– Il Wall Street Journal contro Tremonti? Al ministro non sarà piaciuto il richiamo fatto dal quotidiano di lingua inglese alla sua vicinanza (“closeness“) alla Lega Nord, ma soprattutto Giulio non avrà gradito il giudizio tranchant del WSJ sulla questione Irap: “Cutting business burdens should be welcomed by anyone interested in Italian prosperity“. Tagliare la pressione fiscale sulle imprese dovrebbe essere ben accolto da chiunque sia interessato alla prosperità italiana.
A livello internazionale, nessuno mette in dubbio che sotto la guida di Tremonti l’Italia abbia adottato un piano di stimolo fiscalmente neutrale, tenendo lontani i tanti appetiti di spesa intorno al tavolo del Governo. Ma – sottolinea ancora il WSJ – è difficile che il ministro dell’Economia possa riportare il debito pubblico (al 115 per cento, la grande incognita italiana) a livelli più accettabili senza spingere sulla ripresa economica. Diciamolo in altri termini: hai voglia di controllare il nominatore, se il denominatore non cresce (o decresce, come è successo di recente) il peso del debito sale. Insomma, dalle pagine del WSJ fa capolino una piccola crepa nella fiducia degli osservatori internazionali al ministro dell’Economia italiano.

Anche Guido Tabellini, dalle pagine de Il Sole 24 Ore di domenica scorsa, aveva colto il legame tra la questione fiscale e l’incognita debito pubblico: “Vi è infine l’obiezione (al taglio delle tasse, ndr) che, con il nostro debito pubblico, non possiamo correre il rischio di perdere la fiducia dei mercato finanziari e delle agenzie di rating”. Ma per il rettore della Bocconi “lo shock internazionale è troppo grande e la ripresa sarà troppo lenta per aspettare che tutto torni come prima”. In definitiva, “non possiamo pensare di essere credibili nel rientro dal debito se proseguiamo nella stagnazione economica”.

Per ridurre l’Irap va ridotta la spesa pubblica. Sul sito de lavoce.info, Tito Boeri e Fausto Panunzi si mostrano scettici sulla fattibilità del piano Baldassarri. L’ex viceministro “fantastica di riduzioni immediate di 20 miliardi della spesa per acquisti di beni”. Per i due economisti, “di tagli ai cosiddetti consumi intermedi sono lastricate le strade di molte Finanziarie. Questi tagli durano al massimo lo spazio… di un esercizio di bilancio: le spese immancabilmente rimbalzano l’anno dopo”. Riflessione purtroppo condivisibile, conoscendo il Paese.
Se davvero il Governo vuole “continuare la politica del rigore coniugata con il supporto allo sviluppo” – parole di Silvio Berlusconi, intervenuto telefonicamente ieri sera a Ballarò – spetta proprio a Berlusconi individuare tagli di spesa credibili e specifici.

Considerazione a margine. Nel programma elettorale del Pdl (pagine 11 e 12) si fa riferimento a quella parte di patrimonio pubblico “che potrebbe essere collocata e valorizzata sul mercato, fatta di azioni, aziende, immobili, crediti, diritti di concessione, etc. (fino al 40% del totale, fino a circa 700 miliardi di euro)”. Ci si dovrebbe lavorare.