Meno Stato, più mercato: il vero messaggio dell’89

Il messaggio del 9 novembre è uno solo: con la caduta del Muro di Berlino è fallito il sistema comunista. Punto.

Non si può parlare di vittoria dell’Occidente, perché non c’è stata alcuna guerra, né alcuna battaglia culturale volta al collasso del blocco orientale. A parte gli sforzi solitari di Reagan e della Thatcher, nessun governo occidentale si è impegnato per far crollare il blocco comunista. Lo dimostrano le reazioni di incertezza, imbarazzo, quasi fastidio, di un Andreotti o di un Mitterrand di fronte alla caduta del Muro di Berlino e al rapido sfaldamento dell’impero dell’Est. E anche le stesse politiche di contenimento attivo messe in atto dagli Stati Uniti negli anni ‘80, erano troppo ridotte per provocare, da sole, la caduta dell’impero sovietico. Né la corsa agli armamenti degli anni ‘80, né il sabotaggio dell’industria sovietica, né l’appoggio alla resistenza dei mujaheddin in Afghanistan e dei sindacalisti di Solidarnosc in Polonia, né il calo dei prezzi del petrolio concordato con l’Arabia Saudita nel 1985, sarebbero bastati a far cadere un grande impero come quello sovietico, se quest’ultimo non fosse stato già marcio sin dalle fondamenta.

Non è stato compiuta alcuna campagna politica e culturale contro il comunismo, neppure nella Gran Bretagna della Thatcher e nell’America di Reagan. Negli anni ‘80 non si è formata una classe intellettuale e artistica coerentemente anti-comunista. Per tutti gli anni ‘80, le arti, le scuole, le università e i media sono stati saldamente egemonizzati dai marxisti e dai loro compagni di strada. Prova ne è che lo sono tuttora: il marxismo si è trasformato e ha cambiato mille nomi, ma resta la mentalità dominante della cultura occidentale anche nei primi anni 2000. Basti vedere che il collettivismo metodologico, il materialismo e il socialismo sono ancora dominanti nelle scienze sociali e soprattutto nel linguaggio dei media. In pratica il blocco comunista è collassato all’Est, quando all’Ovest quasi nessuno voleva che perdesse.

Contrariamente a quanto detto da Lech Walesa, non è stato il Papa Giovanni Paolo II a far cadere il Muro di Berlino (e con esso, come un grande domino, tutto il blocco dei regimi comunisti) con la sua forza spirituale a sostegno della resistenza cattolica in Polonia. “Quante divisioni ha il Papa?” si chiedeva ironicamente Stalin pensando a Pio XII. Negli anni ‘80, così come negli anni ‘40 staliniani, la Chiesa non aveva sufficiente forza politica per far crollare un impero. Inoltre, contrariamente agli anni ‘40, la Chiesa non era così compatta contro il comunismo. Pio XII aveva scomunicato i comunisti e proibiva ai cattolici di votarli. Negli anni di Wojtyla, nonostante l’anti-comunismo del Papa, la Chiesa aveva già sviluppato da due decenni una fitta rete di relazioni amichevoli con il blocco orientale. I preti polacchi rischiavano la morte e la galera, quando i parroci italiani marciavano sotto le bandiere rosse contro l’installazione degli Euromissili, d’accordo con gli atei filo-sovietici. Con tutto il bene che si può dire del Papa e della resistenza cattolica, non è stata quella Chiesa degli anni ‘80, così diffusamente catto-comunista, collettivista e terzomondista, a provocare la caduta del più grande e militarizzato impero moderno.

