– “Mr Gorbaciov, Tear down this wall!“, disse Ronald Reagan il 12 giugno 1987 davanti alla Porta di Brandeburgo. E pensare che i maggiorenti del suo staff nemmeno volevano fargliele pronunciare quelle parole, perchè le ritevano “unusual and unpresidential“. La frase era di Peter Robinson, che in una missione a Berlino preparatoria della visita presidenziale aveva capito che aria tirava da quelle parti o, forse, aveva compreso l’avversità dei berlinesi dell’Ovest per quella barriera. Molti volevano togliere quella frase, insomma, ma alla fine Reagan scelse di lasciarla: “I think we’ll leave it in“.

Ha scritto Alberto Mingardi su Chicago-blog: “Mi impressiona un poco che, nelle rievocazioni della caduta del Muro, manchi puntualmente un protagonista: Ronald Reagan, ridotto a comprimario in resoconti in cui si celebra la lungimiranza di Gorbaciov o Kohl, o si rivaluta Craxi spietatamente (e giustamente) confrontato con la miopia dei leader del PCI”. Ha ragione Mingardi: Reagan è stato uno di quei visionari condannati ad aver ragione troppo presto, in un mondo che ama celebrare muri caduti, ma non coloro che operano per abbatterli quando sono ancora in piedi.

Oggi, vent’anni fa, cadeva il Muro di Berlino. Chi scrive quel giorno aveva nove anni e serba il ricordo di quelle scene di giubilo trasmesse dalla TV, delle domande fatte agli adulti per capire, di un interrogativo a cui nessuno sapeva dare risposta. Non volevo capire perchè il Muro fosse caduto, ma perchè qualcuno avevano chiuso un pezzo di una città con tutti i suoi abitanti dentro ad un recinto per così tanto tempo. Per celebrare la caduta del Muro, conviene allora pensare alle tante barriere reali ed immateriali che abbiamo erto e che non riusciamo o non vogliamo abbattere. Muri tra uomini ed altri uomini, tra Paesi, tra razze, tra persone che hanno certe preferenze sessuali ed altre che ne hanno altre, tra convinzioni religiose, tra chi gode di rendite e chi si vede escluso, tra chi vuol entrare nel mercato del lavoro e chi non accetta che altri facciano quel mestiere, tra chi vuol fare impresa e chi non accetta la competizione. Tra chi vuol entrare nel benessere di una società libera per contriburvi, per integrarsi e per dare ai propri figli un futuro migliore ed altri che escludono sulla base di un’ancestrale paura per il nuovo ed il diverso.