La banalità del male, al Rione Sanità

– Guardando le immagini diffuse dalla Procura di Napoli tornano in mente le parole – la banalità del male –  con cui Hannah Arendt definì il carattere morale che emergeva dalla acquiscenza tedesca al programma di sterminio, a cui il nazismo aveva, con efficienza scientifica, posto mano.

Se il progetto genocida affondava ideologicamente le radici nei fantasmi interiori e nei risentimenti dolorosi della nazione tedesca, per la Arendt il suo successo politico era stato possibile non per l’impegno partecipe, ma per l’adesione passiva di milioni di cittadini psicologicamente “disintegrati” e disponibili a fare e ad accettare tutto, non solo per paura, ma per un paradossale e malinteso senso del dovere.

Il terrore e la propaganda del nazismo aveva portato alla completa spersonalizzazione morale non solo i carnefici (a partire da Eichmann, di cui la filosofa tedesca seguì e raccontò il processo a Gerusalemme) ma anche tutti i tedeschi “perbene”, che erano divenuti ingranaggi della macchina dello sterminio con la stessa indole routinaria e lo stesso zelo con cui avrebbero atteso ad un qualunque altro ufficio burocratico. Il male del nazismo si mostrava così “banale” e annidato nella sostanziale inconsapevolezza della realtà morale dello sterminio, che impediva ai tedeschi di misurarsi con la sua realtà pratica e di venirne, anche emotivamente, feriti.

Quello che succede in molte realtà del Sud, e che del Sud rappresenta purtroppo l’immagine persuasiva,  non è forse qualcosa di simile? Un omicidio consumato in pubblico e registrato dai presenti con rassegnata indifferenza non rimanda forse l’immagine di una realtà morale in cui la normalità del male è accettata come regola civile, l’illegalità come legge, la violenza arbitraria e feroce come unica forma di ordine riconoscibile e riconosciuta?

I napoletani che scavalcano disciplinatamente il cadavere del morto ammazzato (facendo attenzione a non rivelare reazioni, neppure di paura) e si allontanano senza dar mostra di volersi interessare ad una questione che “non li riguarda”, non ricordano forse i tedeschi che facevano il “proprio dovere” sotto il regime del Terzo Reich?


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “La banalità del male, al Rione Sanità”

  1. Giusi ha detto:

    esattamente…

  2. Alessandro Cascone ha detto:

    ogni volta che sento qualcuno “parlare” della banalità del male della Arendt il mio pensiero corre sempre alla banalità del bene di Deaglio e del suo libro su Giorgio Perlasca, in fondo due aspetti della stessa medaglia: la realtà, una delle quali rappresenta l’inferno, l’altra la speranza. Nel palmo della mano siamo noi a decidere se tenere la prima sotto e la seconda sopra, in bella vista, ma non dimentichiamo che la prima è sempre lì.

  3. Paolo Colombati ha detto:

    …e come i tedeschi (dell’epoca!) andrebbero trattati da una forza di occupazione che li restituisse alla civiltà. Esattamente come avvenne allora!

    Paolo Colombati

  4. Silvana Bononcini ha detto:

    Sempre bravo Carmelo!!

  5. kovalsky ha detto:

    Un’ipotesi simile a quella dell’interpretazione della Arendt del fenomeno nazismo potrebbe estendersi anche a quello che è oggi forse il problema più grave : il fondamentalismo islamico : anche quì probabilmente ci sono milioni e milioni di persone nei paesi musulmani che non condividono ma subiscono quelle forze fanatiche che pensano che è col terrorismo che si può sconfiggere l’ “odiato Occidente” come causa unica dei loro mali. Anche oggi muoiono degli innocenti per il fanatismo allucinato di pochi, proprio come in Europa nel secolo scorso. Una civiltà con grandi differenze, alcune anche positive, da quella occidentale come la islamica dovrebbe reagire.

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