Contrariamente a quanto pensano gli amici ultra-cattolici, non è stata la Madonna a far crollare il sistema sovietico, facendo esplodere un deposito della marina nella Penisola di Kola nel 1984. La storia di questo “miracolo” che avrebbe posto fine alla Guerra Fredda è realistica quanto le leggende sui draghi e gli elfi. Se non altro per la valutazione sproporzionata dei suoi effetti: un deposito di missili della marina, anche se esplode facendo un gran botto e provocando un forte danno temporaneo, non è in grado di mutare le sorti di un conflitto, né tanto meno di far crollare un impero militare. Inoltre voglio sperare (per chi ci crede) che la Madonna si occupi di bersagli strategicamente più rilevanti di un singolo deposito di munizioni sovietico.
Infine, contrariamente a quel che pensano i musulmani, non sono stati i quattro mujaheddin afgani a provocare il collasso dell’Urss. Nella sua storia, per settanta anni, l’impero sovietico è riuscito a incamerare, sconfiggere e “digerire” decine di milioni di musulmani. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 e la successiva guerriglia decennale hanno impegnato una piccola frazione (neppure un decimo) delle forze armate sovietiche. Le perdite subite (meno di 10mila uomini) non giustificano il collasso militare del più grande esercito del mondo. Benché spina nel fianco, armata dagli americani, la forza dei mujaheddin in Afghanistan non ha svolto niente di più che una funzione di punzecchiatura di un gigante, fastidiosa, ma non letale.

Detto questo, andando per esclusione, resta una sola causa del collasso del Blocco Orientale: la sua autodistruzione. Il sistema sovietico, semplicemente, non funzionava. Conteneva, nel suo Dna, tutti gli elementi per la sua fine prematura. Come notava Von Mises, fin dalle origini del regime instaurato dai bolscevichi in Russia nel 1917, il sistema socialista è irrazionale. Nell’economia pianificata è impossibile calcolare i prezzi con la legge della domanda e dell’offerta. E’ impossibile, per i produttori, così come per i compratori, esprimere una preferenza individuale. E’ solo l’organo politico di pianificazione che decide cosa produrre, quando, dove, in quali quantità e a favore di chi. I casi sono due: o il pianificatore è Dio, o non fa altro che creare una schiera sempre più ampia di gente insoddisfatta dai prodotti e i servizi che il pianificatore gli offre. A produrre la base del malcontento contro i regimi comunisti sono stati milioni di clienti insoddisfatti. Un uomo che doveva fare la coda per il pane (senza la garanzia di trovarlo), leggere sempre i soliti quattro libri, vedere sempre il solito programma alla televisione (quando c’era la televisione), sentire sempre il solito programma radiofonico, fare sempre il solito lavoro scelto dal governo e non da lui, è un uomo spinto al suicidio. Soprattutto se vede che, a pochi chilometri da lui, nel territorio del “nemico” capitalista, persone che parlano la sua stessa lingua vivono in villette monofamiliari, hanno belle macchine, magari anche la piscina e fanno il lavoro che vogliono. Un uomo infelice in un sistema socialista può accettare quel sistema solo in due modi: col terrore e con il lavaggio del cervello. Il lavaggio del cervello diventa difficile, sinché nel resto del mondo continua ad esistere (magari a ridosso del proprio confine) un’alternativa al sistema socialista, che mostri quanto è meglio vivere nel capitalismo. Il terrore è la via più facile ed è quella che è stata praticata da tutti i leader sovietici e dai loro compagni di strada da Lenin a Chernenko. E’ bastato che Gorbachev mollasse un po’ la presa, illudendosi che, in un sistema più democratico, i cittadini avrebbero votato comunque per i comunisti, per far crollare tutto nel giro di una nottata. Questo è successo il 9 novembre 1989 e nei mesi immediatamente precedenti: lasciati per la prima volta liberi di scegliere, i cittadini del blocco orientale hanno votato contro il comunismo, sia con i piedi che con le schede elettorali. Grazie all’ingenuità di un Gorbachev, alla sua illusione di un comunismo votato liberamente dai suoi sudditi, è collassato un sistema che era comunque destinato a crollare.

