– E’ possibile “sigillare” la privacy dei politici senza limitare in maniera giuridicamente arbitraria il diritto all’informazione? Ed è politicamente più rischioso esporre la politica alla curiosità molesta, invadente ed oziosa di una informazione “pettegola” oppure stabilire vincoli restrittivi alla libertà di stampa, anche considerando che la circolazione delle idee e delle informazioni è la forma in cui (più che nell’elettorato attivo e passivo) maggiormente si esprime la libertà politica dei cittadini?

In termini descrittivi, nessuno può sostenere che nelle democrazie contemporanee i politici siano giudicati solo per le loro idee e non per i loro comportamenti, solo in termini di competenza e non di coerenza.
In termini normativi, non deriverebbe alcun vantaggio “liberale” da una disciplina che, ponendo limiti giuridici alla curiosità dei media, alla diffusione dei dati sensibili e al potere di controllo dell’opinione pubblica, stendesse un cordone sanitario attorno alla vita privata dei politici.

Le dinamiche del consenso non sono mai impersonali e le idee politiche sono sempre affidate alla rappresentanza di persone, che ne recano una testimonianza più o meno persuasiva, identificandosi con esse. Il sogno americano di Obama e quello italiano di Berlusconi, non avrebbero potuto avere una diversa rappresentazione o diversi rappresentanti. In entrambi i casi, il pubblico e il privato, il personale e il politico sono inscindibilmente intrecciati e costituiscono ad uguale titolo il profilo dei personaggi. Insomma, i politici non sono meri “portatori” di idee, e non stanno alle proposte che presentano all’opinione pubblica, come i rappresentanti di commercio stanno alle merci che tentano di piazzare nelle botteghe dei loro clienti.

Per questa ragione, non ha molto senso parlare della privacy dei politici, come se essi potessero, da personaggi pubblici quali sono quando “rappresentano” le idee, farsi persone private, quando sono chiamati a rispondere del modo in cui le onorano (o le disonorano) nella propria vita personale.
I dati sensibili che i codici di protezione della privacy preservano nel modo più “sacro” (la fede religiosa, le preferenze sessuali, le condizioni di salute) costituiscono uno schema ordinario di valutazione e di giudizio dei candidati a cariche politiche. Secondo un codice non scritto, ma scrupolosamente osservato, non è né fair né conveniente per un politico non rispondere o mentire a domande su questioni così “personali”. E anche il politico che scegliesse di mantenere il riserbo e di preservare la propria privacy, non potrebbe impedire discussioni o illazioni pubbliche circa la propria scelta; non potrebbe insomma impedire che qualcun altro faccia politica con la “sua” privacy.

Così, in modo del tutto volontario, anche la vita del politico entra nel “tritacarne” della politica, che stabilisce che chi è chiamato a rappresentare il popolo possa essere chiamato dal popolo, secondo i mutevoli umori dell’opinione pubblica, a rispondere del modo in cui dà corpo a questa rappresentanza. Che questo confronto possa assumere toni forti, barbari, demagogici e umanamente irrispettosi fa parte dei rischi del “mestiere”, cui è possibile rispondere sempre sul piano politico.

La natura, la misura e la qualità del “controllo” che opinione pubblica e media esercitano sulla vita dei politici può essere certo profondamente diverso ed avere conseguenze diverse, su cui è giusto interrogarsi. Un’invadenza limitata o ossessivamente concentrata sulla vita sessuale dei “controllati” non migliora né le forme né i contenuti della competizione politica e rischia di degradare nel moralismo sterile e denigratorio la stessa funzione  di controllo che i media esercitano nei confronti del potere.
Ma una cosa è discutere le buone maniere e gli interessi dei ficcanaso, altro è mettere in discussione il diritto di ficcare il naso nelle faccende personali dei politici.