Stefano Cucchi, il carcere, il Leviatano – AUDIO

Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto – per parlare con più riverenza – di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa… ” (T. Hobbes, “Leviatano”)

Non è giusto.
Questo è il solo pensiero di senso compiuto che si riesce a formulare davanti alla notizia della morte di Stefano Cucchi in carcere, in circostanze ancora non chiare. Questo è l’unico commento possibile per le terribili foto del suo cadavere letteralmente “fatto nero” di lividi e per il dolore della sua famiglia davanti a una perdita improvvisa ed oscura, resa ancor più insopportabile dalla freddezza e dall’inopportunità della burocrazia.
Non è giusto.
Queste parole rischiano di bloccare ogni ulteriore argomentazione, definitive, terribili, disperate come sono: una scritta su una tomba che si sarebbe tentati di chiudere al più presto e non riaprire più.
Ma anche questo non sarebbe giusto. Un caso come questo merita di essere discusso ed esaminato fino allo sfinimento, per capire, per tirare fuori, sia pure a brandelli, quella verità che finora è rimasta accuratamente nascosta, quella verità che non solo la famiglia dello sfortunato ragazzo, bensì l’intero popolo italiano ha il diritto e il dovere di scoprire.

Il “caso Cucchi”, chiamiamolo così, è la perfetta dimostrazione di come nel 2009, in Italia, in quella che si dice una democrazia, si possa morire ammazzati di botte in carcere, oppure negli altri “palazzi pubblici” in cui dopo il fermo il giovane ha trascorso i suoi ultimi giorni. Ma più grave ancora è il fatto che di questa morte, avvenuta nel momento in cui lo sventurato era, in quanto detenuto, completamente dipendente dalla tutela dello Stato, non si riescano ancora ad accertare positivamente né le circostanze né le responsabilità.

Che cosa avviene delle garanzie costituzionali quando un cittadino, da un giorno all’altro, può fare questa fine e su questa fine regna la confusione o il silenzio? Che cosa può significare la fiducia nelle istituzioni, quando la famiglia di quel cittadino si trova, dato che “manca l’autorizzazione”, a non poter vedere il proprio figlio e fratello che giace malato in ospedale? Che cosa resta dello Stato di diritto quando la morte di quel cittadino viene comunicata a sua madre solo indirettamente, a decesso avvenuto da ore, da un carabiniere che si presenta a casa sua chiedendo di nominare un legale per l’autopsia?

Al di là del dolore, della rabbia, della disperazione, di tutti i “Non è giusto” del mondo sta il dovere dello Stato di accertare le responsabilità di questo gravissimo caso, di fare chiarezza sulle circostanze che hanno portato la vita di un uomo a finire in maniera così tragica, così inaspettata e soprattutto così assurda.

Il Leviatano italiano, ancora una volta, ha “fatto la faccia feroce” con un ragazzo fragile anche fisicamente, con un uomo senza protezione e senza appoggi, che entrando in carcere non pensava di andare a morire; ancora una volta questo Stato ha scelto di dimostrarsi forte con (anzi, contro) i deboli, i cui diritti, durante tutta la vicenda, non sono stati presi in considerazione neanche per un momento. Rimane da auspicare che, almeno in quest’occasione, decida di non dimostrarsi come al solito debole con i forti.

(di seguito, la trasmissione “Radio Carcere” andata in onda su Radio Radicale la sera del 27 ottobre 2009, con una lunga intervista ad Ilaria Cucchi, sorella di Stefano)

