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Narcomafie: in California pensano che…

di Benedetto Della Vedova – da Il Secolo d’Italia, 11 novembre 2009

Il recentissimo rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze costringe una volta di più a fare i conti con la realtà: il consumo di stupefacenti è un fatto sociale di dimensioni enormi. Più di un cittadino europeo su quattro tra i 15 e i 65 anni ha fatto uso di cannabis, 1 su 25 di cocaina; poco meno per ecstasy e anfetamine. I dati disaggregati per ciascuno dei 27 paesi membri segnalano picchi di consumo nei paesi europei occidentali e nella Repubblica Ceca, mentre quelli disaggregati per fasce di età evidenziano, nel caso della cannabis, un consumo che supera il 30 per cento entro i 34 anni (oltre il 40 per cento in Francia e Regno Unito).  Riducendo le statistiche al consumo nell’ultimo anno, troviamo che oltre il 21 per cento dei giovani italiani tra 15 e 34 anni hanno consumato cannabis e oltre 3 su 100 cocaina.

I dati mostrano andamenti alterni e modifiche nei consumi, ma, in particolare per la cocaina, si assiste ad un aumento costante, seppure meno significativo che negli anni Novanta. I dati sul consumo, ovviamente, sono solo una faccia della medaglia. Sull’altra ci stanno i profitti stellari delle organizzazioni criminali che gestiscono produzione e vendita di droghe proibite. Per il nostro Paese, questa seconda faccia assume caratteri particolarmente allarmanti, perché se i consumi di sostanze si distribuiscono equamente tra i paesi europei, lo stesso non accade per i profitti criminali legati al narcotraffico, che vedono la criminalità mafiosa del nostro Paese come beneficiaria privilegiata, con tutti gli effetti negativi che questo comporta sull’economia legale e sulla società.

La Convenzione unica sugli stupefacenti fu adottata a New York nel 1961 (l’anno della costruzione del Muro di Berlino, curioso), e segnò l’impegno esplicito della comunità e delle istituzioni internazionali su di una piattaforma rigorosamente proibizionista. Dopo mezzo secolo di “guerra alla droga”, dunque, si dovrebbe cominciare a trarre un bilancio, analizzare costi e benefici della strategia adottata e chiedersi pragmaticamente se abbia senso proseguire sulla medesima strada o se non sia il caso di modificare le linee d’intervento. Non si tratta di dare giudizi di valore sul consumo di stupefacenti diversi dal passato né di sottovalutarne i tragici risvolti sociali e sanitari, ma di porsi una semplice domanda: quante probabilità abbiamo, proseguendo con le medesime politiche, di ottenere una reale contrazione dei consumi di droga e di ridurre il peso criminale e finanziario delle narcomafie? A mio avviso molto poche; anzi, quasi nulle.

Qualcuno sembra agire nella convinzione che la proibizione degli stupefacenti, come l’abbiamo sperimentata negli ultimi decenni, sia una sorta di imperativo categorico da far prevalere su qualsiasi altra considerazione e che la proibizione legale, ancorché del tutto disattesa, abbia un valore “pedagogico” tale da controbilanciare i costi sociali del fallimento delle politiche proibizioniste.

Ma questo riflesso – diciamo così – etico non deve impedirci di prendere atto che la situazione attuale continua ad interferire pesantemente e concretamente con l’affermazione dei valori di sicurezza e legalità che stanno alla base di una democrazia forte e di uno stato libero e sicuro. Fino ad oggi la società non ha tratto alcun giovamento dalla politica proibizionista: se il fine pubblico è e deve essere la riduzione del consumo di droghe, è bene che questo sia bilanciato dall’altrettanto fondamentale obiettivo della sicurezza e della legalità, a partire dalla riduzione del controllo sociale, economico e, in alcuni Paesi, politico che la criminalità esercita grazie alla produzione ed al commercio di stupefacenti. Su milioni di consumatori, innanzitutto, ma anche sull’economia legale “drogata” e inquinata dai proventi del narcotraffico e sulla intera vita sociale condizionata e a volte materialmente occupata dalle piattaforme logistiche, distributive e militari delle narcomafie. L’incentivo criminale, che la proibizione istituisce, avvicina e non allontana la droga dai consumatori potenziali, che ne sono fisicamente inseguiti nelle strade, nei parchi, fuori e dentro le scuole e finiscono per cercarla e trovarla ovunque.

