Il “posto” è il pensiero fisso di un paese precario

Nel Pdl il Ministro Tremonti ha ideologicamente dettato o, più spesso, aggiustato il passaggio da un liberalismo fiducioso e generoso ad un conservatorismo impaurito e sfiduciato della libertà economica e del mercato. Lo ha fatto in modo furbo e intelligente, con la malizia necessaria ad incontrare il gusto di un elettorato angosciato, e con un tempismo spietato, di modo da incrociare una sinistra ritardataria e volonterosa, con troppo questioni aperte, e politicamente disarmata, nel campo aperto della crisi sociale.

Dopo avere irriso ai neofiti della globalizzazione, sostenendo che quella che ci entrava in casa non portava solo bassi prezzi ma anche bassi salari, Tremonti non avrà difficoltà a schernire gli stessi a cui il centro-destra dava, meno di 10 anni fa, lezioni di flessibilità” e che oggi difendono le ragioni dei “padroni”, contro quelli dei lavoratori. Le cose vanno male e il solo dirlo, ad intendere le colpe altrui, per quanto fumosa e complottistica sia l’imputazione e puramente immaginarie le prove, incontra comunque la riconoscenza delle “vittime”.  A sostenere che il lavoro lo rubano gli immigrati o i cinesi e  lo rendono instabile le stravaganti pretese o gli inconfessabili egoismi degli imprenditori, si va comunque sul sicuro. Anche se non è vero. Come non è realistico, per quanto suggestivo, un’ideale di autarchia occupazionale in cui la domanda e l’offerta di lavoro si incontrano per mediazione politica, e per questa via si consolidano, con reciproca soddisfazione.

Non basterà, temo, alla sinistra rinfacciare al Governo di avere “licenziato” (o non stabilizzato) i precari della scuola nel giorno in cui la presunta conversione di Tremonti spopolava su tutti i giornali italiani. La retorica del posto fisso d’altra parte è uguale (non uguale e contraria: proprio uguale) a quella del centro-sinistra che  nel 2006 ha vinto di un niente le elezioni minacciando vendetta contro i provvedimenti anti-sociali del governo Berlusconi, e agitando un “ideale redistributivo” che sarebbe consistito nell’abbassamento dell’età pensionabile e nell’abolizione della Legge Biagi.

Il “posto” rimane il pensiero fisso di un paese precario e, a volte, basta farglielo sognare. Un pensiero talmente ossessivo da dilagare perfino nella paranoia di un terrorismo “conservatore” che nelle sue manifestazioni terminali è giunto ad ammazzare non per fare la rivoluzione, ma per impedire ai giuslavoristi “traditori” di disegnare una riforma sostenibile ed efficiente del mercato del lavoro.

Sul piano della propaganda, oggi non c’è partita. E’ del tutto inutile, su quel piano, replicare, come ha fatto giustamente Brunetta, che l’esplosione del lavoro atipico coincide in realtà con “la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell’egoismo del lavoro tipico”. Altrettanto inutile, come fa Ichino, è incalzare l’esecutivo e proporre una bonifica ragionevole della giungla normativa e contrattuale, per ristabilire un principio di responsabilità del lavoro e nel lavoro che argini le derive dell’usa-e-getta, senza riprecipitare nella retorica dell’occupazione come “diritto sociale”.

Non sembra proprio che si vogliano cambiare le regole di un mercato del lavoro duale, che costringe chi investe a raschiare il fondo del barile della precarietà, e di un sistema di welfare disuguale,  che spezzetta le tutele secondo regole feudali, inique e inattendibili, affidate all’ultimo emendamento dell’ultima finanziaria, all’influenza dei padroni e alla benevolenza dei padrini.

In un’Italia in cui ci sono lavoratori più lavoratori degli altri (e altri meno), servirebbe imporre un “legal standard” (per dirla alla Tremonti), capace di rispettare il lavoro e di soddisfare il bisogno secondo un unico metro, senza distinguere figli e figliastri, chè dovrebbero essere ugualmente piezz’ ‘e core, per la politica. Ma lì, altro che posto fisso: servirebbe una rivoluzione.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

14 Responses to “Il “posto” è il pensiero fisso di un paese precario”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Sarò monotona ma….. BRAVO CARMELO!!!