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

18 Responses to “Stefano Cucchi, il carcere, il Leviatano – AUDIO”

  1. mario scrive:

    c ‘entrano tutti quelli che hanno visitato, parlato, arrestato, visto stefano in quei giorni. C’entrano i medici con i referti falsi, di morte naturale su un corpo massacrato senza pietà, il piantone che non ha permesso la visita ai familiari, chi ha dato l’ordine al piantone? chi ha firmato le carte per impedire che stefano fosse salvato, segretandolo al mondo? Come si può vivere senza cure con fratture multiple? Perchè sei chili persi in pochi giorni? quali torture? C’entrano i detenuti che sanno sicuramente, c’entar chiunque non abbia avuto l’onesta di intervenire. Anche i giornali che hanno cnsurato la notizia. C’entrano i politici che a fornte di mortui e pestaggi disumani in carcere, hanno difeso le forze dell’ordine criminali. C’entrano tutti coloro che hanno impedito a cucchi di avere un avvocato, un prete,un familaire accanto, c’entriamo tutti se non abbiamo la voce, il coraggio di dire basta a questa italia che uccide i propri cittadini. Domani toccherà ad un altro.

  2. Enrico Gagliardi scrive:

    Mi associo ad Alessandro.

  3. Marianna Mascioletti scrive:

    Giusto, Mario, è proprio questo il punto: oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a chiunque altro. Perciò è importante che si accertino le responsabilità al più presto e si faccia in modo che quello che è accaduto a Cucchi non accada più.
    Alessandro & Enrico: vabbè, ma voi non siete imparziali…

  4. Carmelo Palma scrive:

    Ha detto bene Marianna: questa morte, per il modo in cui è avvenuta ed è stata coperta, negata, confusa e “normalizzata”, è una storia esemplare. Tutto ciò che avviene ai margini della galera e oltre i portoni delle galere in Italia non è più tecnicamente dentro lo stato di diritto: è in una terra di tutti e di nessuno, di arbitrio e di menzogna, di impotenza e di violenza, in cui può appunto succedere impunemente di tutto e di tutto ciò che avviene non importa sostanzialmente a nessuno.

  5. “oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a chiunque altro”

    chiunqua ha figli come me può capire tutta l’angoscia che la frase di Marianna genera nel proprio animo.

    Avere un figlio, vederlo mettere il primo dentino, vederlo camminare per la prima volta, vederlo il primo giorno di scuola della sua vita, vederlo crescere, farsi uomo, con le conquiste e con gli errori che sempre accompagnano una crescita, per quanto grandi questi secondi possano essere, e vederlo infine senza vita, pieno di lividi, con una cicatrice dalla gola al pube, non è giusto, non lo è mai ma soprattutto non lo è in uno stato definito “di diritto”

  6. Marianna Mascioletti scrive:

    Alessandro, io non sono madre, quindi non voglio avere la presunzione di capire fino in fondo il dolore dei genitori di Stefano o la tua angoscia, ma posso assicurarti di aver pianto, e non poco, quando, ascoltando il “Radio Carcere” qui allegato, ho sentito del modo in cui la madre del poveretto ha appreso della morte di suo figlio. Cose così ti fanno perdere anche quel brandello di fiducia che ti era rimasto.

    Non so se nel tuo commento ci sia un’implicita critica al mio modo di esprimermi quando ho scritto “Oggi è toccato a lui…”, forse sembra un po’ cinica come frase, ma credo rappresenti bene la mia paura di trovarmi un giorno ad essere affidata alla tutela dello stato come Cucchi, e di ritrovarmi “tutelata” come lui, mentre magari fuori dall’ospedale qualcuno assicura a mia madre che “La ragazza è tranquilla, non si preoccupi”.

  7. @ Marianna
    nessuna critica, anzi, piena condivisione. Essere padre/madre mette sì in secondo ordine le paure sulla propria sfera strettamente personale perchè “i figli prima di tutto e tutti, ma non la elimina.

  8. DM scrive:

    Con pesi e responsabilità differenti, rilevo tre tipi di oltraggio in questa vicenda.

    Il primo riguarda le violenze inflitte a Cucchi, ingiustificate ed ingiustificabili, in ogni singola fase. Senza senso e fuori misura le accuse, le botte, l’assenza di comunicazioni ai famigliari e tutto il resto.

