– Conosciamo il refrain: la laicità di Gianfranco Fini non è che il vezzo narcisistico di un politico à la page, che, per essere definitivamente sdoganato, deve dispiacere alla destra che dispiace alla sinistra. E ben si comprende, anche per questo, che dispiaccia alla guardie svizzere “del partito dei valori”, che vedono nel cristianesimo un’identità da rivendicare assai più che una fede da professare.

Però, a  questa idea di laicità da “minoranza laica” Fini non sembra particolarmente affezionato. Ne “Il Futuro della Libertà”, quando parla di una politica laica il Presidente della Camera  non fa tanto riferimento ad una cultura politica alternativa a quella cattolica, ma ad un’idea della cittadinanza e della partecipazione politica capace di “rifondare la polis” su basi diverse da quelle puramente identitarie, che nelle società avanzate e complesse non costituiscono più un fattore di unità, ma di divisione e di isolamento.
La politica laica è, per Fini, quella che consente di costruire una relazione solida tra la polis della cittadinanza e la cosmopolis della vita sociale, tra la dimensione statuale e quella globale. Proprio perché la politica deve cercare ciò che è “comune” a tutti i cittadini, piuttosto che ciò che è “proprio” di ognuno, scrive Fini citando Vita Activa di Hannah Arendt,  non può fondare sulla religione né sulla nazione i propri meccanismi di legittimazione di funzionamento.  Il timore di una uso politicamente confessionale della religione alla pari di quello di un’involuzione etnico-nazionalistica dell’ideale patriottico non fa però di Fini un laicista o un internazionalista della rive gauche. Al contrario, lo rende un normale esponente del centrodestra europeo, che anche nelle sue componenti più tradizionalmente democratico-cristiane (in Germania e in Spagna) è solidamente ancorato ad un’idea laica della politica del tutto sovrapponibile a quella che nel centrodestra italiano continua a suscitare scandalo.

Nella logica del “Dio, patria, famiglia” ad essere politicamente sbagliati non sono né la fede, né l’amor patrio, né il vincolo familiare, ma l’idea della brutale identificazione del “pubblico” con il “privato” della maggioranza, della polis con l’oikia (per citare, sempre, Hannah Arendt), che pregiudica la possibilità non solo di costruire, ma perfino di concepire il senso di una cittadinanza comune.
La svolta laica di Fini non dipende dunque dal fatto che egli sia personalmente estraneo alla cultura profonda della destra italiana o interessato a presidiare il “lato laico” della propria compagine politica. La laicità di Fini è la condizione e la premessa, intellettuale e morale, di quel patriottismo costituzionale a cui il Presidente lega indissolubilmente la propria scommessa politica.

La laicità di Fini non investe tanto il piano dei valori morali, ma di quelli politici. Il Presidente della Camera è spesso superficialmente accusato di sottovalutare le conseguenze del relativismo morale sul piano della coesione sociale. In realtà invece egli ha ben chiaro, a differenza di molti suoi critici, il rischio del relativismo politico connesso ad un’idea del Paese interamente affidata alla retorica passatista delle “nostre” radici piuttosto che all’idea di un futuro “comune”.
La laicità di Fini, dunque, è in linea con il popolarismo europeo di Sarkozy ma anche della Merkel, non è “di sinistra”, non è anticristiana, è politica ben prima che etica. Chiede al Pdl di coltivare una fiducia ragionevole e non una paura istintiva dei cambiamenti e di divenire un partito aperto ed inclusivo e quindi in prospettiva più forte, anche elettoralmente, di un Pdl “Dio, patria e famiglia”, chiuso nel recinto identitario, tanto meno attraente quanto più scollegato dalla vita reale di elettori ed eletti.