– di Benedetto Della Vedova dal Secolo D’Italia di giovedì 22 ottobre –

Un grande poeta intellettuale come Pierpaolo Pasolini seppe descrivere mirabilmente il suo dolente rimpianto per l’Italia agreste e familiare che il boom economico andava lentamente cancellando, a favore della ricerca del benessere e del consumo. L’Italia delle campagne si metteva in movimento: fisicamente, culturalmente, professionalmente. Ma l’Italia che oggi conosciamo ed apprezziamo per le posizioni conquistate nel dopoguerra in termini di reddito diffuso e di standard di vita è fondata sulla valorizzazione della mobilità come valore positivo.

La mobilità territoriale prima, dal sud al nord, che incorporava quella sociale: dalla sussistenza al consumo e alla scuola per i figli. Nei tempi più recenti le regioni che hanno conquistato un ruolo da protagoniste nell’economia italiana (e non solo, pensiamo al nordest) lo hanno fatto attraverso la diffusione di una vera e propria etica della mobilità. Centinaia di migliaia di piccole imprese sono nate dalla scelta di vita di lavoratori che si sentivano stretti nella pur comoda camicia del posto fisso e vi rinunciavano scegliendo il rischio e la dinamicità del “mettersi in proprio”.

Questo li ha resi protagonisti della generalizzazione del benessere in terre che avevano soprattutto conosciuto l’emigrazione e che, nel breve volgere di una generazione, sono divenute terre di immigrazione massiccia. La mobilità, il rischio e la flessibilità costituiscono i fondamenti di un’economia dinamica e competitiva, anche quando sono profondamente intrecciati con valori e sentimenti antichi. Il compito della politica deve essere quello di incentivare, non di stigmatizzare, la mobilità ed il desiderio di fare e anche avere di più, di cercare e vincere sfide personali e professionali.

Più persone sceglieranno di costruire il proprio avvenire passando da lavoratori a imprenditori o cercando nuovi e più soddisfacenti impieghi, meglio sarà per tutti. E questa non è poesia, nemmeno in una temperie come questa. La mobilità e la flessibilità del lavoro non vanno esorcizzate, ma governate per tutti e soprattutto per coloro che per scelta o necessità sono lavoratori dipendenti. La precarietà di troppi lavoratori, quelli che “non possono chiedere il mutuo”, non è il prodotto della liberalizzazione del mercato del lavoro, ma esattamente del suo opposto, cioè della rigidità del contratto standard che scarica su di loro – i lavoratori più deboli e spesso più giovani – il costo di mantenere regole asimmetriche e discriminatorie come l’articolo 18.

Mentre del resto non è praticabile l’universalizzazione di questo strumento, sarebbe possibile arrivare ad un contratto standard più equilibrato che consenta di cancellare le eccezioni ingiustificate, che oggi sono moltissime e producono incertezza per le persone e inefficienza per il sistema economico nel suo complesso. Il messaggio rassicurante che una società aperta e solidale deve offrire non può essere più – ma lo è mai stato? – quello del “posto fisso”, bensì quello del sapersi fare carico delle difficoltà. Perdere il lavoro non deve più essere per nessuno, e non solo per i dipendenti di Alitalia, una tragedia individuale e familiare.

Per fare questo occorre uno Stato sociale diverso, che sostenga universalmente i lavoratori nella disoccupazione e li accompagni in modo efficiente fino all’occupazione successiva. Per fare questo non si deve inventare nulla di particolarmente originale, bisogna sconfiggere il conservatorismo ed il corporativismo sindacale; bisogna liberare risorse spendendo meglio e meno per le pensioni. Oltre la crisi dobbiamo lavorare per un’Italia che non si ripieghi, ma che trovi la forza e il modo di valorizzare il meglio del suo passato e del suo presente, di cui fa parte la mobilità e non il posto fisso.