Purtroppo questa lezione del 9 novembre non è stata capita. A venti anni dal crollo del comunismo, i socialisti sono convinti che la causa dell’impopolarità dei sistemi comunisti fosse nella repressione politica e non nella irrazionalità assoluta dei loro sistemi economici. I socialisti non si sentono minimamente in colpa per il disastro comunista e riescono ancora a dominare i ministeri dell’economia e i dipartimenti economici dell’università. E’ bastata una prima crisi finanziaria nel 2008 per sentirli proclamare, in coro, la fine del capitalismo e la necessità di tornare al socialismo. La pianificazione economica e i suoi aspetti più grotteschi (come i piani quinquennali che ci costringevano a guardare la Tv in bianco e nero anche 10 anni dopo l’invenzione del colore) è passata di moda. Oggi, però, ci sono le regole, sempre più numerose e rigide, imposte dai governi alle banche e alle aziende. Regole che, di fatto, sostituiscono la pianificazione: le aziende sono private, ma devono fare ciò che gli viene ordinato, o agire entro limiti di scelta sempre più stretti.
I cristiani sono convinti che a battere il comunismo sia stata la fede. E ora, sia i protestanti che i cattolici, non predicano più libertà dopo la fine dei sistemi più repressivi della storia umana: vogliono più leggi religiose, più valori religiosi contro il capitalismo, più interventi del governo contro le scelte etiche personali. Nessuno può ragionevolmente dire che la battaglia anti-abortista abbia potuto provocare la caduta dei regimi comunisti, eppure i cattolici di oggi ritengono che la difesa dell’embrione sia la diretta prosecuzione della vittoriosa battaglia di Solidarnosc. Forti delle vittorie che si si sono attribuiti ieri, si propongono come i salvatori di oggi.
Osama Bin Laden e gli integralisti islamici sono convinti di essere gli unici artefici del crollo dell’Urss. E per questo si ripromettono di far crollare, con il terrore, con la guerriglia e con la rivoluzione, anche gli altri loro nemici: gli Stati Uniti, Israele e i Paesi “atei” e “apostati” in senso lato. Ringalluzziti da quella che vedono come un loro trionfo, vogliono passare allo stadio successivo, far saltare il capitalismo dopo il comunismo.

E’ per questo che, a vent’anni dalla caduta di quell’infame simbolo di prigionia che era il Muro di Berlino, siamo molto più liberi di allora, ma siamo ancora perseguitati da tasse, leggi liberticide, terrorismo e repressione. Eppure la lezione del 9 novembre è semplice: meno Stato, più mercato, più libertà di scelta individuale, se non altro perché le alternative a questa formula possono provocare il collasso dell’intero sistema.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

15 Responses to “Meno Stato, più mercato: il vero messaggio dell’89”

  1. Piero Sampiero ha detto:

    Ridurre tutto al mercato, mi pare francamente riduttivo.

  2. gioegio ha detto:

    “Regole che, di fatto, sostituiscono la pianificazione: le aziende sono private, ma devono fare ciò che gli viene ordinato, o agire entro limiti di scelta sempre più stretti.” Il mercato o è regolato o non è mercato. Dovresti saperlo tu che hai studiato economia.

  3. Leonardo Facco ha detto:

    BRAVO STEFANO!!!!!

  4. Giorgio Branca ha detto:

    Ah… perchè esiste davvero il “libero mercato”?
    A meno che con clò si intenda solo la legittima corsa all’acquisto di beni di chi non ne ha avuti più di tanti sotto il socialismo reale (per vari motivi non tutti disprezzabili) e che definirei di più “consumismo” (di sicuro non privo di significati negativi)… io vedo purtroppo in azione soprattutto oligopolii e cartelli, multinazionali e distorsioni del mercato… alla faccia della “libera iniziativa”.
    Non ho nostalgie “sovietiche”, sia chiaro… ho solo forti dubbi sulla capacità del “libero mercato” di restare a lungo un “mercato fatto di concorrenza” e soprattutto “libero”.
    Giorgio Branca.

  5. Padre Maronno ha detto:

    Dal tenore dei commenti si evince chiaramente cosa abbia voluto dire vendere l’ala liberale del pdl ai missini, complimenti davvero.

    Per Magni: d’accordo sulla motivazione principale del collasso, che come giustamente rilevi era stata prevista solo dalla scuola austriaca, ma mi pare ingeneroso sostenere che in occidente non esistesse una opinione pubblica anticomunista (se non lo era dichiaratamente e nella cultura “alta” lo era nei fatti e nella cultura “di popolo”: c’era molto più spirito capitalistico, mettiamo, in un film americano anni ’80, di quanto non se ne veda nell’America che oggi sceglie un presidente socialista). Inoltre, mi sembra che tu sottovaluti di molto la spinta rivoluzionaria di Giovanni Paolo II, un papa amatissimo e molto seguito dai credenti, anche se non seguito interamente dal clero. Insomma, va bene richiamare la Causa, ma ricordiamoci che ci sono anche importantissime concause.
    Bell’articolo, comunque.

