Regole di funzionamento del partito e scelta del leader. E’ il tempo del Pdl.

di Sofia Ventura – Alle elezioni per il segretario del Partito democratico ha partecipato un numero di elettori pari al 23 per cento di quanti avevano votato per il Pd alle elezioni politiche del 2008 e, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, un elettore del Pd alle europee del 2009 su tre. Il dato è importante: se accanto ai quasi tre milioni che si sono recati ai seggi per questa consultazione “interna” si aggiungono le decine di migliaia di volontari che hanno permesso alla macchina di funzionare, non si può non concludere che il maggior partito della sinistra italiana ha fornito, pur nella profonda crisi che lo attraversa, un bell’esempio di democrazia ed anche un segnale di vitalità da non sottovalutare.
Poiché quanto accade in una parte del sistema politico può produrre conseguenze su altre parti, non è da escludere che l’esperienza del Pd possa avere ricadute anche sul versante destro dello schieramento politico. E’ abbastanza consueto che cambiamenti in un partito inneschino mutamenti conseguenti in altri partiti. In fondo, in Italia, è già già successo quando Berlusconi – in risposta alla nascita del Pd veltroniano – spinse l’acceleratore sull’unificazione della destra italiana, poi scaturita nella nascita del Popolo delle Libertà. Potrebbe accadere di nuovo? E sarebbe utile che accadesse? Se alla seconda domanda ritengo si possa rispondere di sì senza indugi (vedremo tra breve perché), alla prima è più difficile trovare una risposta. Nel caso della creazione del Pdl fu innanzitutto la volontà del leader di Forza Italia a svolgere un ruolo cruciale. Oggi è più difficile che l’input per un rinnovamento delle regole interne del Pdl, specialmente se queste regole sono pensate “anche” per il dopo-Berlusconi, possa provenire dal premier, poiché questo tipo di innovazione non è, se così si può dire, “nelle sue corde”. Affinché l’effetto “imitazione” possa prodursi, dunque, è necessario che altri nel Pdl si assumano l’onere di porre la questione al centro dell’”agenda” del partito e di convincere l’oligarchia pidiellina della necessità di avviare una riflessione sulle regole cruciali di funzionamento del partito stesso.

Ma perché dovrebbero farlo? E veniamo così alla seconda domanda che ci siamo posti: perché sarebbe utile trarre spunto dall’esperienza del Pd per introdurre innovazioni nel Pdl? La questione più rilevante che, a questo proposito, si pone riguarda la scelta del leader del partito. La reazione, un po’ meccanica, che ci si può aspettare dall’interno del partito è quella secondo cui che il Pdl non ha al momento problemi di leadership, dotato com’è di una guida salda ed indiscussa. Vero, ma solo in una prospettiva di breve periodo. Se, invece, si vuol guardare un po’ oltre l’oggi, ci si renderà conto che riflettere già nella fase attuale, con Berlusconi saldamente alla guida del partito, su come procedere in futuro alla scelta del leader, può avere innegabili vantaggi, innanzitutto quello di non sovrapporre la definizione delle regole con la lotta per la successione.

Sarebbe naturalmente ingenuo non considerare che, già oggi, la costruzione di un sistema di regole verrebbe condizionata dai nomi dei possibili successori, ognuno dei quali agirebbe per ottenere modalità di scelta del leader più “consone” al proprio tornaconto. Tuttavia, affrontando oggi la questione, ci si troverebbe comunque in uno stato di maggiore incertezza rispetto alle situazioni e condizioni future; nessuno potrebbe essere certo delle conseguenze delle diverse opzioni in campo e, dunque, il confronto sarebbe meno conflittuale. Sarebbe molto diverso se il problema della successione dovesse essere affrontato solo nel momento in cui Berlusconi decidesse di ritirarsi dalla vita politica. Non solo si sarebbe colti impreparati, ma il confronto diverrebbe un vero e proprio scontro: l’alta conflittualità potrebbe avere conseguenze nefaste per il partito (tanto più se l’opzione centrista alla quale stanno lavorando i vari Rutelli, Casini e compagnia dovesse in qualche modo prendere forma, fornendo così anche un’opzione di “exit” agli scontenti).

