– Leggere i giornali in questi giorni equivale a fare un passo indietro nel tempo, al 2004. Anche allora si discuteva animatamente dell’abolizione dell’Irap, ipotizzando di ridurre la pressione fiscale per rilanciare la crescita. Anche allora, come oggi, vi erano le solite proposte: lotta agli sprechi, razionalizzazione negli acquisti della pubblica amministrazione, ottimizzazione della spesa sanitaria attraverso confezioni di farmaci calibrate sulla durata presunta della terapia (questa è una misura apparsa per la prima volta a inizio degli anni Novanta, ovviamente mai introdotta ma che assieme agli asili nido rappresenta un eterno topos della classe politica italiana), eliminazione delle province e delle comunità montane e via enumerando. Sono passati cinque anni, ma sembrano cinque settimane. L’unica rilevante differenza tra ora e allora è che oggi siamo nel mezzo di una crisi economica epocale, ed i margini di manovra fiscale sono ridotti ai minimi termini.

Altra differenza di rilievo, è la condizione di emergenza in cui si trovano molte piccole e medie imprese, che rischiano l’asfissia a causa di un rilevante restringimento del portafoglio ordini, e degli atteggiamenti più conservativi delle banche nell’erogazione del credito. Circostanze che illustrano drammaticamente quanto avventati siano i proclami di cessato pericolo per l’economia italiana, che soffre di una inadeguata crescita della produttività, di mercati del lavoro più rigidi di quelli dei nostri concorrenti, in un quadro reso ancora più complesso dall’apprezzamento dell’euro sul dollaro.

L’Irap, si diceva. Le disfunzioni di questa imposta, che finanzia poco meno del 40 per cento della spesa sanitaria delle regioni, sono note: quelle più macroscopiche sono relative al fatto che introduce un cuneo fiscale su capitale e lavoro, per effetto dell’inserimento nell’imponibile di interessi passivi e costo del lavoro. Per ovviare in parte a queste problematiche, nella passata legislatura sono stati introdotti correttivi parziali come l’esclusione dell’imponibile degli oneri sociali, franchigia capitaria per i dipendenti a tempo indeterminato e riduzione dell’aliquota nominale dell’imposta. Non si deve però dimenticare che l’Irap ha sostituito altri sei tributi, ha ampliato la base imponibile ed opera con aliquota bassa, tutti requisiti che un’imposta efficiente dovrebbe avere. Ciò malgrado, soffre da sempre di pessima reputazione, forse perché colpisce  imprese che hanno flussi di cassa negativi e perdite di esercizio. Per questi motivi appare oggi come il simbolo del “male fiscale assoluto”, da abbattere con ogni mezzo. Quella dell’Irap pare poi essere la personale maledizione di Silvio Berlusconi: dall’opposizione ne promette l’immediata abolizione, senza se e senza ma; dal governo non riesce neppure a scalfirne le aliquote.

Che fare, quindi, tenendo conto delle compatibilità e dei vincoli? Occorre distinguere tra breve e lungo periodo, oltre che tra obiettivi di liquidità e di patrimonializzazione. Nel breve, e per sostenere la liquidità delle imprese, sarebbe utile lo sblocco dei crediti verso la pubblica amministrazione. Alcune risorse sarebbero state disponibili da inizio legislatura, se non fossero state destinate all’abolizione integrale dell’Ici sulla prima casa per tutti i contribuenti, con una manovra regressiva e contraria ai principi federalisti di decentramento della imposizione. Oggi serve uno sforzo aggiuntivo per recuperare quegli stessi fondi. Nel lungo periodo occorre invece creare gli incentivi per promuovere il rafforzamento patrimoniale delle imprese. A questo fine potrebbero essere destinati i fondi originariamente previsti per i Tremonti bond, magari dirottandoli verso la T-holding, l’interessante struttura consortile proposta dal presidente della Piccola Industria, Giuseppe Morandini, per favorire le aggregazioni tra piccole e medie imprese. Altra misura per favorire il rafforzamento patrimoniale delle imprese sarebbe la reintroduzione, con correttivi, della Dual Income Tax (Dit), un sistema di tassazione del reddito d’impresa che tassa ad aliquota ridotta la quota di reddito imputabile ai finanziamenti con capitale proprio (cioè nuovi apporti di capitale dei soci e utili non distribuiti). Incidentalmente, una Dit servirebbe anche ridurre l’impatto dell’Irap, riducendo la dipendenza dal debito nel finanziamento delle imprese.

Tecnicalità a parte, è fondamentale essere focalizzati su un obiettivo immediatamente “cantierabile”, anziché sugli abituali proclami massimalisti di azzeramento di imposte, che si traducono solo in delusioni e frustrazioni per una base elettorale che ha sin qui dimostrato incredibile pazienza. L’importante è essere consapevoli che ci sono cose che non possono essere fatte: ad esempio, la deducibilità totale o parziale dell’Irap ai fini Ires, perché così facendo si porrebbe in essere un pericoloso conflitto tra un tributo regionale ed uno nazionale.

Occorrerà uno sforzo di immaginazione, inteso ovviamente non come contabilità creativa ma come capacità di governare aldilà del consenso immediato e delle resistenze corporative alle riforme. Su tutto, un dato politico: essersi cullati nella illusione di essere meglio posizionati di altri paesi, procrastinando ogni riforma finalizzata a rilanciare la crescita e liberare risorse per un welfare inclusivo, è stato un grave errore. Per avere un riscontro di questa fallacia si può guardare alle valutazioni dei mercati. Il differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiano e tedesco, pur se ridimensionato rispetto al momento di maggiore acutezza della crisi, resta su livelli che sono più che doppi rispetto a due anni fa. Analogo andamento mostra il rischio di credito sovrano, così come prezzato dai credit default swap. Un’interpretazione cospirazionista parlerebbe di complotto contro l’Italia. Una lettura di buonsenso dice invece che, quando un grande debitore non cresce, il rischio di insolvenza resta dietro l’angolo. Il problema italiano, alla fine del 2009, è quello che ci accompagna da circa tre lustri: la crescita anemica e sistematicamente inferiore a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. I mercati stanno prezzando questo rischio, per il dopo-crisi. Il modo migliore per iniziare è quello di smettere di proclamare che “ne usciremo meglio di altri” prima di aver messo mano a vere riforme pro-crescita.