  6. Diego Perin ha detto:

    Bell’articolo, purtroppo dubito lo leggerà chi ne ha realmente bisogno.
    A tutti quelli che “se il mercato non è regolamentato non è mercato” desidero sottolineare che assenza di pianificazione statale, non significa assenza di regole. Il mercato come qualsiasi altro insieme di relazioni personali è pieno zeppo di regole che partecipanti al sistema si danno affinchè il “gioco” funzioni. Libero mercato significa che Tizio e Caio possono scambiarsi vicendevolmente beni e servizi nella modalità, nelle quantità e nei tempi che preferiscono, rispettando gli accordi che loro e solo loro si sono dati, e che nessuno, tanto meno lo stato, deve intromettersi nella contrattazione per stabilire quanto Tizio deve dare Caio affinchè Caio non sia “sfruttato” o viceversa. Nè deve intromettersi per agevolare alcuni scambi anzichè altri. Tutto qui.

  7. Giorgio Branca ha detto:

    @Diego. Mi sentirei anche di essere d’accordo con Te. Io esprimo, infatti, più dubbi, che certezze. Però mi pare che tu descriva più un “baratto”, che il mercato, così come oggi è praticato… e come fino ad oggi si è evoluto.
    Esso non “transa”, infatti, beni e servizi semplicemente fra Tizio e Caio (baratto), ma attraverso meccanismi finanziari (denaro e banche, cioè tassi di interesse e finanza = cose da regolamentare non fra due semplici privati, ma dallo Stato) e di politica economica, richiede che siano Leggi dello Stato a garantire innanzi tutto il non sfruttamento di Sempronio lavoratore (cioè i soggetti terzi, nella transazione economica, se no siamo al “caporalato”), e poi la libera concorrenza stessa con regole (sempre a carico dello Stato) che sanzionino la concorrenza sleale, la turbativa del “mercato” e la formazione di “cartelli” fra potentati economici in grado di schiacciare la concorrenza dei più piccoli imprenditori, condannandoli ad essere assorbiti dalla grande distribuzione, o fallire.
    Cosa che purtroppo è proprio ciò che succede, oggi, alle piccole imprese e alle ditte individuali, che pur in quello che dovrebbe essere un “libero mercato”, sono costrette a cedere di fronte ai costi finanziari insostenibili imposti loro non da Stati soffocanti, ma dalle Majors economiche… che sono in genere enti multinazionali PRIVATI.
    Le regole per cui i piccoli soccombono, insomma, a ben guardare le hanno inventate, dettate e imposte le grandi imprese economiche private, i famigerati oligopoli, e non gli Stati nazionali, al cui dovere di regolamentazione oggi si è tanto insofferenti.
    E le regole del mercato, non possono darsele tra loro due concorrenti al medesimo servizio o prodotto che di certo farebbero “cartello” per evitare ogni “terzo incomodo”(cioè la morte del libero mercato)… esse devono essere “terze” e dettate da un arbitro “super partes”, che non abbia interessi in gioco.
    Fermo restando l’onestà della Politica e della sua politica economica… ma questo è un altro discorso ancora…
    Giorgio Branca

  8. Stefano Magni ha detto:

    @Giorgio Branca e Diego,
    capisco che sia difficile parlare di libero mercato in un sistema altamente regolamentato dallo Stato come quello che abbiamo adesso sia in Europa che in America (e con Obama, in America, lo sarà sempre di più), ma non dobbiamo mai confondere le regole del mercato con quelle dello Stato. Il mercato ha bisogno di una sola regola fondamentale: il diritto di proprietà. Purtroppo le regole statali minano questo diritto, non lo proteggono. La tassazione impone una sottrazione di proprietà. La regolamentazione riduce la libertà di godere e disporre della proprietà. Lo Stato novecentesco, purtroppo, si contrappone al mercato, non ne garantisce il buon funzionamento. Il fatto che i sistemi occidentali reggano, mentre quelli comunisti siano crollati, è dovuto unicamente al fatto che in Occidente ci sono meno regole rispetto ai regimi comunisti. Il diritto di proprietà è più rispettato nei nostri sistemi “misti” che non sotto regimi che l’aboliscono del tutto. Ma stiamo attenti a invocare “regole per il mercato”, perché la stessa logica, portata alle sue estreme conseguenze, porta al socialismo reale: è lo Stato e non l’individuo che decide come usare i mezzi di produzione, allocare beni e servizi, compiere scelte sulle vite degli altri.