Ciò detto, vale la pena chiedersi se davvero sarebbe utile il ricorso a forme di elezione diretta del presidente del partito, a partire dagli iscritti o, come nel caso del Pd, dai simpatizzanti. In diversi partiti europei la democrazia diretta è divenuta l’altra faccia della medaglia della cosiddetta “presidenzializzazione”; essa fornisce maggiore legittimità a leader che sempre più concentrano nelle loro mani il potere di decisione e garantisce che queste leadership non scaturiscano da alchimie di partito, da negoziati tra piccoli o grandi oligarchi, ma godano di un favore ampio tra l’elettorato. Una condizione che è maggiormente garantita dal ricorso a consultazioni “aperte”, che cioè coinvolgono coloro che si sentono e si dichiarano sostenitori del partito, com’è stato il caso del Partito democratico. Non a caso, per questo specifico aspetto, l’esperienza del Pd è guardata con interesse da altri partiti della sinistra europea.

Se si accettasse questo “spirito”, questa impostazione, si potrebbe poi utilmente allargare il ricorso alla democrazia interna per fornire al partito stesso maggiore vitalità e un consenso più solido tra gli elettori. Ad esempio, estendendo l’elezione diretta alle cariche locali, che oggi nel Pdl continuano ad essere espressione del vertice, con la conseguente sclerotizzazione della vita del partito sul territorio. O, ancora, per fornire un’immagine del partito meno oligarchica e chiusa, per avvicinarlo maggiormente ai cittadini, sarebbe saggio ovviare al grave difetto dell’attuale legge elettorale (che nella maggior parte dei casi fa dei parlamentari dei veri e propri “nominati”), adottando meccanismi che contemplino, accanto al necessario ruolo di selezione svolto dal partito, anche il ricorso al consenso dei simpatizzanti per l’individuazione dei candidati e per il loro posizionamento nelle liste.

Insomma, l’esempio e la “sfida” del Partito democratico andrebbero presi molto seriamente, poiché in questo caso, crediamo, processi d’imitazione potrebbero davvero rivelarsi “virtuosi”.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

11 Responses to “Regole di funzionamento del partito e scelta del leader. E’ il tempo del Pdl.”

  1. Alessandro Cascone ha detto:

    Leggere Sofia Ventura (come pure Alessandro Campi) fa sempre piacere non solo per l’acume e l’onestà intellettuale che traspare dai suoi scritti ma anche perchè continua prova tangibile di un cambiamento radicale da parte di quella cultura politica “di destra” improntata su concetti e assiomi chiaramente (e finalmente) democratici.

    Il problema è come rendere maggioritaria questa cultura all’interno del PdL quando personaggi come La Russa e Gasparri, provenienti dalla stessa area politica di Fini ma da lui lontani culturalmente (o meglio, è Fini che ha preso il largo da quelle secche ideologiche) continuano a trarre linfa da una becera pseudocultura dai chiari connotati antidemocratici e sempre più accesi da toni populistici.

    Tale dubbio è amplificato soprattutto dalla constatazione dei recenti attacchi propri di tali personaggi politici alla stessa Ventura per aver preteso, quest’ultima, una maggiore serietà nell’individuazione e nella scelta di propri rappresentanti politici.

  2. stranamore ha detto:

    Ben venga l’elezione diretta da parte dei simpatizzanti del leader e dei dirigenti nel PdL. Tuttavia dubito molto che una tale scelta favorirebbe Fini, come il caro Cascone sembra pensare. Fini è improponibile come leader soprattutto al nord. In questo malaugurato caso il PdL scomparirebbe cannibalizzato dalla stessa Lega, altro che opzione di uscita centrista. Tanto per rendersi conto di questo basta ricordare i fischi a Fini e gli applausi a Tremonti nell’ultima festa del PdL. Cari amici, sono convinto che Fini è proprio l’ultimo a volere un’elezione diretta del leader. Attenti a non farvi prendere per i fondelli da una persona che ai raduni missini si pavoneggiava nel saluto fascista e che qualche tempo dopo se ne esce definendo il fascismo come il male assoluto.