Che fare? Da dove cominciare? Anzitutto, distinguendo le sostanze in ragione della loro pericolosità, concentrando gli sforzi, anche economici, contro la diffusione delle droghe pesanti ed aprendo scenari diversi, più pragmatici rispetto alle sostanze più leggere, quelle che – volenti o nolenti – incontrano il favore di una quota così ampia della popolazione italiana ed europea. Una regolamentazione legale, peraltro, avrebbe l’effetto di controllare le sostanze consumate e il loro grado di nocività, non affidandone la selezione al solo mercato criminale.

Guardiamo alla California, ad esempio. Dopo aver introdotto l’uso della marijuana a fini terapeutici, il Golden State sta discutendo la possibilità di legalizzarne l’uso privato per i maggiori di 21 anni e la coltivazione di piccole quantità a fini di auto-consumo. Più che la vocazione “libertaria” (la proposta, anzi, riconosce il diritto dei datori di lavoro di sottoporre a test anti-droga i propri dipendenti e di licenziarli se consumatori di stupefacenti, e non rimuove le pene sul commercio ai minorenni), la proposta di legalizzazione della cannabis punta a smantellare il pauroso sistema criminale messo in piede dalla mafia messicana dentro i confini degli States. Nei 31 milioni di acri di foreste californiane, i clan hanno scoperto un nuovo El Dorado per il loro business. Solo nelle contee di Humboldt e Mendocino (al nord dello Stato), si stimano almeno 4 milioni di piante di marijuana, ognuna delle quali produce un ricavo medio di circa 3500 dollari. Danni ambientali a parte (tra pesticidi che intossicano gli animali e inquinano le falde acquifere e scarti che provocano incendi), negli ultimi anni l’intesa tra i clan ha prodotto un “bando” delle qualità di marijuana più leggere, più difficili da coltivare e meno redditizie.

La consapevolezza che la situazione fosse ormai fuori controllo fu alla base di un appello promosso nel 2005 dal docente di Harvard Jeffrey Miron e sottoscritto negli anni successivi da oltre 500 economisti d’oltreoceano (prime firme Milton Friedman e gli altri premi Nobel George Akerlof e Vernon Smith) che chiedevano al governo di porre fine alla politica proibizionista per gli scarsi benefici che questa ha comportato e per il costo di oltre 7,7 miliardi di dollari all’anno, che ha inutilmente scaricato sui contribuenti americani.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

10 Responses to “Narcomafie: in California pensano che…”

  1. Gabbiano ha detto:

    su questo avrei delle riserve.. l’olanda che da anni ha queste “liberalizzazioni” non mi pare sia così felice delle sue ricette. perchè anche i rischi di infilarsi in una direzione di “regolazione” contando sul “buonsenso” di chi il cervello se lo devasta pippando con le proprie mani, non sono da sottovalutare, credo.

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    Se certi crociati della lotta alla droga usassero il buonsenso….
    I numeri parlano, le ideoologie annebbiano il cervello!

  3. chicco420 ha detto:

    Gabbiano, non per infierire, ma i dati dicono proprio che tra i minor consumatori di droghe in Europa ci sono proprio gli Olandesi.. Mentre in Italia con il proibizionismo dilagante, una delle leggi in materia più severe… siamo i primi consumatori di cannabis ed i terzi di cocaina.. Rifletti… Riflettete…. Ma sopratutto, LEGALIZZATELA.

