Su scuola e Islam, Urso è troppo concordatario. Servono soluzioni nuove

(Articolo di Sofia Ventura pubblicato in contemporanea su ffwebmagazine.it) – Cattolicesimo, Islam, pluralismo e insegnamento religioso: la proposta di Adolfo Urso di inserire nelle nostre scuole anche l’insegnamento della religione islamica, con lo stesso spirito con cui è impartito l’insegnamento della religione cattolica, ha aperto nuovi fronti di discussione che, laddove non siano animati da pregiudizi e ostilità preconcette, rappresentano momenti importanti di riflessione sul futuro della nostra società.

La proposta può essere discussa su diversi piani e tutt’altro che irrilevante è quello pratico, ovvero quello relativo alle modalità attraverso le quali si potrebbe dare seguito e applicazione alla proposta di un insegnamento della religione islamica nelle scuole. Sul tema già molti si sono espressi e hanno segnalato le enormi difficoltà che una tale proposta incontrerebbe sulla propria strada, a partire dall’assenza di un intesa con l’Islam italiano e dagli ostacoli oggettivi che si frappongono al raggiungimento di una tale intesa (chi rappresenta l’Islam in Italia?).

Ma non è questo il piano che a mio avviso deve essere prioritariamente affrontato. Ben più importante è la riflessione che bisognerebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di compiere “a monte”, ovvero la riflessione su quale tipo di società vogliamo costruire a fronte della sfida posta dall’immigrazione e dalla necessaria integrazione di persone portatrici di culture profondamente diverse dalla nostra.
Premetto subito, per poi procedere ad argomentare, che proprio in questa prospettiva la proposta del sottosegretario Urso non mi piace e ciò a partire dalla convinzione, che ho maturato nel tempo riflettendo sui temi dell’individuo, delle comunità, dell’integrazione e del multiculturalismo, che per reggere alle sfide di cui si diceva sopra sia necessario favorire il libero dispiegarsi di una società plurale nella cornice di uno Stato “neutrale”. Ovvero, non è lo Stato a dover divenire pluralista, pena la sua trasformazione da garante delle libertà e dei diritti di tutti a garante delle prerogative delle comunità e di un sistema “segmentato” dove protagonista non è più l’individuo ma appunto la “comunità”.

L’argomento, da più parti sollevato, secondo il quale l’inserimento dell’insegnamento della religione islamica nella scuola sarebbe un antidoto allo sviluppo di un islam clandestino, confinato nell’illegalità, sembra configurare una situazione dove la libera espressione del proprio convincimento religioso e la legittima aspirazione a coltivare una cultura religiosa o di altro tipo debba passare necessariamente per un esplicito “riconoscimento” statale, e non possa invece trovare spazio nella libera azione all’interno della società.

E’ chiaro che la proposta di Adolfo Urso si inserisce nela logica concordataria (e delle intese) che contraddistingue in Italia il rapporto tra Stato e religioni. Dunque, proprio su questa logica varrebbe la pena riflettere. Il concordato con la Chiesa cattolica, stipulato nel ’29 e rivisto nel 1984 si colloca in una fase storica profondamente diversa dall’attuale, contraddistinta dalla presenza significativa e in crescita di nuovi cittadini che abbracciano un’altra religione monoteista diversa da quelle, cristiana ed ebraica, che hanno sempre abitato le nostre terre e che veicola valori, ma anche costumi, in parte contraddittori con alcui principi – in particolari quelli legati alla dignità e alla libertà dell’individuo – che in Occidente consideriamo intangibli. Di fronte a questa nuova sfida il “privilegio” concesso alla religione maggioritaria e alle sue istituzioni (e in subordine i riconoscimenti ad altre confessioni cristiane e alla religione ebraica) non possono essere mantenuti senza rivolgere la propria attenzione ai nuovi arrivati. Il problema che allora si pone è se tale nuova attenzione debba necessariamente prendere la forma di un semplice ampliamento della logica concordataria e delle intese o se esista una strada diversa.

