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Legalizzare la galera, ecco una priorità delle politiche sulla sicurezza

– In Italia i mezzi di comunicazione e la stragrande maggioranza dei cittadini si accorgono del dramma che si cela dentro il mondo della carceri solo quando succede qualcosa di particolarmente grave. In tale senso la vicenda del povero Stefano Cucchi morto in circostanze a dir poco controverse ha scatenato indignazione generale e trasversale. E ha dato avvio ad una discussione sul carcere e sulle politiche del carcere che dal “particolare” e passata al “generale”, dai casi di “mala-galera” (che si susseguono quasi quotidianamente), alle ragioni organizzative e culturali che sono all’origine di questi casi. Su questo, l’analisi più lucida e inclemente è stata quella di Luca Ricolfi.

Le foto del corpo straziato e privo di vita di Cucchi, messe in circolazione per espressa volontà della famiglia (perché tutti potessero vedere in quali condizioni fosse ridotto), hanno sconvolto tutti per la durezza delle immagini contenute.
La Procura di Roma ha già aperto un fascicolo e l’auspicio generale è che prima possibile si possano accertare le responsabilità e lo svolgimento fatti. Per ora l’ipotesi di reato è omicidio preterintenzionale a carico di ignoti. L’indagine servirà proprio a chiarire i tanti dubbi emersi e i buchi neri di cui sono costellati i sei giorni di agonia di Stefano Cucchi, dal suo arresto alla morte presso l’ospedale Pertini di Roma. Dalle omissioni, reticenze e contraddizioni di questo caso viene fuori una “fotografia” che, nella sua fattuale brutalità, rappresenta gli istituti di pena come realtà fuori da qualsiasi giurisdizione statuale, luoghi “senza diritto” dove far rispettare e rispettare i diritti umani e accertare la verità dei fatti è sempre più difficile e tutto (anche le migliori intenzioni e l’onesta professionalità di molti operatori penitenziari) finisce impigliato in una burocrazia lenta, macchinosa, di cui lo stesso Cucchi probabilmente è rimasto mortalmente prigioniero.

I dati parlano chiaro, quest’anno il numero dei suicidi in carcere (qualcuno parla anche di “suicidati”) è aumentato esponenzialmente rispetto al passato proprio a testimonianza di una situazione ormai fuori da ogni regola.
Come è possibile per esempio che a Stefano Cucchi (così riferisce la sorella) non sia stato consentito di nominare come difensore il legale di famiglia e sia stato dato un avvocato d’ufficio? In altri termini, come è possibile che a lui sia stato nei fatti negato un diritto sacrosanto come quello di scegliere il proprio legale di fiducia per il processo per direttissima del giorno successivo all’arresto?

Ancora, per quale motivo un ragazzo con gravi lesioni fisiche (si parla di costole rotte e una mandibola quasi fratturata) ha scelto di tornare in cella prima che il medico del carcere attestand0 le sue gravi condizioni disponesse un nuovo, immediato ricovero? Perché dopo l’arrivo all’ospedale Pertini non è stato consentito ai familiari di vederlo, di stargli vicino? Per quale assurdo meccanismo la madre di questo povero ragazzo è venuta a conoscenza della morte del figlio attraverso una notifica dei Carabinieri, che comunicavano alla famiglia la possibilità di nominare un consulente per seguire l’autopsia disposta dal magistrato a causa del decesso?

Il padre ha affermato che già il giorno dopo l’arresto in sede di udienza il ragazzo presentava lividi e segni di percosse: nessuno, né il giudice, né il magistrato hanno ritenuto opportuno fare accertamenti sui fatti?
Solo l’indagine (almeno questo è l’auspicio) potrà stabilire se la vittima sia arrivata già in quelle condizioni in carcere o se, come dicono i militari dell’Arma, era in ottima salute al momento della traduzione nell’istituto di pena. I vertici dei Carabinieri hanno dato la massima disponibilità nell’accertamento dei fatti e non vi sono motivi per dubitare della serietà di un’istituzione che da sempre si caratterizza per professionalità e senso del dovere; un’operazione del genere però deve essere rapida e senza intoppi, senza omertà di ogni sorta dettate dallo spirito di corpo. Lo Stato, che ha preso in custodia Stefano Cucchi vivo e sano e lo ha restituito alla famiglia nelle condizioni palesate dalle foto, ha il dovere di agire con prontezza e senza esitazioni.