  2. Giovanni ha detto:

    Ognuno è libero di credere o di far finta di credere ai miracoli o all’esistenza dei puffi. Magari se ci facesse sapere con quali modalità e con quali strumenti pretende di conciliare la precarietà tipica di ogni attività esposta alle leggi del mercato con il posto fisso per tutti sarebbe molto meglio. A proposito, avrai notato che in un periodo di profonda crisi come questo è la destra, contrariamente a quanto si possa pensare, a consolidarsi. E’ l’effetto di una politica ambigua con la quale entrambi gli schieramenti tendono ad accogliere confusamente il maggiore spazio elettorale possibile, ma solo il centrodestra risulta vincente quando espone anche principi socialisti mentre invece una sinistra che accetta il capitalismo non è affatto credibile. Che l’atteggiamento di Tremonti abbia soltanto lo scopo di spiazzare ancora una volta la sinistra ?

  3. Il LAVORO è un CONTRATTO, la SICUREZZA un VALORE: si ottiene CON non DAGLI altri

  4. Gabriele Martelli ha detto:

    Io credo nelle vie di mezzo, e se è sbagliato il lavoro assicurato parassitario, è anche sbagliata la mobilità selvaggio.

    Inoltre non possiamo costringere un popolo intero a diventare imprenditore di se stesso, come a diventare dipendente ultra inamovibile.

    La via di mezzo sono regole e tutele del mercato del lavoro.

    Oggi tutti aspirano logicamente ad un lavoro stabile fisso, anche perchè dà accesso al credito anche senza garanzie esterne.
    Un precario che voglia comprare un letto con un finanziamento anche di soli 700 euro, si vedrà rifiutata la pratica da qualsiasi istituto di credito, anche i piu’ pluripubblicizzati, differentemente da un lavoratore con contratto fisso dove la garanzia arriva dalla busta paga.

    Quindi già qui vorrei sapere come si risolve il problema di questa disparita sociale.

    Inoltre un economia solida, gira intorno al mercato, ma quando la middle class che dovrebbe far girare economia e produzioni, viene sempre piu’ ristretta in una morsa di incertezza, chi può fare girare l’economia.

    non ho studiato alla Bocconi o comunque economia, ma sinceramente la produzione gira con il consumo, e senza certezze come girano i consumi??

    Va bene la mobilità pur che tutelata in qualche modo con regole precise.

    Inoltre io non sono contro la globalizzazione, ma neanche per una globalizzazione selvaggia, che innesca meccanismi perversi sulla produzione.
    Le aziende si spostano la dove c’e’ un mercato del lavoro meno caro e non per un problema di concorrenza estera, quanto di lucro e abbattimento ulteriori di costi a beneficio dei profitti. Allora io che investo in territorio, perchè devo ritrovarmi una sorta di concorrenza sleale, da chi produce fuori dal territorio, facendo si anche che si riduca la fetta del consumo?

    VIA di MEZZO

  5. Maurizio Bonanno ha detto:

    sono in crisi di identità: chi sono questi statalisti, novelli paladini del posto fisso con i quali mi sono affiancato per quindici anni? dove si nascondevano? e che ci faccio io con loro? da governanti seri non voglio ovvietà, voglio stimoli, progetti, capacità di intraprendere, fantasia e forse pure il gusto del rischio. e la libera impresa? le idee innovative? e Biagi che ci ha rimesso la vita? il posto fisso, l’impiego statale è pigrizia, passività, assuefazione, mollezza, statalismo burocraticizzato: vita piatta certo, ovvero normale… sicura, con uno stto-madre che ti accompagna dalla vita alla morte senza svezzarti!
    la flessibilità, il rischio d’impresa sono, invece, valori, simbolo di una vita attiva, stimolante, a caccia di idee… e dovrebbero esserlo anche per chi si professa liberale e liberista (!)