  3. DM ha detto:

    Logica Kaizen, primarie nel PDL fatte meglio e con regole chiare sin dall’inizio. Apertura ai simpatizzanti e chi decide di partecipare attivamente. Apertura all’elezione diretta delle cariche locali.

  4. Luca Cesana ha detto:

    Non sono d’accordo, Sofia, sono d’accordissimo; questa volta le primarie del Pd sono state primarie quasi serie e il quasi è legato solo al fatto che non erano primarie all’americana regolamentate per legge; ma, ciò premesso, c’è stata una vera battaglia politica, quindi chapeau e gli imbecilli che ne fanno occasione d’ironia sono, appunto, degli imbecilli.
    stranamore, è possibile, forse probabile che Fini non vincerebbe eventuali primarie PdL nel Nord, ma che c’entra la lega?!?
    E, please, risparmiateci le puttanate sul passato del Presidente Fini: la storiella è ormai stucchevole oltre che idiota.
    Grazie.

  5. Giovanni Guzzetta ha detto:

    Sono da tempo sostenitore dell’utilità delle primarie, sia a destra che a sinistra.
    1. sul piano sistemico perchè come competizione “infra-partitica” rafforzano la logica competitiva del sistema politico anche “tra i partiti”
    2. sul piano partigiano perchè consentono che arrivi alle elezioni politiche il leader più legittimato (ed è per questo che primarie tendenzialmente aperte sono più utili a questo scopo: Bersani sa che oggi la sua posizione istituzionale ha una corrispondenza non solo tra i militanti in senso stretto, ma anche tra gli elettori, e ciò lo rafforza come leader anche in vista delle elezioni)
    Purtroppo non sono sicuro che sia culturalmente interiorizzato l’interesse soggettivo alle primarie. Infatti, astrattamente, potrebbero essere soggettivamente interessati alle primarie sia Fini e Tremonti. Tremonti potrebbe contare sul sostegno degli elettori “transfrontalieri” verso la lega, Fini su quelli “trasfrontalieri” verso il centro.
    Ma nei fatti si vede molta cautela se non vera e propria freddezza.
    Credo che sia tutto sommato dovuta al vecchio riflesso condizionato dal modello di partito novecentesco (i processi si controllano dall’alto, non si lasciano in pasto al rischio di decisioni imprevedibili dal basso).
    Il paradosso è che questo riflesso condizionato sembra appartenere anche ai leader che trarrebbero vantaggio dalle primarie. Che forse coltivano la speranza di essere anch’essi decisivi nella contrattazione oligarchica che, in assenza di primarie, si farebbe per la scelta del leader.

  6. Silvana Bononcini ha detto:

    Magari fosse!!!

    La speranza è l’ultima a morire Sofia, anhe in casa nostra, tu continua a scrivere…

  7. stranamore ha detto:

    Caro Luca, ho fatto riferimento alla Lega perchè al nord è un’ opzione di uscita per eventuali insoddisfatti all’interno del PdL. Vedo che il caro Guzzetta li definisce transfrontalieri (verso la Lega e verso il centro). Al nord ho l’impressione che i transfrontalieri sarebbero per lo più verso la Lega. E poi, caro Luca, mi spiace se ho ferito la tua sensibilità celiando sul nostro caro e nobile Presidente Fini. Ma il fatto è che mi viene il prurito quando sento alcuni, come il caro Cascone, denunciare la presunta antidemocraticità e populismo di altri. La Russa e Gasparri antidemocratici e populisti? Mah, non saranno il massimo della finezza aristocratica. Ma almeno non sembrano servili leccaculo. E scusate la volgare rozzezza populista.