Questa vicenda però (che sotto molti aspetti ne ricalca altre analoghe) è anche il drammatico affresco delle condizioni delle carceri del nostro paese che sempre più assomigliano a luoghi fuori da qualsiasi legalità, zone franche dove l’ordinamento giuridico non trova asilo, dove la mancanza dei più elementari principi dello stato di diritto è ormai un dato di fatto. Stefano Cucchi, prima di chi lo ha ridotto in quelle condizioni, è vittima di una burocrazia carceraria infernale che stritola e sminuzza chiunque vi finisca dentro.

Rispondere a queste domande, in primo luogo alla famiglia e poi all’intera collettività, è il minimo che le istituzioni possano fare.
Un discorso analogo, anche se diverso per presupposti e merito, può essere fatto riguardo al suicidio della brigatista Diana Blefari Melazzi nel carcere femminile di Rebibbia. Il soggetto, a detta del suo difensore, versava da tempo in gravi condizioni psicologiche e più di una volta aveva espresso l’intenzione di togliersi la vita: è riuscita nel suo tragico gesto dopo la notifica di un provvedimento attestante la conferma da parte della Cassazione dell’ergastolo nei suoi confronti per l’omicidio di Marco Biagi. Anche in questo caso sorgono domande simili a quelle riguardanti il caso Cucchi: perché non è stata sottoposta a stretta sorveglianza? Perché l’amministrazione penitenziaria, come sembra, non ha prestato attenzione ai tanti allarmi dei suoi legali che chiedevano semplicemente la momentanea sospensione della carcerazione per consentirle di curarsi in una struttura idonea? L’essere esecutrice materiale di un delitto orribile come quello di Marco Biagi (per cui peraltro aveva subito, come è giusto una un giudicato penale di condanna) non esonera lo Stato dal provvedere ad alcuni diritti costituzionali fondamentali come quello alla salute; diritti invece che ancora una volta sembrano fermarsi davanti alla porta di una cella.

A suggellare infine una settimana in cui il carcere è salito agli onori delle cronache è la “registrazione pirata” di un dialogo tra le guardie carcerarie del carcere di Castrogno (Teramo), diffusa dal quotidiano La Città. Si parla di un detenuto massacrato e di un “negro che ha visto tutto”, mentre una voce spiega che “i detenuti non vanno massacrati in sezione, ma di sotto”. E ci sono le prime ammissioni del Comandante di reparto degli agenti di Polizia Penitenziaria.
Insomma, sembrerà banale o “buonista” dirlo, ma il carcere va legalizzato e la sua legalizzazione è uno dei primi problemi “di sicurezza” che il nostro paese deve affrontare.


Autore: Enrico Gagliardi

Nato il 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il protagonista della canzone degli Squallor "Carceri d'Oro" veniva fucilato per non aver pagato l'IVA, è convinto che, persino l'Italia, sia degna di un sistema giuridico autenticamente liberale. Fermamente convinto che un gran numero di problemi possano essere risolti con una buona degustazione etilica.

3 Responses to “Legalizzare la galera, ecco una priorità delle politiche sulla sicurezza”

  1. Marianna Mascioletti ha detto:

    Ottimo articolo. Chi chiede una legalizzazione delle carceri non è un “buonista”, ma semplicemente uno dei pochi a cui interessa ancora lo Stato di diritto…

  2. Enrico Gagliardi ha detto:

    Certo, se le posizioni di chi governa sono quelle che ho sentito ieri sera nella trasmissione della Gruber non siamo messi benissimo.

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