  6. Alessandro Nasini ha detto:

    Vorrei provare a capire una cosa: parliamo di posto fisso o lavoro sicuro? I due termini non sono sinonimi: possono coincidere, nella ipotesi più favorevole, ma non è affatto detto.

    Se la cosa importante è avere un lavoro, un buon lavoro (di soddisfazione e retribuito il giusto) bisogna accettare il fatto che questo lavoro potrà essere in luoghi diversi, aziente o enti diversi e persino di diversa natura. Se è questo il punto, garantire il posto fisso non è più possibile tanto nel privato che nel pubblico.

    Mutano nel tempo, in qualità e quantità i bisogni che la P.A. deve soddisfare come cambiano domanda e offerta di quel mercato che il privato deve essere in grado di servire. Come si può pretendere di rimanere per 40 anni nella stessa azienda o nella stessa amministrazione, a prescindere da tutto quanto ho premesso, scaricando su “altri” il costo della propria “fissità”?

  7. Gabriele Martelli ha detto:

    Quindi liberale è portare tutti ad essere imprenditori di se stessi?
    fatico anche in questo a capire…io ho dei dipendenti fissi, ho i pro e i contro, ma per una PMI avere anche validi collaboratori da non dover formare in continuazione è un buon compromesso.
    Ora mi chiedo dove può essere il punto di incontro.
    Ripeto REALISTICAMENTE parlando, come si permette ai lavoratori a progetto o a tempo determinato o con mobilità l’accesso al credito che permette di diventare anche consumatori e far girare l’economia produttiva?

    Come si riesce a non far mordere la coda al cane?

  8. Alessandro Nasini ha detto:

    @gabriele una ipotesi potrebbe essere che per importi contenuti fosse l’azienda a fornire la garanzia richiesta, almeno (o solo) per la durata del contratto. Immagino già l’obiezione che “così si costringe il lavoratore a rimanere in azienda per non perdere la garanzia”, ma non vedo altra via praticabile e comunque il rapporto collaboratore-impresa non può essere sempre a senso unico. Premetto che in passato ci ho provato (senza riuscirci): la banca richiese una mia garanzia personale, rifiutando quella della società, anche se “coperta”.

  9. Gabriele Martelli ha detto:

    Potrebbe essere un’idea, e condivido in pieno, però da rendere a prova di distorsione e allettante per tutte le parti.

    Oltretutto la garanzia per quanto la dai al lavoratore saltuario?
    Fissa? oppure per il periodo contrattuale? E qui mi sorge il dubbio…accetterebbe l’istituto bancario garanzie provvisorie?

  10. Alessandro Nasini ha detto:

    Gabriele, parlando di contratti a termine e/o contratti di progetto il periodo di riferimento per la garanzia potrebbe essere il medesimo, quindi per l’istituto bancario non dovrebbe essere un problema insormontabile trovare una formula praticabile.

    Sugli aspetti “tecnici” ci sarebbe da ragionare, ovviamente, trovando una formula di soddisfazione per tutti. Quello che è certo è che sono si comincia con il ristabilire un rapporto di fiducia e mutuo interesse tra impresa e collaboratori (chi mi conosce sa che odio il termine “dipendenti” per una questione di principio…) non andiamo da nessuna parte comunque.

  11. Carmelo Palma ha detto:

    I problemi che derivano dalla precarietà del “posto” amplificano ulteriormente le disuguaglianze del mercato del lavoro. Il problema del mutuo, del credito al consumo, in generale del rapporto con il sistema bancario e finanziario dei lavoratori precari non sono falsi problemi. E’ il “posto fisso per tutti” ad essere una soluzione falsa. Non sbagliata. Proprio falsa, perché non perseguibile e non realizzabile, uno specchietto per le allodole. Così la dualità del mercato del lavoro diventa una più complessiva dualità sociale, un mercato del credito duale, un mercato delle locazioni duale… Con i discriminati che vorrebbero scavalcare il muro del privilegio e andare dall’altra parte.
    Un mercato del lavoro di uguali, la cui condizione sia valutata secondo un unico metro, senza discriminazioni settoriali, contrattuali, dimensionali e di “classe” sarebbe, oltre al resto, un elemento di formidabile moralizzazione civile.

