Opt-out contro opt-in. Sul telemarketing occorre riformare in meglio, non conservare il peggio

– La legge sulla privacy è divenuta negli anni un imbarazzante feticcio normativo che, anziché difendere il “privato” dei cittadini e i loro dati sensibili dalla curiosità arbitraria o interessata di terzi, ha complicato loro clamorosamente la vita. Il tutto, ovviamente, non perché la privacy non sia un bene o un diritto da tutelare, ma perché la deriva burocratica (che ogni regolamentazione tendenzialmente comporta) in Italia non ha trovato freni, ma incentivi sia da parte del legislatore che del regolatore.

L’idea che la privacy rappresenti un ambito in cui il “diritto” sia un infinito processo di produzione di norme a mezzo di norme ha di fatto condizionato la percezione che i cittadini hanno dei problemi e degli attacchi al loro e all’altrui diritto alla riservatezza. Il risultato è che la gran parte degli italiani ritiene più “grave” il telemarketing  della profilazione realizzata utilizzando i dati personali che emergono, in grande copia, dalle interazioni telematiche, malgrado il solo uso dei motori di ricerca on-line, ormai, “scopra” le nostre preferenze o i nostri problemi privati  assai più del nostro indirizzo postale o del nostro numero telefonico.

Un’idea sbagliata e vecchia della privacy ha prodotto una cattiva cultura della privacy. E sono entrambe da cambiare.
In questi giorni, la privacy è tornata al centro della polemica politica e della discussione pubblica per il tentativo (a dir poco meritorio) di capovolgere la disciplina normativa del telemarketing e del teleselling. Fino ad oggi, in base al Codice Privacy, l’attività di promozione commerciale e di vendita è stata (in teoria) possibile solo con il consenso esplicito e preventivo del potenziale “cliente” (opting in). Il risultato prevedibile di una disciplina così restrittiva da divenire anti-concorrenziale e così inapplicabile da essere sistematicamente elusa da qualunque operatore, è stato il “far west” telefonico. Che il legislatore un anno fa ha dovuto riconoscere e “legalizzare”, estendendo, in deroga al Codice, il libero utilizzo dei dati compresi negli elenchi telefonici pubblici ante-2006 fino al termine del 2009.

Visto che questa deroga viola la normativa comunitaria, nella legge di conversione del decreto legge salva-infrazioni il relatore, senatore Malan, ha introdotto un emendamento che prefigura una diversa disciplina, non secondo il criterio vigente dell’opt-in, ma secondo quello dell’opt-out, per cui le numerazioni inserite in elenchi pubblici sono tutte contabili per finalità commerciali salvo che il titolare non iscriva il proprio numero in un “registro delle opposizioni” che tutti gli operatori, sotto la vigilanza del Garante della Privacy, sono tenute a rispettare.

Questa riforma (che riprende in larga parte la proposta presentata alla Camera da Benedetto Della Vedova e Sandro Gozi e mutuata dall’esperienza inglese; un buon esperimento di collaborazione bipartisan) anziché essere riconosciuta per quello che è – una misura che rende difendibile e esercitabile il diritto alla privacy, senza intenti punitivi nei confronti del mercato – viene da alcuni presentata per quello che non è, cioè una misura di vantaggio per gli operatori scorretti. Ma a condividerne e sostenerne la logica, fortunatamente non sono mancate associazioni dei consumatori, come Altroconsumo, e istituzioni scientifiche,  come l’IIP (Istituto Italiano per la Privacy). Vedremo come andrà la discussione (che oggi inizia nell’Aula del Senato). Ma confidiamo che questa volta il legislatore sul tema della privacy, anziché farsi bello con norme brutte, si limiti ad essere serio e ad approvare una legge seria.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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