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“Motel Woodstock” di Ang Lee: “peace and love” sono archeologia? – AUDIO

– Proponendosi di fare un film sul concerto di Woodstock, il regista Ang Lee sembra essersi posto il problema: come vincere il senso di estraneità che i giovani spettatori di oggi potrebbero avvertire rispetto alla generazione degli hippy, che, nel 1968, fu il grande pubblico di quel concerto?
Per risolvere il problema, è ricorso a un espediente. Scegliere come protagonista del film, non un hippy, non uno degli ideatori del concerto, e nemmeno uno dei musicisti invitati a partecipare, ma un ragazzo che allo spirito di Woodstock è, in un primo momento, del tutto estraneo.
Insieme a lui, lo spettatore di oggi dovrebbe apprendere cosa è stato Woodstock; chi erano gli hippies; e sempre insieme a lui, magari lasciarsi conquistare dallo spirito libertario di quella grande manifestazione.
Tale protagonista è un ragazzo che si sacrifica a gestire un motel fatiscente, in una sperduta cittadina della provincia americana, Woodstock appunto. Mangia a pranzo e a cena in famiglia. Educato e giudizioso, è stimato dalla piccola comunità locale, che lo ha eletto Presidente della Camera di Commercio. E’ insomma, in senso lato, un figlio ubbidiente. E anche, scopriremo, represso.
Eppure sarà proprio lui, che, per un calcolo commerciale, per lanciare turisticamente la zona – o forse, chissà, per un inconscio desiderio di liberazione – convoglierà a Woodstock il famoso concerto, che un’altra cittadina americana aveva rifiutato.
Per tutta la prima metà del film, si avvertono i limiti e i calcoli di una sceneggiatura costruita a tavolino; solida, intelligente, di buon gusto, ma senza una più piena, originale liberazione dell’immaginazione.
Si possono apprezzare le ricostruzioni dei piccoli quadri di vita della comunità locale; il ritratto della madre dispotica del protagonista, tanto bramosa di far soldi con il concerto, quanto scandalizzata dai costumi dei partecipanti – un ritratto che è una caricatura, ma di un umorismo non grossolano; e la figura di un giovane “capellone”, un organizzatore del concerto, che plana di fronte al motel in un elicottero, sconvolgendo gli alberi intorno con un grande vento, scopertamente simbolico. E’ un giovane molto bello, carismatico, nel quale convivono, in un’ambiguità inestricabile, l’adesione agli ideali di vita degli hippies e i calcoli commerciali (il concerto, in un primo momento, è un’impresa commerciale destinata a fare un sacco di soldi).
Il film ha una svolta nella seconda parte, ed è segnata dalla seguente scena: il primo giorno del raduno, il protagonista percorre a bordo di un motorino guidato da un poliziotto (improvvisamente conquistato dallo spirito della manifestazione: gli è stato consegnato un fiore, che egli ha appuntato sul casco), percorre il lungo viale che conduce al palcoscenico del concerto. E’ un viale per metà intasato di macchine, per metà occupato da una fila di ragazzi e ragazze seminude che procedono a piedi. Ai bordi, ci sono roulotte, tavoli, e cartelli variopinti con tanti slogan (se ne legge anche uno atroce con il senno di poi: “Maoism is life”).
E’ una scena descrittiva molto lunga, che non rispetta i canoni di un film tradizionale, dove anche i tempi delle scene sono ritagliati in base alla loro funzionalità narrativa. Ma è una scena che per l’accurata scelta dei dettagli, per l’atmosfera trasognata che vi si respira – la manifestazione si dimostra tanto più grande del previsto! – ci dà quasi la sensazione fisica di essere lì presenti anche noi.
Poco dopo, il protagonista, all’interno di una roulotte, sarà dolcemente coinvolto in un rapporto sessuale a tre, favorito dall’uso delle droghe. E scoprirà, o libererà, la propria omosessualità.
(E all’uscita dalla roulotte, quando è ormai sera, si prospetta, al suo sguardo un po’ sconvolto, un’immagine quasi surreale, paradisiaca: il palcoscenico lontano lontano circondato da una rosa di migliaia e migliaia di spettatori).
Si sarà capito che il film di Ang Lee non vuole essere soltanto un’opera di accurato documentarismo. Mostrando lo spirito fraterno che si stabilisce tra i convenuti al concerto insieme alla liberazione dalle censure di una morale puritana, riesce a far rivivere lo spirito di uno storico slogan: “Peace and love”.
E quando il concerto finisce, e quella massa di giovani si sposta verso un indefinito altrove, lasciando dietro di sé, sui prati, mucchi di sacchi di spazzatura, il film sembra chiedere allo spettatore: gli ideali di vita degli hippies sono pura archeologia, o non meriterebbero, in qualche misura, di essere riscoperti?

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Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

One Response to ““Motel Woodstock” di Ang Lee: “peace and love” sono archeologia? – AUDIO”

  1. Patrizia Tosini ha detto:

    Bello il film, gianfranco !
    Fa riflettere in positivo sulla libertà e la semplicità dello stile di vita degli hippies, che in effetti, ai nostri tempi, è proprio roba “da museo”… E poi fa meditare anche sui disastri di un certo tipo di famiglia oppressiva e colpevolizzante. Opera centrata da Ang Lee, non c’è che dire.

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