  9. Stefano Magni ha detto:

    @Giorgio Branca,
    quanto alla paura di cartelli e grandi monopoli, possiamo vedere benissimo che i più grandi cartelli e monopoli sono quelli protetti, garantiti o addirittura creati dallo Stato. A partire dalla legislazione di primo ‘900 in America “contro i trust”, che è intervenuta a favore di aziende ex monopoliste perdenti contro la concorrenza di nuovi suggetti. In un mercato libero dallo Stato e dalle sue distorsioni, mantenere un monopolio vuol dire, sostanzialmente, continuare a battere la concorrenza reale e potenziale, continuando a mantenere standard talmente alti di prezzi e benefici da soddisfare il più alto numero di clienti. La comparsa di nuove tecnologie non ha mai creato sufficienti barriere all’ingresso della concorrenza: né i produttori di treni due secoli fa, né quelli di computer negli ultimi 30 anni sono riusciti a creare e mantenere posizioni di monopolio. Quindi, sarò ripetitivo, ma lo Stato non ci garantisce una miglior concorrenza.

  10. Giorgio Branca ha detto:

    @Stefano. Ti risponderò, in seguito e non di getto, cercando di fare puntuale riferimento ai punti che tocchi, nella tua educata e documentata risposta.
    Ti chiedo intanto, se vorrai, di chiarirmi un passo del tuo intervento, di cui non sono certo di aver colto il giusto significato, laddove Tu scrivi: “In un mercato libero dallo Stato e dalle sue distorsioni, mantenere un monopolio vuol dire, sostanzialmente, continuare a battere la concorrenza reale e potenziale, continuando a mantenere standard talmente alti di prezzi e benefici da soddisfare il più alto numero di clienti”.

    I punti di mia perplessità sono due:

    Il primo è che il “monopolio” – che oggi è in realtà rappresentato più da un oligopolio di pochi attori, che operano in regime di monopolio, grazie agli accordi di cartello, dovuti alla posizione dominante sul mercato – non contribuisca a “battere la concorrenza reale e potenziale”, cosa che sarebbe sacrosanta, ma che le impedisca proprio di esistere, impedendole di fatto di nascere e crescere… e questa è dittatura di pochi sul mercato di tutti, cioè l’esatto opposto della “libera concorrenza”

    Il secondo, ma forse è proprio qui che traviso le tue parole, non capisco come il mantenere “standard talmente alti di prezzi” possa rappresentare un beneficio tale da “soddisfare il più alto numero di clienti”.
    La concorrenza dovrebbe portare ad una razionalizzazione delle risorse ed ottimizzazione dei processi produttivi tale da permettere un abbassamento dei costi di produzione, capace di innescare un parallelo contenimento del prezzo verso il mercato e il cliente finale.
    Questo è, o dovrebbe essere, io credo, lo scopo ultimo del “libero mercato”, che se agisse sempre, davvero, così, sarebbe certamente in grado di beneficiare molti, ma che, invece, mi pare attenersi spesso a tutt’altre regole, molto più simili alla “licenza” di fare in qualsiasi modo profitto “privato”, che alla “libertà” di intraprendere e guadagnare, nel rispetto di regole generali, e sempre tenendo in vista il bene e la crescita della “casa comune”.

    Forse varrebbe proprio la pena di vedere se, sostituendo al termine “Stato” l’idea di una più condivisa finalità “anche” sociale del “mercato” e dell’Impresa, non sia possibile uscire da questo dissidio, che temo ci condanni all’infinito ad un’alternanza, poco produttiva, di due “assoluti”, Stato e Mercato, potenzialmente ambedue dannosi, se “assunti” da soli…

