– Fin dalla sua nascita Libertiamo ha auspicato cambiamenti profondi nel centro-destra italiano e molto spesso ha parlato dell’opportunità che il Popolo della Libertà scelga la strada di una “destra europea”. Il modello di riferimento è in generale individuato nel mainstream del PPE ed in leader quali Nicolas Sarkozy, Angela Merkel e David Cameron.
In realtà se di certo al centro-destra italiano serve con urgenza una svolta liberale e riformatrice, questo non significa necessariamente che l’erba del vicino sia in questo momento più verde.
Al di là probabilmente delle questioni eticamente sensibili, in cui il PDL sta dando il proprio peggio, le posizioni degli altri governi europei a guida conservatrice, in primis quello francese e tedesco,  non sono poi più “liberali” di quelle della compagine di Berlusconi.
Del resto, di fronte al banco di prova fondamentale della crisi economica, politici come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno sovente battuto in statalismo il nostro Tremonti.
Sarkozy, dimenticate le promesse del “gouvernement de rupture”, sembra muoversi ormai nel solco dello chirac-ismo più tradizionale e la Merkel, dal canto suo,  si è spesso distinta in questi anni per scelte politiche protezioniste ed interventiste – complice senz’altro in questo caso anche la “grosse koalition” con i socialdemocratici.

La “destra normale” francese o tedesca, dal punto di vista delle scelte concrete, non sembra più aperta alle ragioni del mercato rispetto all’”eccezione berlusconiana”.

Vale la pena di ricordare, peraltro, che diversi anni fa, quando Berlusconi scese in campo nel 1994, la maggior parte dei liberali scelsero di scommettere proprio sull’”anomalia” della sua presenza politica.
Il fatto che Berlusconi fosse estraneo ai circuiti del potere tradizionale, la sua irriverenza verso alcuni rituali della politica e delle istituzioni ed in qualche misura persino il superamento del vecchio democraticismo formale dei partiti della “prima repubblica” a favore di un rapporto diretto tra leader e cittadini venivano considerati come fattori potenzialmente dirompenti in un quadro politico, economico e sociale sclerotizzato.
L’eccezione Berlusconi poteva essere lo shock  in grado di innescare dinamiche riformatrici e liberali nel nostro paese.
A distanza di 15 anni ci rendiamo perfettamente conto che la “rivoluzione liberale” sognata nel ’94 non si è neppure timidamente avviata e che Berlusconi nel 2013, dopo 10 anni di governo su 12, difficilmente consegnerà al suo successore un sistema Italia più liberale di quello ricevuto da Giuliano Amato nel 2001.
Berlusconi è un politico “differente” e indigesto all’establishment consolidato a livello tanto italiano quanto europeo – ma l’essere differente non si è rilevato sufficiente per essere al tempo stesso un motore di cambiamento.

A fronte di questo dato oggettivo, il rischio è che oggi i liberali, per comprensibile delusione, avvertano eccessivamente il fascino di un modello di destra opposto a quello berlusconiano, quello di una destra “seria e responsabile”, ben inserita nei salotti buoni e che goda di buona stampa. Una destra che piace alla gente che piace.
Certo, chi sia su posizione genericamente centriste e in economia sostanzialmente socialdemocratiche non avrà difficoltà nell’individuare in Nicola Sarkozy, Angela Merkel o David Cameron un valido riferimento politico e culturale. E lo stesso probabilmente chi si accontenti di limitati ritocchi liberali su questo o quel tema, operati il più delle volte perché considerati ineluttabili in un’ottica di contabilità, anziché per effettiva convinzione.

Tuttavia c’è da chiedersi se questa politica minimalista e in doppiopetto sia davvero sufficiente. E c’è da chiederselo non tanto rispetto alle aspirazioni (più o meno  idealistiche) dei liberali classici e dei libertarians, ma soprattutto rispetto alle esigenze di un mondo che si muove così velocemente ed in cui paesi come l’India e la Cina sono stati in grado di trasformare radicalmente in pochi anni le loro economie al punto da mettere per la prima volta in discussione il primato non solo economico ma anche in prospettiva politico e culturale del mondo occidentale.
Di fronte ai profondi mutamenti di questi anni, alle sfide della globalizzazione ed alle problematiche legate alla “crisi”, i grandi partiti moderati e popolari sembrano in grado al più di evitare che il percorso verso il declino dell’Europa sia troppo accidentato, ma non hanno la capacità né la volontà di aggredire le cause strutturali dell’invecchiamento economico e culturale del vecchio continente. Sembrano più interessati a perseguire una pace sociale di breve periodo che a mettere in discussione gli assunti del welfarismo occidentale.

E’ un fatto che negli ultimi anni i pochi leader che hanno portato avanti proposte politiche liberali originali e coraggiose non sono quasi mai stati omogenei al mainstream centro-conservatore europeo.
Non lo è certo stata la Thatcher che ha goduto di una parziale rivalutazione “postuma” ma che negli anni in cui governava era vissuta come uno scomodo corpo estraneo dalla politica europea.
Non lo è un liberale chicaghiano come Vaclav Klaus che si trova oggi a recitare la “parte del cattivo” contro il pensiero unico eurostatalista.
Non lo è stato, mutatis mutandis, un personaggio complesso ed originale come Pim Fortuyn, così come non lo è la promessa del liberal-secessionismo fiammingo Jean-Marie Dedecker.

In questo senso la parziale delusione delle speranze riposte nell’”eccezione berlusconiana” non deve portare in modo automatico alla conclusione che la strada da perseguire adesso sia quella del rientro del centro-destra italiano nell’alveo della conformità e della prevedibilità del moderatismo europeo.
Tutto sommato, in questo continente intriso di statalismo fino all’anima, l’eccezione resta comunque più promettente della norma, la varianza più utile dell’armonizzazione.
Peraltro, se proprio all’Europa si deve guardare, si dovrebbe provare a farlo anche seguendo itinerari geopolitici meno scontati e ricordandosi che l’Europa non finisce sull’Oder-Neisse. C’è una metà di questo continente che ha saputo ripensare le basi profonde del proprio sistema politico ed implementare nel giro di pochi anni importanti riforme economiche liberali. E’ l’Europa dei Vaclav Klaus e dei Mart Laar, dei Donald Tusk e dei Mikuláš Dzurinda.
Forse è al coraggio riformatore di quell’Europa che sarebbe utile ispirarsi più che alle dinamiche politiche dell’Europa che conosciamo meglio, quella del “vietato toccare”.

In definitiva, i liberali dovranno combattere nel merito la battaglia delle idee e dei programmi nel PDL, chiedendo con forza – sui vari temi – accelerazioni o cambiamenti di rotta. Ma non con l’obiettivo di fare del PDL una copia sbiadita dell’UMP francese o del PP spagnolo, bensì con quella di poter essere tra qualche anno – da liberali – orgogliosi della “differenza italiana”.