    Il secondo riguarda quel cadavere martoriato da dare in pasto ai media. Un corpo che sembra non appartenere più ad una persona ma diventa lo scudo dietro il quale gettar sassi per una pletora di motivazioni non strettamente correlate con la vicenda.

    Il terzo riguarda le Forze dell’Ordine che da una vicenda relativa a poche mele marce rientrano in una generalizzazione negativa che “lievita” in attesa di risposte e ingloba anche quella parte onesta decantata da Pasolini a più riprese.

  9. Piercamillo Falasca scrive:

    L’articolo di Marianna è esemplare nel descrivere la vicenda. Qui non ci sono “soltanto” quattro poliziotti che hanno massacrato di botte un libero cittadino, qui c’è un reticolato di interessi che potrebbero essersi coperti a vicenda.

    Non c’è molto da aggiungere, se non che la vicenda Cucchi si trova al confine tra Stato di diritto e Stato autoritario, tra un sistema in cui le forze dell’ordine sono viste come istituzioni cui abbiamo delegato il monopolio della forza e forze dell’ordine come entità che limita la libertà degli individui.
    Se vogliamo restare nell’alveo dello Stato di diritto, c’è da individuare e perseguire con fermezza e con la massima severità i responsabili di questo orrendo omicidio.

  10. Marianna Mascioletti scrive:

    Alessandro: allora sono contenta di aver equivocato! ;-)

    DM: Non capisco bene il secondo punto. Sono d’accordo sul fatto che quelle foto siano state sovraesposte, spesso in maniera molto inopportuna, però credo anche che vederle possa far riflettere molte persone abituate ad essere sì dure e intransigenti, ma soprattutto con gli altri (“i carcerati sono rifiuti della società e hanno quel che si meritano”, “i drogati dovrebbero crepare tutti” etc.). Comunque il mio “non capisco bene” significa proprio che non ho ben capito quel che vuoi intendere con “motivazioni non strettamente correlate con la vicenda” e ti chiederei, se puoi e ti va, di argomentare ancora.

    Piercamillo e Carmelo: Grazie dei complimenti e delle precisazioni!

  11. DM scrive:

    Marianna,
    le “motivazioni” citate non riguardano il tuo pezzo e mi scuso se è questa l’idea che è passata. La soggettività delle interpretazioni presenta sempre confini labili e il mio riferimento riguardava utilizzi strumentali già visti sul circuito Indymedia per Aldrovandi.

    La libertà di informazione in simili circostanze trova una forza contrapposta che è il rispetto dei famigliari, parenti, amici della vittima che hanno ancora vivo il ricordo della persona e probabilmente la rispettavano in quanto tale. Se questa interpretazione personale non convince cercherò di spiegarmi con una provocazione: sarebbe giustificabile una pubblica esposizione di quel corpo martoriato in piazza per mostrarlo a chiunque?

  12. Marianna Mascioletti scrive:

    No, no, DM, assolutamente, non ho pensato neanche per un momento che volessi criticare l’articolo! :-)
    E’ solo che non avevo ben capito a quali motivazioni tu ti riferissi, quindi volevo capire meglio. Ora che hai citato la strumentalizzazione del caso di Aldrovandi, ho capito.
    Veramente, nessuna polemica!

  13. Massimo Preitano scrive:

    Mi permetto di aggiungere solo un’annotazione al tuo bell’articolo.
    Un aspetto di questa vicenda suscita, a mio parere, ulteriori preoccupazioni.

    Appare ogni giorno più chiaro che esistono categorie di cittadini nei confronti delle quali si ritiene di poter commettere qualsiasi abuso senza rischiare sostanzialmente niente in termini, né di sanzioni disciplinari, né di sanzioni giudiziarie e nemmeno di pubblica riprovazione.

    Questo non era altro che un drogato. Punto.

    Solo grazie alla determinazione della famiglia del drogato, però, le cose non hanno preso la piega inevitabile: le due righe in cronaca e l’imbarazzante mattinale recitato da Alfano in risposta ad un’interpellanza parlamentare, aveva già destinato questa faccenda al dimenticatoio.

