– In questi giorni il Consiglio dei ministri ha dato il via alla tanto attesa riforma dell’Università da tempo annunciata dal ministro Gelmini, una riforma che, se attuata, per dirlo con la Crui (Conferenza dei rettori delle Università italiane), “rappresenta un’occasione fondamentale e per molti versi irripetibile per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell’Università italiana”.

In effetti, il disegno di legge tocca molti problemi nevralgici degli atenei, dalla qualità della ricerca e dell’insegnamento, alla trasparenza dei bilanci e dei sistemi di reclutamento dei docenti, alla mobilità di questi ultimi nel circuito delle università italiane e straniere.
Dopo l’ultimo vero stravolgimento degli atenei, attuato ormai dieci anni orsono dall’allora ministro Berlinguer, e dopo tante “riformicchie” ipotizzate o paventate negli ultimi anni, la Gelmini tenta qualcosa che intacchi nella sostanza molte delle storture dell’attuale sistema universitario italiano.

I cambiamenti più consistenti sono in due direzioni: la prima, quella della cosidetta governance degli atenei, in cui si introducono sistemi di controllo più efficienti sul bilancio e sull’operato del consiglio di amministrazione, designato a compiti finanziari strategici, che sarà però costituito dal 40% di membri esterni all’università, ai fini di maggiore trasparenza e imparzialità. In quella stessa direzione vanno anche la sostituzione dell’attuale direttore amministrativo con un direttore generale, una specie di supermanager, assunto con contratto di diritto privato per quattro anni rinnovabile e il limite di carica dei rettori a massimo due mandati e non oltre gli otto anni di permanenza in quel ruolo. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto, considerando che diversi rettori italiani nell’ultima tornata elettorale hanno ottenuto, con regolamenti e modifiche statutarie “ad personam”, di superare questo limite, costituendo una vera monarchia assoluta all’interno del proprio ateneo. Le università saranno inoltre costrette a fare fronte seriamente al loro deficit, quando il disavanzo superi il 10% del bilancio, eventualità in cui saranno obbligate a predisporre un piano di rientro da sottoporre al Ministero.

L’altro grande nodo innovativo è il sistema di reclutamento dei professori universitari, di cui si cerca di superare la dimensione localistica – e scandalosamente clientelare – degli attuali concorsi, introducendo il più imparziale sistema delle liste di “idoneità nazionale”, da aggiornare annualmente. Certo, sarebbe forse stato meglio reintrodurre direttamente il concorso nazionale, ma anche il sistema messo a punto dal testo Gelmini sarà sicuramente migliorativo delle terribili commissioni locali messe in piedi dalle singole università a loro uso e consumo per favorire esclusivamente gli “interni”. Il disegno di legge prevede inoltre maggiori incentivi alla mobilità dei professori tra università italiane, scardinando, teoricamente (ma in questo caso, bisognerà proprio vedere come verrà attuato dai singoli atenei), lo scenario in cui il corpo docente di un ateneo rimane pressoché immutabile per decenni, limitandosi a dei lenti scatti “di anzianità”, attuati con i concorsi locali di cui sopra.

Anche gli studenti potranno contare su dei sostegni allo studio più chiaramente individuati (prestiti d’onore, borse di studio, etc.) e viene ribadito l’istituto della valutazione dei docenti da parte dei discenti. Quest’ultimo strumento, già in vigore nell’attuale sistema universitario, in effetti, al momento non ha nessun valore censorio o penalizzante nei confronti di professori “cattivi” o inadempienti, e la stessa riforma Gelmini non spiega in che termini potrebbe diventare veramente “operativo”. Del resto, come sottolineato da Pierluigi Panza sul Corriere della Sera del 29 ottobre scorso, affidare soltanto agli studenti la valutazione dell’efficacia della didattica, rischia di risultare una demagogica concessione ai gruppi “barricaderi”, più che un vero e proprio “controllo di qualità”.

