Il messaggio del 9 novembre è uno solo: con la caduta del Muro di Berlino è fallito il sistema comunista. Punto.

Non si può parlare di vittoria dell’Occidente, perché non c’è stata alcuna guerra, né alcuna battaglia culturale volta al collasso del blocco orientale. A parte gli sforzi solitari di Reagan e della Thatcher, nessun governo occidentale si è impegnato per far crollare il blocco comunista. Lo dimostrano le reazioni di incertezza, imbarazzo, quasi fastidio, di un Andreotti o di un Mitterrand di fronte alla caduta del Muro di Berlino e al rapido sfaldamento dell’impero dell’Est. E anche le stesse politiche di contenimento attivo messe in atto dagli Stati Uniti negli anni ‘80, erano troppo ridotte per provocare, da sole, la caduta dell’impero sovietico. Né la corsa agli armamenti degli anni ‘80, né il sabotaggio dell’industria sovietica, né l’appoggio alla resistenza dei mujaheddin in Afghanistan e dei sindacalisti di Solidarnosc in Polonia, né il calo dei prezzi del petrolio concordato con l’Arabia Saudita nel 1985, sarebbero bastati a far cadere un grande impero come quello sovietico, se quest’ultimo non fosse stato già marcio sin dalle fondamenta.

Non è stato compiuta alcuna campagna politica e culturale contro il comunismo, neppure nella Gran Bretagna della Thatcher e nell’America di Reagan. Negli anni ‘80 non si è formata una classe intellettuale e artistica coerentemente anti-comunista. Per tutti gli anni ‘80, le arti, le scuole, le università e i media sono stati saldamente egemonizzati dai marxisti e dai loro compagni di strada. Prova ne è che lo sono tuttora: il marxismo si è trasformato e ha cambiato mille nomi, ma resta la mentalità dominante della cultura occidentale anche nei primi anni 2000. Basti vedere che il collettivismo metodologico, il materialismo e il socialismo sono ancora dominanti nelle scienze sociali e soprattutto nel linguaggio dei media. In pratica il blocco comunista è collassato all’Est, quando all’Ovest quasi nessuno voleva che perdesse.

Contrariamente a quanto detto da Lech Walesa, non è stato il Papa Giovanni Paolo II a far cadere il Muro di Berlino (e con esso, come un grande domino, tutto il blocco dei regimi comunisti) con la sua forza spirituale a sostegno della resistenza cattolica in Polonia. “Quante divisioni ha il Papa?” si chiedeva ironicamente Stalin pensando a Pio XII. Negli anni ‘80, così come negli anni ‘40 staliniani, la Chiesa non aveva sufficiente forza politica per far crollare un impero. Inoltre, contrariamente agli anni ‘40, la Chiesa non era così compatta contro il comunismo. Pio XII aveva scomunicato i comunisti e proibiva ai cattolici di votarli. Negli anni di Wojtyla, nonostante l’anti-comunismo del Papa, la Chiesa aveva già sviluppato da due decenni una fitta rete di relazioni amichevoli con il blocco orientale. I preti polacchi rischiavano la morte e la galera, quando i parroci italiani marciavano sotto le bandiere rosse contro l’installazione degli Euromissili, d’accordo con gli atei filo-sovietici. Con tutto il bene che si può dire del Papa e della resistenza cattolica, non è stata quella Chiesa degli anni ‘80, così diffusamente catto-comunista, collettivista e terzomondista, a provocare la caduta del più grande e militarizzato impero moderno.

Contrariamente a quanto pensano gli amici ultra-cattolici, non è stata la Madonna a far crollare il sistema sovietico, facendo esplodere un deposito della marina nella Penisola di Kola nel 1984. La storia di questo “miracolo” che avrebbe posto fine alla Guerra Fredda è realistica quanto le leggende sui draghi e gli elfi. Se non altro per la valutazione sproporzionata dei suoi effetti: un deposito di missili della marina, anche se esplode facendo un gran botto e provocando un forte danno temporaneo, non è in grado di mutare le sorti di un conflitto, né tanto meno di far crollare un impero militare. Inoltre voglio sperare (per chi ci crede) che la Madonna si occupi di bersagli strategicamente più rilevanti di un singolo deposito di munizioni sovietico.
Infine, contrariamente a quel che pensano i musulmani, non sono stati i quattro mujaheddin afgani a provocare il collasso dell’Urss. Nella sua storia, per settanta anni, l’impero sovietico è riuscito a incamerare, sconfiggere e “digerire” decine di milioni di musulmani. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 e la successiva guerriglia decennale hanno impegnato una piccola frazione (neppure un decimo) delle forze armate sovietiche. Le perdite subite (meno di 10mila uomini) non giustificano il collasso militare del più grande esercito del mondo. Benché spina nel fianco, armata dagli americani, la forza dei mujaheddin in Afghanistan non ha svolto niente di più che una funzione di punzecchiatura di un gigante, fastidiosa, ma non letale.

