– Il Partito Democratico è di fronte a un bivio.
Si può ironizzare quanto si vuole su uno statuto che ha previsto un iter congressuale incredibilmente barocco, ma la sostanza non cambia. Il PD si trova di fronte a un bivio e il suo futuro non riguarda solo il centrosinistra. Per questo penso che valga la pena di parlarne su di un magazine che ha considerato la stessa costituzione del Pdl una felice eterogenesi dei fini della nascita del Pd e che ha sempre ritenuto che il funzionamento del sistema bipolare sia affidato alla buona salute e alla buona volontà di entrambi gli attori del sistema, Pd e Pdl, e non all’indebolimento o al disimpegno dell’uno a beneficio dell’altro.


Il dibattito congressuale è stato spesso noioso e di basso profilo, ma questo non significa che le opzioni in campo non siano profondamente diverse l’una dall’altra e che il successo dell’una o dell’altra non inciderà profondamente negli scenari politici dei prossimi anni.
Si potrebbe fare un salto indietro nel tempo di almeno dieci anni, se prevalesse Bersani, con la ricostituzione di un nuovo PDS impegnato più che altro a costruire alleanze eterogenee e ingovernabili con il solo obiettivo di battere Berlusconi.
Oppure si può andare avanti sulla strada del PD e di un sano bipolarismo, se prevalesse Franceschini.
Ma si potrebbe anche andare avanti sulla strada del PD e di un sano bipolarismo, riempiendo questo progetto di contenuti riformisti, con Ignazio Marino. Già Carmelo Palma, su queste pagine,  aveva scritto in merito: “Ci pare che il PD sia, sul piano dell’offerta politica, incommensurabilmente migliore di quella sinistra di governo rissosa e inconcludente che per due volte ha portato Prodi a Palazzo Chigi e per due volte ha dimostrato di non essere capace di governare nulla: né il Paese, né se stessa. Il programma del PD di Veltroni era decisamente più avanzato di quello dell’Unione e la sconfitta elettorale del 2008 non dimostra affatto il contrario”.
Condivido in pieno queste parole, ma mi sento di aggiungere che il progetto del PD, affidato a un gruppo dirigente più impegnato a tenere insieme le correnti (o le “anime”, o le “sensibilità” come vengono chiamate oggi con un linguaggio più politicamente corretto) che a indicare la strada da percorrere, è destinato ad avere il fiato molto corto. Con Franceschini al timone il PD è arrivato ai minimi storici, la credibilità della sua offerta politica non è mai stata così fragile e la conduzione della rotta non è mai stata così incerta.
Io sono d’accordo con Panebianco, che sul Corriere della Sera del 10 settembre scorso ha scritto: “l’idea del «partito a vocazione maggioritaria» di Walter Veltroni non era affatto sbagliata. Nasceva dalla presa d’atto che, nel dopo guerra fredda, un partito di sinistra (non comunista), se centra la proposta politica, può benissimo giocarsela «alla pari» con la destra.
Ed è proprio la proposta politica la carta che Ignazio Marino può giocarsi, contando soprattutto sul fatto che la sua candidatura, da buon outsider, non è sostenuta da sponsor ingombranti come le altre due, e che il meccanismo delle primarie aperte a tutti i cittadini lascia spazio a risultati sulla carta imprevedibili.
Una proposta politica che si fonda su una parola che a sinistra ancora stenta a farsi strada. Il merito.
“Dobbiamo dire senza esitare che ancora oggi in Italia la cultura del merito fa paura. Nessuno lo ammette ma molti lo considerano un elemento che destabilizza poiché permette a chiunque di realizzare le proprie aspirazioni, di rischiare, di scommettere su se stesso. E’ la condizione che permette la libertà” ha detto alla convenzione nazionale.
Prendo qua e là qualche frammento dal suo programma:
“Vogliamo combattere i monopoli, le corporazioni, le oligarchie per dare ai cittadini e alle imprese la libertà di scegliere e di crescere in un ambiente economico sano e favorevole.”
“Vogliamo un paese in cui le classi dirigenti siano selezionate sulla base delle proprie capacità, dove il merito sia premiato attraverso meccanismi che sanciscano una responsabilità diretta in capo a chi è chiamato a scegliere.”
E mentre Tremonti si produce in uno spericolato e antistorico elogio del “posto fisso”, Marino afferma che“per dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese e favorire la massima occupazione si deve fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.
La flessibilità, caratteristica inevitabile del lavoro nella nostra modernità, non va considerata come una disgrazia. Quello che i giovani temono sono disoccupazione e precariato privo di regole, percepiscono l’iniquità di un mercato del lavoro che vede gomito a gomito lavoratori protetti e lavoratori talvolta privi anche di diritti elementari quali la malattia, la maternità, le ferie.
Una flessibilità bilanciata, quindi è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro; salario minimo e garanzie di reddito come protezione per chi perde il lavoro; formazione continua per aumentare il proprio bagaglio e il proprio valore professionale.”
Per questo sorvolerò sulle tante ragioni che mi tengono lontano dal PD e il 25 ottobre andrò a votare per Ignazio Marino al gazebo del mio comune.
Ho spesso detto che l’Italia avrebbe bisogno di una Thatcher, e Ignazio Marino certamente Thatcher non è. Ma penso che un suo successo sarebbe comunque un fatto positivo. Per tutti.