  14. Marianna Mascioletti scrive:

    Massimo: ho riflettuto sul tuo commento, e ancora non capisco bene se considerarlo affine o no al mio modo di pensare.
    Nel senso, da un lato è vero che – ma questo non solo in Italia – il “drogato” è spesso considerato come un parassita della società, uno che si fa male da solo quindi non importa quanto male gli facciano gli altri, Stato compreso.
    Dall’altro lato è pur vero che, secondo me, non si ragiona in questi termini solo nei confronti del “drogato”, ma anche nei confronti del “carcerato” tout court: c’è molto disinteresse, a tutti i livelli della società, su ciò che succede nelle carceri, perché si pensa sempre che riguardi “gli altri”. Se anche in galera ci andasse davvero solo chi ha sbagliato, questo già sarebbe un atteggiamento aberrante; ma siccome oltretutto, dato lo stato della giustizia italiana, spesso capita che in galera ci vadano – e ci rimangano parecchio – anche persone innocenti, non preoccuparsi della sorte dei carcerati denuncia una cecità ancora più stupida e crudele.

  15. Massimo Preitano scrive:

    Sottoscrivo parola per parola quello che dici e non so se questo rende affini i nostri modi di pensare.

    La categoria dei ‘drogati’ è solo una di quelle colpite, e tu cogli in pieno il senso di quanto intendevo dire nel rilevare che trattamenti di questo tipo sono estensivamente riservati, nella comune considerazione, alla categoria del ‘carcerato’.

    Tuttavia è vero che, non dichiaratamente, io mi riferivo anche ad altre tipologie di ‘reprobi’: non ne ho fatto cenno solo per motivi di spazio e di opportunità, ma visto che me ne dai lo spunto…

    Penso, ad esempio, agli ultrà e al mondo della tifoseria organizzata. Anche in quel caso, episodi come l’uccisione del tifoso laziale, pur costituendo un’aberrazione, nascono e si alimentano all’interno di un humus di generale disprezzo per la categoria: è questo humus, ritengo, che produce la ‘mostruosità’ di agenti di polizia che si sentono liberi di sparare ad altezza d’uomo per porre fine ad un tafferuglio, evidentemente ritenendo di non rischiare di incorrere in adeguate sanzioni.

    Spigolando tra i ‘muri’ dei siti web delle varie squadre di calcio (sono i forum dei tifosi), si entra in un mondo in cui la generale sensazione è quella di una vera e propria temporanea sospensione delle elementari prerogative degli individui in uno stato di diritto quando tali individui sono collocabili all’interno di una tifoseria organizzata.
    Ci sono persone che hanno subito danni fisici permanenti in seguito a cariche di ‘alleggerimento’ dei celerini, pur non facendo parte di gruppi organizzati, e non sono ancora in grado di ottenere un risarcimento.
    Non fanno più storia i divieti delle prefetture che impediscono a liberi cittadini di recarsi allo stadio solo perché identificabili come tifosi ospiti. Le ondate di emozione seguiti a tristi episodi di cronaca come l’uccisione dell’ispettore Raciti, hanno dato la stura ai più selvaggi istinti anti-liberali, favorendo l’emanazione di leggi che prevedono l’arresto anche per l’esposizione di uno striscione che contenga insulti e minacce (non meglio qualificate e quindi, in teoria, anche un banale “Piove, governo ladro”)

    Tutto questo non c’entra molto con l’uccisione del povero Stefano. O forse no: forse stiamo parlando esattamente della stessa cosa.

  16. Marianna Mascioletti scrive:

    Caro Massimo, confesso che del mondo delle tifoserie non so gran che, ma da quel poco che se ne sente è proprio come dici tu, un mondo dove la legalità, da ambo le parti (tifosi/forze dell’ordine) è sospesa o “tirata” fino a farle assumere forme molto inconsuete.

    Comunque mi fa piacere che alla fine, dalla discussione, sia emerso che siamo d’accordo! :-)

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