Detto questo, andando per esclusione, resta una sola causa del collasso del Blocco Orientale: la sua autodistruzione. Il sistema sovietico, semplicemente, non funzionava. Conteneva, nel suo Dna, tutti gli elementi per la sua fine prematura. Come notava Von Mises, fin dalle origini del regime instaurato dai bolscevichi in Russia nel 1917, il sistema socialista è irrazionale. Nell’economia pianificata è impossibile calcolare i prezzi con la legge della domanda e dell’offerta. E’ impossibile, per i produttori, così come per i compratori, esprimere una preferenza individuale. E’ solo l’organo politico di pianificazione che decide cosa produrre, quando, dove, in quali quantità e a favore di chi. I casi sono due: o il pianificatore è Dio, o non fa altro che creare una schiera sempre più ampia di gente insoddisfatta dai prodotti e i servizi che il pianificatore gli offre. A produrre la base del malcontento contro i regimi comunisti sono stati milioni di clienti insoddisfatti. Un uomo che doveva fare la coda per il pane (senza la garanzia di trovarlo), leggere sempre i soliti quattro libri, vedere sempre il solito programma alla televisione (quando c’era la televisione), sentire sempre il solito programma radiofonico, fare sempre il solito lavoro scelto dal governo e non da lui, è un uomo spinto al suicidio. Soprattutto se vede che, a pochi chilometri da lui, nel territorio del “nemico” capitalista, persone che parlano la sua stessa lingua vivono in villette monofamiliari, hanno belle macchine, magari anche la piscina e fanno il lavoro che vogliono. Un uomo infelice in un sistema socialista può accettare quel sistema solo in due modi: col terrore e con il lavaggio del cervello. Il lavaggio del cervello diventa difficile, sinché nel resto del mondo continua ad esistere (magari a ridosso del proprio confine) un’alternativa al sistema socialista, che mostri quanto è meglio vivere nel capitalismo. Il terrore è la via più facile ed è quella che è stata praticata da tutti i leader sovietici e dai loro compagni di strada da Lenin a Chernenko. E’ bastato che Gorbachev mollasse un po’ la presa, illudendosi che, in un sistema più democratico, i cittadini avrebbero votato comunque per i comunisti, per far crollare tutto nel giro di una nottata. Questo è successo il 9 novembre 1989 e nei mesi immediatamente precedenti: lasciati per la prima volta liberi di scegliere, i cittadini del blocco orientale hanno votato contro il comunismo, sia con i piedi che con le schede elettorali. Grazie all’ingenuità di un Gorbachev, alla sua illusione di un comunismo votato liberamente dai suoi sudditi, è collassato un sistema che era comunque destinato a crollare.

Purtroppo questa lezione del 9 novembre non è stata capita. A venti anni dal crollo del comunismo, i socialisti sono convinti che la causa dell’impopolarità dei sistemi comunisti fosse nella repressione politica e non nella irrazionalità assoluta dei loro sistemi economici. I socialisti non si sentono minimamente in colpa per il disastro comunista e riescono ancora a dominare i ministeri dell’economia e i dipartimenti economici dell’università. E’ bastata una prima crisi finanziaria nel 2008 per sentirli proclamare, in coro, la fine del capitalismo e la necessità di tornare al socialismo. La pianificazione economica e i suoi aspetti più grotteschi (come i piani quinquennali che ci costringevano a guardare la Tv in bianco e nero anche 10 anni dopo l’invenzione del colore) è passata di moda. Oggi, però, ci sono le regole, sempre più numerose e rigide, imposte dai governi alle banche e alle aziende. Regole che, di fatto, sostituiscono la pianificazione: le aziende sono private, ma devono fare ciò che gli viene ordinato, o agire entro limiti di scelta sempre più stretti.
I cristiani sono convinti che a battere il comunismo sia stata la fede. E ora, sia i protestanti che i cattolici, non predicano più libertà dopo la fine dei sistemi più repressivi della storia umana: vogliono più leggi religiose, più valori religiosi contro il capitalismo, più interventi del governo contro le scelte etiche personali. Nessuno può ragionevolmente dire che la battaglia anti-abortista abbia potuto provocare la caduta dei regimi comunisti, eppure i cattolici di oggi ritengono che la difesa dell’embrione sia la diretta prosecuzione della vittoriosa battaglia di Solidarnosc. Forti delle vittorie che si si sono attribuiti ieri, si propongono come i salvatori di oggi.
Osama Bin Laden e gli integralisti islamici sono convinti di essere gli unici artefici del crollo dell’Urss. E per questo si ripromettono di far crollare, con il terrore, con la guerriglia e con la rivoluzione, anche gli altri loro nemici: gli Stati Uniti, Israele e i Paesi “atei” e “apostati” in senso lato. Ringalluzziti da quella che vedono come un loro trionfo, vogliono passare allo stadio successivo, far saltare il capitalismo dopo il comunismo.

E’ per questo che, a vent’anni dalla caduta di quell’infame simbolo di prigionia che era il Muro di Berlino, siamo molto più liberi di allora, ma siamo ancora perseguitati da tasse, leggi liberticide, terrorismo e repressione. Eppure la lezione del 9 novembre è semplice: meno Stato, più mercato, più libertà di scelta individuale, se non altro perché le alternative a questa formula possono provocare il collasso dell’intero sistema.