  4. Alessandro Lupi ha detto:

    In Olanda, si paga uno “scotto” molto alto, ancorché molto redditizio, soprattutto in termini fiscali, proprio per via dell’EMIGRAZIONE GIOVANILE INDOTTA DALLA PSEUDO-LEGALIZZAZIONE DELLA CANNABIS!
    Questa, è a sua volta ovvia conseguenza dell’UNICITà DELLA SOLUZIONE PROSPETTATA: non esisterebbe, se tutti i paesi confinanti, ed i paesi dell’U.E. in genere, l’adottassero.
    Stà di fatto che paesi + tolleranti in materia, quali appunto Olanda, Spagna & Inghilterra, ogni giorno di + divengono la giusta meta delle giuste aspirazioni di vita di milioni di giovani (= cannabisti, in quanto il suo uso, molto spesso funge da vero & proprio “muro generazionale”), provenienti dai “paesi giuridicamente meno tolleranti” (= Italia, Francia & Germania, soprattutto).
    Paesi “meno tolleranti”, nei quali vetuste “scuse”, fondate su traballanti & obsoleti “principi etici”, non mancan, giorno dopo giorno, di mostrar sempre + il proprio vero volto di “cavalli di Troia”…

  5. Luca Cesana ha detto:

    una politica antiproibizionista è applicabile e, a mio parere auspicabile, solo in un contesto internazionale;
    ma la cosiddetta poltica di riduzione del danno potrebbe tranquillamente essere concretizzata anche in ambito nazionale.
    La guerra alla droga è una guerra persa in partenza, ma gli interessi di entrambi i combattenti, sono di dimensioni tali da renderla una “guerra” infinita

  6. El Covo ha detto:

    Sono completamente d’accordo – e non da oggi ma da diversi anni – con quanto scritto da B.Della Vedova.
    E, rispondendo ad alcuni commenti che mi hanno preceduto, sono d’accordo con Della Vedova anche nel non voler criticare e giudicare, come fanno alcuni utenti qui sopra, il pensiero legittimo di chi invece è contrario, oppone soprattutto motivazioni etiche ed evidenzia gli eventuali tragici risvolti socio-assistenziali. Non mi permetto facili giudizi sui contrari perchè il tema è effettivamente delicato e molte di quelle motivazioni possono essere giustissime e fondate.
    Invece chiedo a costoro semplicemente di prendere atto della realtà, dopo decenni di universali politiche proibizionistiche, perchè di questo si tratta: constatarne il fallimento; e chiedo loro di rispettare -torniamo sempre qui- un basilare principio liberale: con un nuovo approccio ed una nuova legislazione, caro “sig. contrario”, noi non t’imponiamo proprio niente! Tu e tutti coloro che non vogliono nemmeno sentir parlare di queste sostanze, potrete liberamente continuare ad ignorarle e a non consumarle. Ma non potete, voi, imporre il vostro pensiero all’intera società! Constatato che una importante -sempre più importante- frazione della stessa Società la pensa evidentemente in maniera diversa (come dimostrano decennali statistiche).

    E’ anche vero che sarebbe meglio se l’intera UE riuscisse ad accordarsi per una comune politica di “anti-proibizionismo”, piuttosto che lasciare l’iniziativa a singoli stati. Ma non è un motivo sufficiente perchè il nostro paese non agisca.
    Il modello non deve essere necessariamente quello olandese. Si può prendere esempio dalla California; o ancora si può ideare qualcosa di nuovo…un “modello italiano” !
    Certo che alcuni limiti resterebbero: anzitutto come espresso da Della V. la distinzione tra droghe leggere e pesanti, mantenendo la produzione, lo spaccio ed il consumo di queste ultime nell’illegalità.
    Poi imponendo il divieto a certe categorie di persone e di professioni nell’espletamento delle loro funzioni (parimenti al divieto sul consumo di alcolici): penso innanzitutto ai minori di 18 anni, ma penso pure a categorie come i conducenti di ogni tipo di mezzi, il personale medico, ecc.
    Una legalizzazione andrebbe attuata in particolare per quanto riguarda la cannabis -marijuana, hashish, olio, ecc.- ossia la sostanza leggera maggiormente diffusa, la più naturale e meno sofisticata. Oltre ovviamente al suo uso terapeutico, ne andrebbe permessa una limitata coltivazione domestica per un uso privato. Resterebbe invece il divieto allo spaccio/vendita verso chiunque.
    Su altre sostanze, pur c.d. leggere ma non naturali bensì chimiche/sintetiche, andrei invece piuttosto cauto.