    Grazie per la Tua attenzione.
    Giorgio Branca

  11. Stefano Magni ha detto:

    @Giorgio Branca, prima di tutto ti rispondo sul secondo punto. Perché mi rendo conto di aver scritto male il concetto: io intendevo dire che in una situazione di libero mercato un monopolista deve mantenere prezzi bassi e alti standard del prodotto offerto, al punto da essere scelto dai clienti più di qualsiasi altro concorrente. In un regime di monopolio naturale (di mercato) il monopolista rimane tale sinché un concorrente non riesce a offrire un prodotto altrettanto buono a prezzi altrettanto bassi. Tutto ciò va negli interessi dei consumatori e non mina la libertà di alcuno.
    Quanto al primo punto, i cartelli, voglio vedere e giudicare caso per caso. Gli accordi di cartello fanno parte del libero mercato: non possiamo impedire a due aziende di accordarsi. Ma la durata di questi accordi dipende in buona sostanza da quanto essi sono protetti da leggi che li favoriscono. In Italia, per esempio, il cartello delle assicurazioni sulle auto è ampiamente favorito dalla legge che impone l’obbligatorietà dell’assicurazione (e negli Usa accadrà lo stesso fenomeno con le assicurazioni sanitarie quando passerà la ObamaCare, vogliamo scommettere?). Il cartello dei distributori di carburante sorge in un mercato iper-regolamentato dal settore pubblico. Viceversa, in un mercato in cui la regolamentazione è ancora bassa, quale l’informatica, i monopoli durano meno e i cartelli tendono ad essere sfasciati più facilmente da aziende free-rider. Negli anni ’70 l’IBM sembrava onnipotente, oggi conta relativamente poco. La Microsoft adesso ci appare onnipotente, ma, come è evidente, molti prodotti di moda come i-Pod, i-Tunes e FireFox non sono di marca Microsoft. Non nego che nel mercato libero ci possano essere monopoli e cartelli, dunque: affermo solo che, nel mercato, questi diventano meno nocivi per i clienti e tendono ad essere meno duraturi.

  12. Bel testo, completo e molto puntuale. I miei complimenti. E’ vero che solo la scuola austriaca aveva previsto il collasso dei sistemi socialisti per la loro intrinseca irrazionalità ed è, purtroppo, altrettanto vero, che “la testa marxista” infetta il mondo ancora oggi imperterrita. Per questo sarebbe necessaria una fortissima azione di diffusione nei fatti di una cultura veramente e non più elitariamente liberale. Tutto questo non può non passare attraverso una profonda, radicale revisione della forma stato, colbertian-napoleonica, che ci è propria ed in funzione dei meccanismi stessi della quale “la testa marxista” con la metodica gramsciana si è incistata ovunque in ogni dove generando il vero, unico monopolio inscalfito ed apparentemente inscalfibile. Scuola, università, giornalismo, meccanismi culturali e di sollecitazione e direzione della pubblica opinione e, soprattutto, magistratura sono inquinate a tal punto da far disperare per l’avvenire. Con la “testa fanatica”, sia essa talebana, sia integralista cattolica o protestante, sia marxista non vi è compromesso possibile. Viviamo su piani diversi dell’esistenza e la dinamica di mercato che autoregola, sostanzialmente, cartelli e monopoli al di là della regolamentazione ope legis nulla può a breve termine contro la “testa fanatica”. Basti guardare al monopolio politico-affaristico-amministrativo che sono di fatto le cosiddette Regioni rosse. Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche sono, di fatto un blocco compatto di clientele che regolano e dirigono e governano inscalfite la vita di tutti al di là delle stesse convinzioni e delle stesse intenzioni. Sono esse il vero socialismo realizzato oppressivo ed escludente presentato nel volto gommoso ed opaco, nebbioso, delle prassi e delle abitudini consolidate da decenni di commistione fra partito, sindacato, organizzazioni di produzione che di cooperativistico hanno solo il nome ed amministrazioni locali ai vari livelli. Mi domando perché mai ancora oggi niente è fatto per riportare alla libera concorrenza ed alla dinamica naturale del mercato questa fetta dell’economia nazionale che produce di fatto solo per la propria gestione monopolistica e per il mantenimento del dominio politico-amministrativo da essa di fatto esercitato. Le viene garantito un livello tale di impunità fiscale che non ha eguale in economie paragonabili alla nostra. Così come viene garantito un livello di impunità assoluta alla “testa marxista” quando colpisce – e lo fa diuturnamente, senza ritegno, in ogni dove – indisturbata. Il caso Battisti, di quel furbissimo delinquente comune pluriomicida il quale per tentare di scamparla si confuse abilmente con la “testa marxista” combattente ed ora, grazie alle complicità del soccorso rosso che va dalle stanze intime dell’Eliseo alla Corte Suprema brasiliana, se ne sta sostanzialmente indisturbato a scrivere le sue memorie anziché in una cella di massima sicurezza a scontare i suoi ergastoli, la dice lunga e per intero. Complimenti, ancora una volta, all’Autore.

