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Caro Bersani, non toccare il bipolarismo

– di Benedetto Della Vedova dal Secolo D’Italia di mercoledì 28 ottobre – Le primarie del PD avevano mille difetti, ma mi sono piaciute. Andare a cercare le contraddizioni e non vedere il dato di sintesi, cioè un meccanismo competitivo di selezione della leadership aperto agli elettori, denuncerebbe un complesso di inferiorità da cui è bene tenersi alla larga.

Non è scritto da nessuna parte, infatti, che il PdL debba seguire il modello delle primarie per la scelta del suo leader – il risultato oggi sarebbe peraltro tanto scontato da svuotarle di ogni significato –  ma nemmeno che quanto accaduto domenica per il PD non possa essere in futuro un utile punto di riferimento anche per il più grande partito italiano.

La politica italiana degli ultimi quindici anni è vissuta di anomalie, a destra e a sinistra, alcune felici, altre meno. Ed è vissuta anche di feroce delegittimazione da parte di una sinistra incredula e spaesata nei confronti dell’alieno Berlusconi.

Ma nonostante tutto questo, dalla discesa in campo del Cavaliere la logica binaria ha conquistato anche la democrazia italiana: si vota, c’è chi vince e chi perde. Qualcuno ritiene che questa sia un’odiosa schematicità, inadatta alla “specificità” italiana, altri ancora la considerano unicamente un sotto-prodotto dell’anomalia berlusconiana (o con lui, o contro di lui). Penso invece che l’anomalia berlusconiana abbia consentito di normalizzare il sistema politico italiano, facendolo marciare lungo i binari su cui si articola la dinamica del consenso in tutti i paesi sviluppati. In molti lavorano non per smantellare “questo” bipolarismo e migliorarlo, ma per superare il bipolarismo tout court.

Questo sarà in gioco nel prossimo futuro. Non è ottimismo di maniera ritenere che la difesa della riforma maggioritaria italiana sarà tanto più forte quanto più condivisa dalle forze principali.

Da questo punto di vista il disegno di Franceschini appariva più chiaro di quello del vittorioso Bersani, da subito attento ad enfatizzare il richiamo all’Ulivo e dunque ad un’alleanza di centrosinistra che veda il Partito Democratico come “mero” primus inter pares di una coalizione allargata, che rischia di essere costruita per addizione e inimicizia, per la serie “chi è nemico del PdL e di Berlusconi è mio amico”.

Ma il destino di Prodi peserà come monito e il neo-segretario non potrà semplicemente riproporre una riedizione dell’armata brancaleone antiberlusconiana.

Bersani ha detto che non cercherà il “dialogo”, ma il “confronto” con la maggioranza. Vedremo. Il segretario del Pd ha la sua storia, ma la sua proposta politica non mina alle fondamenta la democrazia italiana. Normalizzare i rapporti col Pd (che non vuole dire inciuciare, ma neppure passare il tempo a far volare gli stracci e a giocare a chi urla più forte) è nell’interesse di un partito come il PdL, che ha il compito di riformare e rilanciare il Paese, ma anche l’interesse “egoistico” di stabilizzare un quadro istituzionale efficiente, in cui possano confrontarsi proposte di governo alternative, senza frantumare quel poco che nell’ultimo quindicennio è stato costruito in termini di modernizzazione politica.

I conti con Di Pietro (anomalia tra le anomalie: un PM che indaga politici e partiti e poi fonda un partito, fino a vedersi contendere la leadership da una altro PM che, con scarsi risultati giudiziari, ha seguito le sue orme) e le sue battaglie populiste e giustizialiste dovrà farli Bersani, non il PdL.

Certo, c’è un rischio che la vittoria di Bersani in apparenza rende esplicito: la fine del bipolarismo. Ne ha scritto lucidamente sul Corriere di ieri un liberale di sinistra come Michele Salvati, che dentro il suo schieramento ne è stato un intelligente sostenitore: Bersani potrebbe essere portato a concedere a Casini la fine del maggioritario (ad esempio con elezioni alla tedesca) in cambio della promessa di un’alleanza post elettorale anti-Cavaliere. Da questa deriva potrebbe essere risucchiata perfino la Lega di Bossi, che da un proporzionale senza sbarramento, nel dopo-Berlusconi, otterrebbe mani libere e una sempiterna e comodissima rendita di posizione.

Come spiega Salvati, a giustificare questa operazione, varrebbe il seguente sillogismo: Berlusconi è un pericolo per la democrazia, con il bipolarismo Berlusconi vince le elezioni, quindi bisogna de-bipolarizzare la politica italiana. E lo stravolgimento dell’assetto politico che si è comunque dimostrato virtuoso, consentendo l’alternanza (e portando un ex Pci a Palazzo Chigi), troverebbe così anche il suo alibi “morale”.

Sia chiaro, la fine del bipolarismo non sarebbe né la fine della politica né quella della democrazia, ma sarebbe un pericoloso salto indietro; una manovra del palazzo in direzione contraria a quanto vorrebbero gli elettori. Una scelta nell’interesse dei partiti, non del Paese.

La fine del bipolarismo potrebbe non determinare la sconfitta di Silvio Berlusconi, ma decreterebbe la fine del berlusconismo come positiva rivoluzione della democrazia italiana, finalmente competitiva e non consociativa. Una democrazia dove il voto sceglie chi governa e chi sta all’opposizione e non determina semplicemente i “pesi” dei partiti, che poi possono comporsi e scomporsi in molteplici alleanze, come se fossero mattoncini Lego.

Difendere Berlusconi e il berlusconismo, oggi significa anche togliere alibi a chi alimenta lo scontro all’ultimo sangue proprio per giustificare la necessità di un ritorno al passato. Alla propaganda e alla demagogia del “nemico”, dovrebbe rispondere da parte del PdL la valorizzazione degli elementi di ordinarietà della vita politica ed istituzionale.

La sfida al confronto di Bersani va raccolta sul piano delle riforme, quelle economiche e sociali, come quelle della giustizia e delle istituzioni. E tutto ciò va fatto a partire dalla dialettica parlamentare, che non deve certo indebolire l’azione di governo, ma di cui le Camere non possono neppure essere espropriate.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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