  8. Marco Faraci ha detto:

    Dal mio punto di vista occorre trovare il giusto equilibrio per coniugare la leadership di Berlusconi con l’affermarsi di una democrazia interna nel PDL.
    Penso ad una soluzione che tenga Berlusconi al di sopra del gioco in posizione di presidente del PDL, come elemento di stabilità per il governo e per lo stesso partito.
    Al tempo stesso si dovrebbe istituire una carica di segretario del PDL eletta democraticamente, con candidature contrapposte – e mi piacerebbe vedere in pista i vari Tremonti, Fini e Formigoni e aggiungerei anche possibili outsider come la Marcegaglia.
    Berlusconi manterebbe le redini del partito e del governo ma si impegnerebbe a legittimare il segretario come suo successore.
    Il fatto di avere un successore designato già 2-3 anni prima dell’eventuale addio di Berlusconi consentirebbe di sfruttare il consenso popolare dell’attuale premier per tenere saldo il partito evitando fughe centrifughe da parte degli sconfitti.

  9. Alessandro Cascone ha detto:

    @ stranamore

    il populismo non ha nulla a che vedere con quello che tu definisci “leccaculo”. Il termine viene solitamente associato a quella politica di parlare alla pancia del popolo (da cui il termine populismo) cavalcandone ed esasperandone i malumori. Il populismo ha spesso caratterizzato i movimenti di destra, o almeno una particolare destra, anche se ultimamente è molto usato in maniera bypartisan da destra quanto da sinistra (leggi Franceschini per il PD), poi anche da qualcuno di cui non si riesce a darne una definizione politica (leggi Di Pietro), e non solo.

    Sulla antidemocraticità il discorso è un po’ più complesso. Diciamo che il termine che ho usato è da considerarsi ESCLUSIVAMENTE entro i termini della discussione di cui sopra: in riferimento a Gasparri e La Russa all’aver zittito, anche dalle pagine di un giornale oltreché in una trasmissione televisiva (il primo), gli interventi di Sofia Ventura. In quest’ottica antidemocratico è una persona che non accetta critiche e di converso zittisce, o pretende di zittire, i propri interlocutori.

    Dispiace aver generato dei pruriti ma credo che un po’ di crema cortisonica, e una rilettura del mio post precedente alla luce di questi chiarimenti (mi auguro che tale funzione riescano a sortire), possa alleviare il fastidio ;-)

  10. stranamore ha detto:

    Caro Cascone, l’aggettivo populista oggi si spreca. Se un politico parla con il linguaggio della gente, alla loro pancia come dici tu, ecco che gli viene affibbiata la qualifica di populista, anche se si fa carico di problemi reali. Anzi spesso se i suoi argomenti sono validi e scomodi è ancora più probabile che venga bollato in tal senso. Spesso viene così marchiato da “illustri” accademici che non hanno altro di meglio da fare che popolare le fondazioni partitiche e rilasciare opinioni, favorevoli in genere ai finanziatori delle stesse (confindustria, spesso). Questi distinti soloni sono così convinti delle loro idee autoreferenziali che non si degnano di ribattere nel merito a questi “populisti”. Preferiscono tacciarli come tali. E’ più comodo, no? E poi non sia mai che i leccaculo delle fondazioni si abbassino a considerare il popolino. Molto meglio assecondare le orecchie e le tasche dei loro protettori. E’ per questo che il termine populismo mi suscita un certo prurito, caro Cascone. A proposito quali sarebbero poi gli argomenti di “destra” che tu bolli come populisti e su cui La Russa e Gasparri convergono? Quanto poi all’antidemocraticità degli stessi, boh può darsi. Ma, caro Cascone, secondo te quanto sono democratici quelli che disprezzano le opinioni della gente comune in nome di opinioni più accademiche e confezionate, quelli cioè che sono usi squalificare gli interpreti del demos come populisti?

  11. Alessandro Cascone ha detto:

    Caro stranamore, l’Italia è il paese degli sprechi.
    Si sprecano i soldi dei contribuenti per poltrone create ad hoc per gli amici o si (ri)istituiscono ministeri aboliti da precedenti governi “comunisti” (leggi ministero della sanità) in piena crisi economica e con oltre 500.000 posti di lavoro persi (quelli da 1000-1200 € al mese).
    Si sprecano 460 mln di € non accorpando la data del referendum elettorale con quella delle elezioni europee e amministrative del giugno scorso per motivi “strategici”.
    E tu ti preoccupi se si spreca un aggettivo ??
    10, 100, 1000 stranamore, e tutti in politica :-D

Trackbacks/Pingbacks