Ieri il Corriere della Sera ha dedicato due pezzi intelligenti e solo apparentemente contrapposti alla agghiacciante “normalità” dell’omicidio di Mariano Bacioterracino, le cui immagini sono state diffuse, per volontà della Procura di Napoli, nel tentativo di identificare l’assassino (anche se forse, come ha notato il Ministro Maroni, sarebbe bastato un fermo immagine). Il colpevole, comunque, è stato identificato, ma non ancora catturato, e lo scandalo di quell’omicidio “normale” ha sortito un ulteriore effetto: quello di costringere gli italiani (tutti gli italiani) a specchiarsi in immagini che appartengono loro così profondamente e vergognosamente da suscitare sentimenti più di rimozione che di rivolta, più di comprensione che di allarme.

Raffaele La Capria ha spiegato in modo ragionevole quanto sia irragionevole la pretesa di fare dei “precari a vita” che abitano i bassi napoletani degli eroi civili, impegnati in una battaglia senza speranza contro i “mostri generati da una maledetta storia secolare e oggi in libera uscita”. Umberto Ambrosoli ha spiegato in modo altrettanto incontestabile che nessuno, al Sud, può sperare di salvarsi individualmente obbedendo, per comprensibile paura, ad un ordine politico criminale, e che tutti possono sperare di rialzare la testa solo se sapranno ripristinare una cultura e una pratica della legalità, e quindi una alternativa civile visibile all’ordine camorristico (un “modo di vita che come primo passo rinneghi l’illegalità, il fascino comodo dell’illegalità…a partire dalle piccole cose quotidiane”).

Entrambi hanno ragione, nessuno dei due ha torto. I precari a vita non possono che piegare la testa e, se non la piegassero, rischierebbero di perderla. Nello stesso tempo, a forza di piegarla, finiscono per consegnare la propria vita e quella dei propri affetti al dominio incontrastato della criminalità organizzata.  Tutto questo è vero, ma non è tutto.

A fare, nel Sud, dell’ordine camorrista o mafioso un “sistema”, cioè a tutti gli effetti un ordine (e quindi un problema) politico, non concorre una somma di debolezze morali individuali, ma una debole cultura sociale.  Di fronte ad un assassino armato, ben pochi, al Sud come al Nord, interverrebbero a beneficio della vittima designata. Quasi tutti tenderebbero istintivamente a mettersi in salvo. Non sono rari né sconosciuti gli episodi in cui al Nord atti di violenza efferata (stupri, rapine, omicidi) sono stati compiuti in pubblico, per strada,  senza che nessuno intervenisse. Le immagini del Rione Sanità non dicono affatto che i meridionali sono più vili dei settentrionali. Questa rappresentazione farebbe una caricatura grottesca e moralmente ignobile del gigantesco problema di etica civile che il Sud ha dinanzi e, peraltro, non sembra affatto volere risolvere.

Mettiamola così, per essere chiari: la mafia e la cultura mafiosa (nelle sue diverse varianti meridionali) sono figlie legittime, ancorché degeneri, della cultura politica e civile del Sud, sono l’espressione probabilmente più significativa della cultura politica meridionale dall’Unità d’Italia ad oggi, sono una forma di organizzazione e di intermediazione sociale riconosciuta e paradossalmente “legittima”. I mafiosi e i camorristi, la mafia e la camorra, non sono degli estranei, dei barbari occupanti o degli “alieni” che hanno soggiogato con la violenza il meridione d’Italia. Sono un segno di quella malattia, da cui l’Italia non è riuscita a guarire il Sud, ma è finita piuttosto contagiata.

Se non si parte dal fatto che la mafia non è una semplice consorteria criminale, ma una delle tante forme in cui l’Italia ha scritto la propria autobiografia sociale e politica, si continuerà a parlare d’altro. E a parlarne male. Facendo il gioco di un nordismo stupido, che presume di guarire il corpo del Paese amputandone, stupidamente, i pezzi malati.