– Dalla politica ci aspetteremmo la capacità di saper riconoscere le innovazioni culturali e di promuoverle. Non è un’aspirazione “progressista”, al contrario: la buona politica coglie nella società e non in astratto i cambiamenti già in atto, li individua e dà loro cittadinanza. Alcuni esempi? Il riconoscimento delle coppie gay è un dovere della buona politica proprio perché queste esistono e sono ormai radicate nel tessuto sociale. Ripensare il senso della cittadinanza è urgente, se non vogliamo ritrovarci milioni di italiani, nient’altro che italiani, senza passaporto. Cosa c’entra tutto questo con Tremonti ed il suo elogio del posto fisso? C’entra, e anche molto.

Viviamo in una società in cui la flessibilità – si guardi qualsiasi statistica per capirlo – ha prodotto una riduzione senza precedenti della disoccupazione giovanile e ha consentito alle imprese italiane una ristrutturazione altrimenti impossibile. Viviamo in un mondo la cui risorsa principale è il capitale umano, una forma di ricchezza che ha bisogno di essere costantemente valorizzata e alimentata attraverso la formazione e la competizione. Questa è la società – lo voglia o meno Tremonti – dove la mobilità consente all’ascensore sociale di funzionare, dove il rischio è alla base delle opportunità e il cambio del lavoro permette l’aumento delle competenze e del reddito. Quanti genitori fanno fatica a capire che diavolo di lavoro fanno i loro figli? Nel paese di provincia dove sono nato, nonostante i tassi drammaticamente alti di assistenzialismo ed un numero spropositato di dipendenti pubblici, ho un amico che si guadagna da vivere facendo l’analisi delle partite di calcio italiane per un bookmaker norvegese, altri due che commerciano professionalmente hardware su E-bay, un altro che si è inventato un’attività di consulenza per l’installazione di pannelli solari.

In questo contesto, alla politica è assegnato il compito di rendere il cambiamento digeribile, opponendo la speranza all’umanissima paura dell’ignoto, impegnandosi per attutire i costi culturali, economici e sociali della transizione. I cambiamenti sono dolorosi, non c’è dubbio: la condizione zingara e precaria di molti giovani d’oggi ha reso certo più difficile la realizzazione di progetti di vita e di famiglia. I passi della vita che per i loro genitori parevano quasi scontati – il matrimonio, la prima casa, il primo figlio – sono diventati per molti under 35 di oggi delle incognite. Sperimentiamo il paradosso di vivere in una società altamente patrimonializzata, ma incapace di produrre nuovo reddito: la conseguenza è che i giovani di oggi godono di privilegi e livello di consumi sconosciuti ai propri genitori, ma a carico di questi ultimi. Papà e mamma ti comprano l’auto che da solo non ti potresti permettere, ti pagano l’affitto nella città dove fai lo stage post-laurea, a volte ti comprano persino la casa.

Tuttavia, anziché soffiare sul fuoco della paura con anti-storici elogi del posto fisso, la politica dovrebbe affrontare di petto questa situazione, realizzando quelle riforme tanto evocate quanto evitate che potrebbero consentire all’economia italiana di ritrovare il sentiero della crescita e, con esso, l’aumento delle opportunità di lavoro per i giovani senza posto fisso. Va aperto il mercato del lavoro, i salari vanno collegati alla produttività con un robusto decentramento della contrattazione, c’è da alleggerire il carico fiscale, le rendite ed i privilegi vanno abbattuti in favore del merito e della creatività.

Ad un centrodestra moderno e innovativo, figlio delle migliori tradizioni liberali europee, è assegnato il compito di proporre un patto intergenerazionale, che riduca le garanzie a chi ne ha troppe in favore di chi non ne ha (ergo, un aumento dell’età pensionabile in favore di un irrobustimento degli ammortizzatori sociali). Non creiamo l’aspettativa di anacronistici diritti, ma apriamo nuove opportunità.

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Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita