D’Alema ha il fisico, ma non le idee giuste per fare Mr. Pesc

– La candidatura di Massimo D’Alema alla prestigiosa e influente posizione di futuro ministro degli esteri dell’Unione Europea è un altro colpo da maestro del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. D’Alema, l’unico leader della sinistra che potrebbe dare dei grattacapi al Premier, riceve il pieno appoggio del governo per le sue ambizioni europee. Se ce la fa, Berlusconi si leva dai piedi un formidabile avversario che si dovrà sentire almeno un po’ in debito nei suoi confronti. Se viene scartato, Berlusconi ci fa sempre bella figura e D’Alema si addossa i demeriti della sconfitta. Detto questo, non è impossibile che D’Alema ce la faccia – anche se il suo principale avversario, il ministro degli esteri inglese David Milliband sembra avere più punti a suo favore nel complicato Manuale Cencelli delle nomine europee. E se D’Alema fosse, bisogna chiedersi se è un bene o un male per l’Europa avere un uomo come D’Alema a capo della diplomazia europea.
Partiamo dalle questioni istituzionali. Ora che il Trattato di Lisbona ha superato l’ultimo scoglio – l’opposizione del presidente della Repubblica Ceca – il servizio esteri attivo entrerà in funzione col nuovo anno. A capo di questa nuova struttura – la cui composizione e ubicazione fisica rimangono ancora un mistero a Bruxelles – sta l’alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza. A sua volta, e a differenza che in passato, l’alto rappresentante è vicepresidente della Commissione Europea. D’Alema, se vincesse, dovrebbe quindi essere a capo di un nuovo e amorfo ministero degli esteri europeo, il cui personale e le funzioni con tutta probabilità saranno dettate dagli interessi, le quote e il sistema delle spoglie degli stati membri. Dovrà rispondere al Parlamento Europeo in fase di nomina e successivamente dovrà relazionare gli euro eletti in merito a qualsiasi questione si ritenga necessario, opportuno o doveroso riferire. E dovrà rispondere al Presidente della Commissione, il conservatore portoghese europeista (e di secondo mandato) José Manuel Barroso, che sarà il suo capo. Non abbiamo dubbi che D’Alema, consumato navigatore della palude politica romana, se la saprà cavare in questi frangenti; ma certamente la struttura istituzionale, che circonda la posizione cui lui ambisce, instaura importanti freni e meccanismi di controllo e di contenimento di un ministro degli esteri altrimenti potenzialmente molto attivo. L’attuale titolare, Javier Solana, ha goduto di una significativa indipendenza. D’Alema, specie se affiancato come pare da un presidente del Consiglio Europeo proveniente da un paese piccolo (si parla dell’attuale premier belga, Herman Van Rumpuy), potrebbe facilmente guadagnarsi il ruolo di prima donna, a dispetto dei limiti istituzionali. Dipenderà dalla sua capacità di tessere consenso tra paesi diversi e governi di colore politico diversi e di non calpestare l’ego di leader come il presidente francese Nicolas Sarkozy o interferire con l’influenza di leader come il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Ci vorrà umiltà insomma, dote che non appare essere il punto forte di Massimo D’Alema.
Il che solleva le questioni di sostanza. Massimo D’Alema di certo riflette una visione della politica estera europea che gode di ampio sostegno in parte dell’opinione pubblica e del mondo politico e diplomatico europeo. Ma è la visione che meglio serve gli interessi europei? Quale esponente della sinistra europea, D’Alema ha una visione critica del rapporto con gli Stati Uniti, che si riflette in un impegno atlantista molto tiepido e un desiderio talvolta malcelato di vedere l’Europa assumere un ruolo concorrente, se non antagonista degli Stati Uniti. La sua eredità intellettuale affonda le radici nell’esperienza antimperialista e terzomondista della FGCI degli anni di piombo. Pur avendo messo quell’esperienza alle sue spalle, come tanti altri esponenti della sinistra europea, D’Alema oggi abbraccia in maniera dogmatica quegli elementi del sistema internazionale che servono più a mettere il freno alla potenza americana che ad avanzare valori occidentali quali la libertà, la democrazia e i diritti umani. Un riflesso di questa tendenza è quanto D’Alema pensa del Medio Oriente, dove è riuscito – complice la sua storica pregiudiziale contro Israele e per i palestinesi – a mitizzare le forze fondamentaliste di Hamas e Hezbollah, minimizzandone la minaccia non solo a Israele ma a molti alleati occidentali nella regione e riducendo tutti i problemi del Medio Oriente a uno solo – la questione palestinese e le politiche israeliane che a suo dire la rendono intrattabile.
Da Alto Rappresentante, queste posizioni peseranno come un macigno, specie su due temi – l’Iran e il processo di pace in Medio Oriente. Sull’Iran, D’Alema assumerebbe un ruolo chiave, visto che l’Alto Rappresentante è il negoziatore principale del dossier nucleare iraniano per decisione del Consiglio di Sicurezza – e vista la propensione al dialogo, il disdegno per le preoccupazioni israeliane, la dedizione ideologica al multilateralismo sotto la bandiera dell’ONU e la convinzione che un’azione unilaterale americana sia una minaccia alla pace mondiale di misura maggiore che una bomba atomica iraniana, D’Alema non interpreterà necessariamente a favore dell’Europa il suo ruolo di ministro degli esteri. In quanto al Medio Oriente, D’Alema sarà obbligato a promuovere la posizione ufficiale del Quartetto e la Roadmap – che impone a Hamas prima di considerarlo un interlocutore legittimo la rinuncia della violenza, il riconoscimento d’Israele e il rispetto di impegni passati – e dovrà rifarsi alla lista di organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea, che comprende Hamas. Ma da Ministro degli Esteri e successivamente da leader di spicco dell’opposizione, D’Alema si è ripetutamente pronunciato in maniera fortemente critica rispetto a questi due temi. Se ottenesse la nomina, la sua disponibilità a rivedere le sue posizioni passate sarà il primo tema sull’agenda della politica estera europea e – considerando l’umiltà mostrata da D’Alema in passato – potrebbe rivelarsi un inciampo fatale che ne caratterizzerà l’intero mandato.