  12. DM ha detto:

    La società è liquida.

    Più che “posto fisso”, dove in azienda “fisso” è solo il rischio di impresa, si potrebbe auspicare ad una stabilizzazione nel tempo. Finché si è giovani saltare da una parte all’altra per 3-6 mesi è cosa fattibile e rientra nella giusta “gavetta” che bisogna fare. Quando si cerca di cambiare l’assetto famigliare le esigenze mutano, senza un posto di lavoro stabile le banche non concedono mutui e ci sono molteplici vincoli anche per pagamenti in leasing.

    La definizione indicata dalla Marcegaglia su “flessibilità regolata” prende corpo e senso. E’ ingenuo pensare ad un singolo lavoro per una vita, ma creare “moduli” lavorativi di una certa durata di tempo aiuta.

  13. gabriele Martelli ha detto:

    Carmelo belle parole belle ideolgoie e speranze, ma la soluzione dove è?
    Cioè inutile augurarsi il mondo migliore se non si propone soluzioni e si mettano regole valide che tutelino tutte le parti.
    Io sento molto parlare..io stesso parlo, ma nessuno propone SERIE prospettive.
    Mi fanno anche ridere i ragionamenti sul posto FISSO, che viene sempre paragonato al lavoro parassitario.

    Allora mettiamo in chiaro le cose.
    Esistono lavoratori validi come parassitari.
    Esistono imprenditori onesti come esistono imprenditori farabutti che pensano solo al loro profitto senza pensare che dipenda anche dalle collaborazioni.

    Discriminare oltremodo il lavoro saltuario o permettere che il lavoro saltuario sia SFRUTTATO da certa imprenditoria equivale a mettere sempre in cattiva luce tale prospettiva.

    Comunque non mi è stato risposto; COME SI RILANCIA l’ECONOMIA, se non si ricrea un consumo nel mercato? E come si crea il consumo nel mercato, se non si ha posti di lavoro nel nostro Paese??

    Pensi anche a questi aspetti:

    Si parla di globalizzazione , benvenuta, purche porti richezza e non sfruttamento. Noi negli anni abbiamo assistito ad una globalizzazione selvaggia.
    Quando le aziende spostano nei paesi dell’Est o in Cina o in India le proprie produzioni, secondo lei viene fatto per portare ricchezza in quei paesi oppure, per uno sfruttamento del mercato del lavoro? e in tal caso come si può arginare tale fenomelogia?

    E inoltre, le chiedo:

    Spostando la produzione in paesi dove il mercato del lavoro è piu’ economico per l’impreditore, quell’imprenditore, non porta via posti di lavoro anche saltuari nel nostro paese? E visto che quelle produzioni torneranno nel nostro paese, come si può pretendere che il mercato le recepisca, quando si stà allargando la fetta di poverta e diminuendo la middle class?

    Quali sono le soluzioni possibili per arginare ciò? e quali quindi quelle per far ripartire l’economia nel nostro paese?

    Imprenditori di se stessi.
    Non è ambizioso per certe frange sperare che ognuno diventi imprenditore di se stesso? io credo che ognuno sia nato per trovare un suo ruolo importante nella società…è la società chge ha messo pesi di importanza sul lavoro, ma un operaio vale quanto un contadino o un dottore, perchè nel suo compito è un ingranaggio importante nel puzzle della società quindi perchè forzare uno che nasce per fare il buon operaio a fare per forza l’imprenditore?

  14. marcello ha detto:

    Ma se uno, per indole propria o per il contesto in cui vive, non sa fare l’imprenditore, è inumano imporlo dall’alto.

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