  13. Francesco Quistelli ha detto:

    Bravo Stefano! La battaglia per la libertà non finisce mai, e il faro deve sempre restare acceso e sempre pronto a illuminare i tanti attacchi… Un caro saluto,
    Francesco

  14. PIETRO ha detto:

    lettera ad un esponente del movimento contro le tasse
    e lo Stato
    ================================

    Caro Signor Fidenato,
    lei sa benissimo di avere sollevato la questione del sostituto di imposta come grimaldello per scardinare qualcosa di ben più importante e cioè la fiscalità generale dello Stato. In atto lei corrisponde ai lavoratori il lordo ma ogni cosa ha un principio, una evoluzione, un assestamento generale. Non possiamo escludere che avendo in mano l’ammontare delle tasse che i lavoratori dovrebbero pagare i datori di lavoro decidano poi di trattenerli e di non darli nè ai lavoratori stessi nè allo Stato. Non sarebbe la prima volta che succede nel nostro Paese. Insomma, alla fine, la vostra idea è espressa quando, nel frontispizio del vostro sito, scrivete: “le tasse sono un furto.” Le tasse, che certamente vanno riviste abolendo alcune assurdità come gli studi di settori, se eque ed applicate con giustizia, sono il fondamento della coesione sociale e della convivenza civile. Se diventano troppo pesanti e vengono usate per foraggiare il parassitismo delle oligarchie politiche e le loro clientele, diventano pericolose per la democrazie. Il federalismo fiscale voluto dai leghisti porterà ad un appesantimento fiscale che potrebbe risultare insopportabile. Già paghiamo l’Irpef regionale e comunale in quasi tutte le regioni d’Italia e le Regioni sono costosissime con stipendi ai consiglieri regionali ed ai membri della giunta regionale di governo veramente scandalosi. Le privatizzazioni aumentano terribilmente i costi di gestione perchè si debbono mantenere presidenti e consiglieri di amministrazione a milioni di euro l’anno. Mi risulta che nel Veneto c’era, non so se ancora, un tratto di autostrada amministrato da due o tre consigli di amministrazione!
    Le tasse bisogna pagarle equamente ma dobbiamo pretendere che i soldi ricavati vengono utilizzati per il bene dei cittadini e della comunità. Cominciando a tagliare le spese della politica.
    Da giovane ho fatto il Consigliere Comunale della mia città. La carica era completamente gratuita. Tutto funzionava più o meno come ora e forse meglio. Ora il consigliere comunale percepisce uno stipendio di tremila euro al mese ed in più ha un budget per la segreteria più le consulenze che si offrono agli amici professionisti e che spesso non servono proprio a nulla. Vada a vedere quante consulenze ha la Regione Veneto e le sommi a quelle di tutte le amministrazioni pubbliche della regione. Vedrà che ammontano a centinaia e centinaia di milioni di euro che potrebbero essere risparmiate per abbassare le sue tasse e dare delle opportunità in più ai giovani….
    Vi invito anche a considerare che la proprietà è stata proposta diritto naturale da Locke nel sedicesimo secolo. Il Locke come sapete è fondatore dell’ideologia capitalistica, il liberalismo, e per fare quadrare tutta la piattaforma rivendicativa della borghesia nei confronti dell’aristocrazia che faceva derivare la proprietà soltanto da un dato di ereditarietà e da un diritto “divino” e legittimare
    una provenienza “volgare” della proprietà ( sfruttamento esseri umani, schiavitù, commercio, speculazioni in borsa etcc..) la classificò tra i diritti naturali. Ma la proprietà non è diritto naturale ma
    positivo regolato dalle leggi della comunità in cui si rivendica o se ne vuole la protezione.

    Pietro Ancona

    http://tarantula.ilcannocchiale.it/post/2213505.html
    Cordialmente
    Pietro Ancona

    ,

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