Limitando la nostra riflessione al problema dell’insegnamento religioso nelle scuole, ci chiediamo, cioè, se non sarebbe saggio ripensare la materia rivoluzionando la prospettiva. Ciò perché il mantenimento nella nuova situazione degli attuali “privilegi”, portando necessariamente alla creazione di nuovi accordi tra Stato e autorità individuate (più o meno arbitrariamente) come l’ espressione di “comunità” (un passo inevitabile se si vuole garantire un insegnamento “religioso” islamico) rischia di favorire quella “segmentazione” di cui si parlava prima, ovvero l’inserimento di “autorità intermedie” tra lo Stato e i cittadini, garantite dallo Stato stesso. In altre parole, si aprirebbe la strada all’istituzionalizzazione di un assetto multiculturale, ad un comunitarismo che nonostante tutti i tentativi che sono stati fatti per dipingerlo come compatibile con lo Stato e la società liberali (si pensi a filosofi come Taylor  o Kymlicka), in realtà ne nega le fondamenta (la libertà dell’individuo e la sua garanzia). A questo proposito, vale la pena di citare le osservazioni dello studioso cattolico Alberto Melloni pubblicate alcuni giorni fa sul Corriere della Sera, che con grande efficacia sintetizzano il problema. “Difendere privilegi vuol dire prima o poi concedere a tutti: e questo rischia di fare della società globale una federazione di atolli identitari in un oceano tempestoso di costumi violenti che bagnano inesorabilmente tutte le spiagge dell’arcipelago”

Questo è un pericolo che anche la Chiesa cattolica dovrebbe tenere presente e per questo coraggiosamente dovrebbe forse affrontare l’ipotesi di rivedere la sua presenza nella scuola pubblica. Se il fatto religioso costituisce senza dubbio un tratto della nostra cultura e della nostra identità, davvero non si vede perché esso non possa trovare spazio nelle istituzioni religiose che liberamente  e pubblicamente si costituiscono nella società civile per quanto riguarda la sua dimensione spirituale. Al tempo stesso, come elemento culturale esso potrebbe trovare spazio nella scuola pubblica come insegnamento obbligatorio alla pari degli altri insegnamenti – come ha ad esempio suggerito sempre dalla pagine del Corriere l’islamista Paolo Branca –, impartito da insegnanti assunti regolarmente come tutti gli altri docenti,  con un’attenzione privilegiata alle grandi religioni monoteiste, cristianesimo ed ebraismo innanzitutto ma anche con un spazio adeguato all’Islam.

Sarebbe questa un’occasione per i nostri giovani di acquisire finalmente una conoscenza che anni e anni di “ora di religione” non ha loro apportato; citando sempre Melloni : “dopo tanto sforzo l’ignoranza della Bibbia, della storia cristiana, delle dottrine, della spiritualità è in Italia così abissale da debordare nei quiz, dove le domande in questa materia si rivelano impervie per tutti”. Ma sarebbe anche un’occasione, per alunni che provengono da famiglie cristiane, ebree, musulmane, agnostiche o atee per apprendere “insieme”  i tanti modi attraverso i quali l’uomo ha cercato nella storia dell’umanità di pensare la propria “condizione” e di rapportarsi con la dimensione del divino.
Se, dunque, il problema è come fare spazio all’Islam senza pregiudicare la coesione della nostra società e i fondamenti liberali che la contraddistinguono, più che pensare per semplice “addizione” rispetto allo stato di cose attuale, sarebbe forse saggio e lungimirante da parte delle autorità politiche e religiose riflettere e ragionare in termini più innovativi e coraggiosi, perché è in gioco il futuro della nostra civiltà.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

4 Responses to “Su scuola e Islam, Urso è troppo concordatario. Servono soluzioni nuove”

  1. grano ha detto:

    Mmmmhhh, strano. Mi risulta che Ventura ed Urso siano più o meno riconducibili alla stessa “parrocchia” di soggetti politici e/o culturali che orbitano intorno a Fini, al Secolo ed a FareFuturo. Scusate se faccio il malpensante, ma non è che Urso ha lanciato per conto della parrocchia la proposta oggettivamente di non facile realizzazione dell’ora di religione islamica per poi far arrivare il dibattito lì dove si voleva arrivare fin dall’inizio, cioè alla messa in discussione del regime concordatario in materia di insegnamento della religione cattolica?
    Comunque, a parte questo mio sospetto, il tema è delicatissimo in terra vaticana ma molto serio e le posizioni di Sofia Ventura susciteranno sicuramente un vespaio ma sono a mio avviso quanto mai ragionevoli. Complimenti sia per la lucidità sia per il coraggio nell’esprimere posizioni che soprattutto nella parte politica di riferimento della “parrocchia” attireranno sicuramente pesanti strali.

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    Ecco come serve un dibattito libero: leggendo Urso ed altri che qui con lui concordano una come me, anticlericale convinta, si dice che stante la situazione Italiana, magari la loro proposta è ragionevole!
    Ma poi arriva l’ottima Sofia….

  3. Sofia Ventura ha detto:

    Silvana, cosa più bella non potevi dirmi!

  4. DM ha detto:

    @grano: probabilmente :)

    @Silvana: hai ragione 2 volte.

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