Autore: Emanuele Ottolenghi

Nato a Bologna nel 1969, laureato in Scienze Politiche presso l'Università di Bologna, ha conseguito il Ph.D alla Hebrew University di Gerusalemme e ha insegnato presso l'Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies. Attualmente dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles; è l'autore di "La Bomba Iraniana" (Lindau, 2008)

9 Responses to “D’Alema ha il fisico, ma non le idee giuste per fare Mr. Pesc”

  1. alepuzio ha detto:

    Craxi aveva visto con favore l’ingresso dell’allora neonato PDS nell’Internazionale Socialista ed ha avuto il supporto che si è visto: come si fa a ritenere che D’Alema in Europa faccia anche gli interessi dell’attuale governo o piuttosto non si faccia un appoggio per eventuali attacchi contro il centro-destra?

    Perchè non proporre un appartenente alla “old school” del mondo liberale italiano anche se non PdL-compliant, come Bettiza, Sergio Romano, Antonio Martino?

    Il centro-sinistra è in crisi d’identità, di questo passo il centro-destra le farà compagnia tra poco.

  2. Luca Cesana ha detto:

    aricolo perfetto, nulla da aggiungere!

  3. romain ha detto:

    è il commento di Alepuzio a essere perfetto: lui vedrebbe bene a ministro degli esteri Ue uno della old school come Bettiza o Antonio Martino, e io son d’accordo, specie per Antonio Martino; se veramente, per somma iattura, D’Alema diventasse ministro esteri Ue, la sua politica sarebbe fatalmente anti-israeliana, e se fossi un ebreo, dentro e fuori Israele, comincerei a preoccuparmene; se Berlusconi appoggia talmente D’Alema da farlo vincere, perderebbe un sacco di voti; comunque ci ha pensato la Polonia a dire che non vuole un comunista in uno dei posti principali della Ue

  4. Euro Perozzi ha detto:

    … mha la voce che dipinge D’alema come intelligente mi sembra veramente esagerata, furbo forse. E poi anche Bersani penso si sentirebbe più libero (ed è una qualità di cui ha bisogno). Come tipo di intelligenza sono convinto che D’Alema speri molto su un giro europero dove rifarsi un immagine un po’ impolverata dalle barruffe italo-pugliesi.

  5. mauro ha detto:

    Gentili signore, egregi signori, cari libertari. 1947, 1951, 1989, sono tre date storiche in cui si sono decise le incerte sorti di questa Repubblica. 2009 anche questo sarà un anno in cui si deciderà un pezzo della nostra storia.
    Guardando indietro ai 60 anni di Repubblica non possiamo dire che le cose siano sempre state scontate. 20 anni, ricorrono in questi giorni, in cui cadde il muro di Berlino. 20 anni da quando la libertà si impose con una rivoluzione, un movimento popolare di cittadine e cittadini che con coraggio civile, ardimento, cuore, marciarono pacificamente da est ad ovest rendendo il muro inutile. Noi libertari, la maggior parte innominati, abbiamo dato loro il nostro contributo, prestato la nostra opera affinché muri, confini venissero abbattuti e la libertà avesse il sopravvento. Non era così scontato che questi accadimenti avvenissero veramente. Tutti coloro che oggi credono che la caduta del comunismo e del muro di Berlino, la Costituzione della Repubblica Italiana e la creazione della CECA poi Unione Europea, sia stata una cosa logica e scontata. Quando un compito viene portato a termine sembra che la cosa sia stata semplice, ma desidero ricordare quanto sia stato difficile per noi libertari, uomini liberi mantenere la barra in direzione della libertà e le cittadine e i cittadini sanno che noi libertari abbiamo con le nostre vite, con le nostre esistenze garantito la via della liberà, e non ci siamo battuti affinché 20 anni dopo comunisti o socialisti abbiano qualcosa da insegnarci.

  6. alepuzio ha detto:

    @romain
    Thanks :)

  7. mauro ha detto:

    Nella candidatura assolutamente berlusconiana di Massimo D’Alema a posizione di assoluto rilievo e potere nell’Unione europea, non v’è che la parte terminale di un lungo percorso berlusconiano e d’alemiano, e di una verità così chiara da essere accecante per troppi, quasi per tutti: la regia berlusconiana e il convergere “strategico” del leader democratico D’Alema stanno per arrivare ad una tappa finale, foriera di un epocale disastro politico e istituzionale.
    Dalla metà degli anni ’90, gli episodi di questo sottotraccia della struttura e del percorso del Regime monopartitico italiano sono stati, quella porcheria di consociativismo di cui non so riusciremo mai a liberarci. La candidatura di Massimo D’Alema ha oggi la forza esclusiva e determinante del potere di Berlusconi e della sua proclamata ossessivamente “italianità”.

  8. Jean Lafitte ha detto:

    “Perchè non proporre un appartenente alla “old school” del mondo liberale italiano anche se non PdL-compliant, come Bettiza, Sergio Romano, Antonio Martino?”

    perchè se proponi nomi del genere in europa ti sputano in faccia come a suo tempo con Buttiglione o più recentemente per la candidatura di Mauro alla presidenza del parlamento europeo.

    siamo seri su. come si può solo pensare di candidare uno come Martino?

    l’unico che hanno accettato della combriccola, a denti stretti, è stato Frattini. ex PCI, guardacaso….

  9. elenasofia ha detto:

    Che amarezza, proprio mentre si celebra il ventennale della caduta del muro di Berlino

    Berlusconi, che abbiamo votato anche per il suo coraggioso (a parole?) anticomunismo

    candida come ministro degli esteri europeo un comunista di ferro ….

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