A Zaia la responsabilità di far partire la ricerca ogm in Italia – AUDIO

– Immaginate la griglia di partenza di un gran premio di Formula 1, tutti i piloti schierati, i motori accesi, in attesa che si spenga il semaforo rosso e si possa partire. Ma il semaforo non si spegne mai. E’ un po’ questa la situazione italiana delle ricerca scientifica in campo aperto sugli ogm: un decreto interministeriale del gennaio 2005 aveva indicato i criteri generali per “la valutazione del rischio per l’agrobiodiversità, i sistemi agrari e la filiera agroalimentare, relativamente alle attività di rilascio nell’ambiente di OGM per qualsiasi fine diverso dall’immissione sul mercato”, demandando ad un successivo decreto ministeriale del Ministero delle Politiche Agricole la definizione, con speciali protocolli tecnico-operativi, delle modalità operative e di dettaglio.
Facciamo ordine. Secondo il decreto del 2005, per ogni specie geneticamente modificata su cui si vuole effettuare la ricerca sul campo è opportuno un protocollo, che prima di arrivare sulla scrivania del Ministro ha bisogno del parere favorevole di uno speciale Comitato tecnico di coordinamento, composto da rappresentanti ministeriali e da delegati della Conferenza Stato-Regioni.Ebbene, dal 20 novembre 2008 vi sono ben nove protocolli che hanno ricevuto il parere favorevole del Comitato (riguardano kiwi, agrumi, ciliegio dolce, fragola, mais, melanzana, olivo, pomodoro, vite) e che aspettano solo la firma di Zaia sul relativo decreto. E Zaia non firma, tenendo chiuse nel cassetto le speranze di molti ricercatori italiani per i quali lo sblocco della ricerca renderebbe un futuro della loro attività in Italia.
Il perdurare del vuoto regolatorio rispetto alla coltivazione ed alla sperimentazione di sementi geneticamente modificate inibisce lo sviluppo in Italia di un importante filone di ricerca scientifica, impedendo al nostro Paese di restare al passo con i maggiori competitori internazionali sul fronte dello sviluppo delle biotecnologie. Non si tratta di coltivare e commercializzare questo o quel prodotto ogm, ma di avviare un percorso rigoroso di ricerca, per poi scegliere cosa coltivare e cosa no. Per quali motivi, allora, a distanza di dodici mesi dal parere favorevole espresso dal Comitato tecnico di coordinamento, non è ancora stato emanato il relativo decreto ministeriale? E’ questa domanda, che Benedetto Della Vedova ha allora rivolto al ministro leghista, il succo di un’interrogazione parlamentare presentata ieri alla Camera dal presidente di Libertiamo.

Con Della Vedova,  c’erano Silvano Dalla Libera, vicepresidente dell’associazione di agricoltori Futuragra, e il prof. Francesco Sala, docente di biotecnologie all’Università di Milano. “Senza ricerca genetica – ha commentato Sala – perderemo i nostri prodotti tipici, come già è accaduto con il pomodoro San Marzano”. Fino al 2000-2001, ha ricordato lo studioso, l’Italia era “all’avanguardia nella ricerca biotecnologica, soprattutto quella pubblica, fatta su prodotti tipici della nostra agricoltura, che non interessavano, né interessano le multinazionali. Erano in corso oltre 250 sperimentazioni, di altissima qualità”. Il 2001 è stato l’anno fatidico, con l’allora ministro Pecoraro Scanio che invitò i biotecnologi ad occuparsi d’altro (a partire dalla ricerca medica e farmaceutica). Da quell’anno l’Italia è al palo e questo, secondo Sala, metterebbe a serio rischio l’esistenza dei nostri prodotti di qualità, “che non vengono dal nulla, ma sono frutto di anni di ricerca e soprattutto non sono eterni”. Senza ogm “aumenterà l’uso della chimica: Nell’intero continente americano l’uso di fitofarmaci è sceso del 15 per cento negli ultimi anni; in Europa è salito della stessa percentuale”
Il maiscoltore Dalla Libera ha rincarato la dose: “Senza ogm, siamo costretti a usare molta chimica, dannosa sia per l’ambiente che per la nostra salute, a coltivare mais con alti livelli di micotossine, altamente cancerogeno, e a produrre a prezzi poco competitivi”.
Il ragionamento del vicepresidente di Futuragra è lapidario: “Noi agricoltori chiediamo di poter vivere del nostro lavoro, non di finanziamenti pubblici. Per fare questo, però, abbiamo bisogno degli ogm”.

Motori accesi, vetture ferme. L’esempio più lampante è quello della Regione Lombardia, che in attesa della firma di Zaia, ha dato un’accelerata all’iter al fine di velocizzare il procedimento autorizzativo, sottoponendo gli schemi dei protocolli all’attenzione dei gestori dei siti candidati ad ospitare le sperimentazioni. “A livello regionale – si legge in una lettera di risposta dell’assessore regionale all’Agricoltura, Luca Daniel Ferrazzi, a Futuragra – sono stati completati tutti i passaggi a oggi possibili; questo nel preciso intento di ottemperare a quanto la normativa prevede e, soprattutto, di contribuire alla ripresa, da tanti auspicata, dell’attività di ricerca che di fatto è sospesa da ormai troppi anni in Italia”.
Motori accesi, quindi, e vetture sempre ferme. Al ministro Zaia ora spetta il compito di dirci perché.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


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