Certo, il disegno di legge ha molte luci, ma anche diverse ombre, a partire dalla copertura finanziaria di tutti i suddetti buoni propositi, che sembra lasciata esclusivamente agli interventi di fantomatici benefattori che, ad esempio, dovrebbero incrementare il Fondo speciale per il merito (le borse di studio ai più bravi): quest’ultimo, nelle intenzioni della legge, dovrebbe essenzialmente alimentarsi attraverso “versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni”. In questo caso la Gelmini ha in mente un modello molto americano dell’università, che però può funzionare solo a fronte di prodotti di qualità altissima e non, al momento, con un interlocutore come quello italiano, spesso così alterato nella selezione dei meritevoli.

L’altro aspetto che risulta molto confuso e, nella stesura attuale, poco convincente è la disciplina dell’impegno didattico e di ricerca dei professori e ricercatori: già l’aver omologato le due categorie è aberrante, visto che in teoria i secondi dovrebbero limitarsi alla ricerca, mentre ai primi spetterebbe l’obbligo della docenza. Il Ministero sa però bene che la situazione è nella prassi paradossalmente rovesciata, con la gran parte dei ricercatori caricati di oneri didattici e di tutorato molto elevati e una parte (seppur minoritaria a geografia molto variabile, in verità) di professori che si limita a poche ore di presenza e di insegnamento. La riforma avrebbe fatto bene, innanzitutto, a trasformare i ricercatori attualmente in ruolo in una posizione di “terza fascia” della docenza, ristabilendo invece per quelli di nuova assunzione regole diverse sulla loro destinazione e finalità.

Quanto all’aspetto delle retribuzioni dei professori e ricercatori, l’unico punto veramente chiaro risulta la questione dello scatto biennale di stipendio, che passerebbe a triennale, senza che si capisca con quali meccanismi compensativi del merito e dell’efficienza. Anche su quest’ultimo argomento sembra, in verità, di sentir spirare l’aria di una demagogica stretta “alla Brunetta”, a danno di ipotetici fannulloni, mentre invece sarebbe stato meglio – in mancanza di una adeguata copertura finanziaria che portasse i livelli retribuitivi dei ricercatori-professori sul tenore degli altri colleghi europei – lasciare le cose come stavano.

In ogni caso, va di certo apprezzato lo sforzo della Gelmini di trovare alcune, se non miracolose, almeno innovative soluzioni ad alcuni dei mali più profondi degli atenei italiani, in attesa che tempi economicamente più rosei permettano di affrontare il problema dei problemi, i finanziamenti alla ricerca, ormai da decenni inchiodati sulle posizioni più basse della classifica europea.

E le più vocianti organizzazioni studentesche in tutto ciò che fanno? L’Unione studenti universitari protesta contro la riforma, organizzando il simbolico “rapimento” di Maria Stella, in nome di una università “pubblica” (ma perché, ora non lo è, in massima parte ?), “democratica, non in mano ai baroni” (e la riforma non è un tentativo in questa direzione, rispetto all’attuale vero e proprio feudalesimo universitario ?), “di qualità, perché possa formare le coscienze” (ma quello direi che è un compito da lasciare alla scuola e alla famiglia, perché all’università, invero, ci si dovrebbe arrivare con le coscienze già belle che formate), “per tutti, non solo per i ricchi” (non è esattamente questo l’attuale università italiana, spesso con servizi di bassa qualità, ma alla portata di tutti ?).

Insomma, una parte degli studenti italiani recita il solito “birignao” di querimonie povere di proposte efficaci e concrete, non rendendosi neppure conto delle blandizie che l’attuale proposta Gelmini riserva loro. Allora sorge spontaneo un dubbio: ma non sarà che a questi studenti piace fare i “bastiancontrari”, senza mai rendersi conto di quanto di buono potrebbe venire, soprattutto per loro, dai cambiamenti in atto ?