    Ma una legalizzazione della cannabis che possa portare veramente a qualche risultato migliorativo, ossia ad una drastica riduzione dei traffici e degli ingenti introiti oggi appannaggio del crimine organizzato, andrebbe secondo me accompagnata da un piano di coltivazione nazionale controllata. Ossia consentire agli agricoltori di coltivare a canapa un certo numero di campi (ritornando peraltro ad un’antica tradizione visto che il nostro paese, prima dell’epoca proibizionista, è stato per lungo tempo un grande produttore di canapa..). La coltivazione ed il prodotto finale sarebbero così monitorati e garantiti dallo Stato in ogni fase. Ne gioverebbero pure qualità e sicurezza. Oltre a dare sicuramente un forte incentivo al settore primario-agricolo nazionale. Anche la distribuzione e la vendita dovrebbero poi essere necessariamente controllate e limitate.

    Comprendo che oggi in Italia come in Europa, vi siano tante altre priorità da affrontare, anche molto impellenti. Ma sarebbe ora che questo tema smettesse di essere sottovalutato e che si potesse finalmente aprire un tavolo di reale discussione e confronto, il più possibile sgombro da barricate, tabù e pregiudizi…
    anche per non relegarlo a “vessillo” esclusivo di alcuni gruppi e movimenti “di nicchia”…

  7. Se si mantiene illegale la vendita della “droghe dure”, la maggior parte del fatturato delle narcomafie, forse la prima causa dell’altissimo livello di corruzione degli attuali sistemi politici democratici occidentali e non (quale miglior impiego del narco-denaro della corruzione politica?), resterà, tuttavia, intonsa!
    Non sarebbe meglio metterle in vendita in farmacia, previa ricetta del medico di base, assieme a tutte le altre sostanze della stessa “categoria”, ovvero, i farmaci? La cosa mi sembrerebbe francamente molto più razionale. Senza contare che, in realtà, così era, prima del proibizionismo. Eppure, il “problema”, iniziò a manifestarsi solo dopo la proibizione: risulta forse che il “laudano” (= soluzione idroalcolica di oppio farmaceutico, tranquillamente assimilabile a morfina ed eroina), che ogni famiglia tenne in casa per secoli, abbia mai creato peoblemi sociali?
    Fino agli anni ’50, il cloridrato di cocaina era di libera vendita in farmacia, senza che ciò abbia mai causato il minimo problema…
    E che dire della “simpamina”, che tutta la generazione dei nostri genitori (diciamo le “classi” anteriori al 1940, circa), solevan acquistare ed ingollare liberamente, manco fosse aspirina? Eppure, si tratta d’una amfetamina sintetica molto, ma molto più potente della cocaina, come stimolatore del sistema nervoso centrale! Ma ciò non impedì, ad esempio, al medico di famiglia di mia madre, che ha appena compiuto 83 anni, di consigliarglielo, onde affrontare meglio gli esami di maturità…
    Secondo me, si esagera molto, sulla pericolosità delle droghe illegali. E, quando a lucrare di quest’esagerazione sono narco-mafie & governi corrotti, scusatemi, ma la “buona fede” è da dimostrare. Presumerla, sarebbe follia suicida!

  8. Errata Corrige, 3a riga del mio precedente intervento: “quale miglior impiego PER il narco-denaro, della corruzione politica”?
    CHIEDO VENIA… ^_^

  9. Frabnco ha detto:

    bellissime idee quelle di Della Vedova, peccato che siamo in uno stato sempre indietro come le palle dei cavalli e, semmai un giorno tutto il mondo legalizzasse la marijuana, noi saremo l’ultimo degli stati a farlo: sono pronto a giocarmici gli attributi!

  10. El Covo ha detto:

    Un ottimo filmato sul “caso cannabis”, da guardare per farsi un’idea!
    Certamente nel video ci sono qua e là alcune affermazioni imprecise e non dimostrate e forse alcune esagerazioni, ma sono comunque molte di più le verità difficilmente confutabili esposte chiaramente.

    http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=11612

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