta che si riconosca che la formazione è anch’essa un servizio, un bene (e verrebbe voglia di dire, per scandalizzare certi benpensanti, “una merce”) e non un pilastro dell’unità nazionale e dell’uguaglianza sociale, potremo magari affidare a tante Ryanair dell’istruzione il compito di garantirlo con costi accettabili e risultati più soddisfacenti.
Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario liberare il dibattito sulla questione dai dogmi e dagli artifici culturali che finora hanno immancabilmente imposto gestioni puramente conservative. Conoscendo questo Paese, non sarebbe un mutamento concettuale da poco.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Perchè servirebbe una RyanAir dell’istruzione”

  1. L’ing Faraci ragiona da ingegnere e quindi…per definizione in modo ingegnoso. A chi scrive questo commento, che ingegnere lo è da più tempo, fa assai piacere notare come la logica non sia un fatto vano ma sia l’unica chiave esatta di lettura del mondo e delle cose del mondo. E l’ing.Faraci ne usa bene ed a proposito. Vorrei suggerirgli di riandare al pensiero ed alla battaglia di razionalità e libertà di quell’uomo schivo e lungimirante che fu Luigi Einaudi. Egli, prevedendo la deriva verso il baratro della struttura rigida del sistema scolastico gentiliano, funzione dello stato etico ma non certo in grado di reggere il colpo del malaffare e del malpensare e del malafare, intavolò la battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Si scontrò con i titani gemelli dell’ideologia marxista, cattolica ed azionista e, purtroppo, fu una voce, seppur alta e limpida, chiamante nel deserto. Senza questo ineludibile passo non si introduce nel sistema il concetto e la pratica del merito e della razionalità nell’allocazione della spesa derivanti dalla concorrenza e, senza di ciò, si rischia solo di applicare pannicelli caldi su di una pelle disastrata irrimediabilmente. Comunque complimenti al giovane Collega.

  2. Piercamillo Falasca scrive:

    Per Pier Carlo De Cesaris: a proposito di Einaudi, credo proprio che ti stipurai dal leggere l’articolo che pubblicheremo domani qui su Libertiamo.it :-)

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