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Autocrazia e capitalismo: perché il connubio non reggerà

– Da Aspenia n.46,  2009 – Rivista di Aspen Institute Italia –

Le autocrazie (semi)capitaliste non hanno un vero vantaggio comparato, soprattutto a lungo termine: sistema politici chiusi faticano a gestire economie aperte. L’Occidente deve evitare di passare da un eccesso di entusiasmo nel suo modello a un eccesso di sfiducia. E ricordarsi che qualsiasi società può accogliere le libertà politiche.

Se il baricentro economico del mondo si sposta verso est e la concorrenza che le economie asiatiche esercitano nei confronti di quelle euro-atlantiche diviene uno schema di interpretazione “globale” della situazione internazionale, dovremmo concludere che anche la competizione tra modelli politici è destinata a integrare questa tendenza di fondo? Ad uscire premiata dal confronto è forse l’irresistibile forza propulsiva di sistemi di governo – a partire da quello di Pechino – lontani anni luce dalla pratica e dalla stessa retorica della rule of law, ma in apparenza capaci di servire gli interessi di potenza e di sviluppo dei paesi che escono da una lunga fase di subalternità economica e politica? A confermare questo scenario e a rappresentare la smentita sperimentale dell’ambizione astrattamente illuministica (e occidentalistica) degli “alleati”, non è forse la resistenza che nei diversi fronti asiatici, a partire da quelli militari in Iraq e Afghanistan, vengono opposti ad ogni ipotesi di evoluzione e di normalizzazione “democratica” della vita politica e civile?

Queste domande, lette con gli occhi dell’analista e dello studioso, acquistano un rilievo problematico e appassionante. Ma agli occhi di un qualunque policy maker occidentale appaiono assai più minacciose.
Da questa parte del pianeta libertà e democrazia non sono, quasi per nessuno, semplici parole d’ordine di una propaganda occidentalista. Si sono conquistate sul campo una legittimazione politica globale, non solo grazie ai successi delle potenze occidentali. A promuoverne le ragioni, ben oltre i confini ideologici e geografici dell’Occidente, è stata la diffusa e sincera persuasione che, in termini politico-istituzionali, potessero servire ovunque ideali generosi di promozione umana e di sviluppo economico e civile.

Il trionfo sull’impero comunista, venti anni fa, sembrava avere consacrato una superiorità insieme morale ed economica del modello occidentale. I principi di diritto e libertà politica arrivavano davvero a rappresentare, in quel quadro, la piena affermazione politica di un umanesimo insieme universalistico e individualistico. Oggi quello occidentale non sembra essere il “modello da esportazione” più premiato sul mercato politico, e, in alcuni casi, appare agli occhi degli stessi occidentali un prodotto che non conviene esportare, se non al prezzo di destabilizzare aree del mondo che per ragioni etniche, storiche, culturali e religiose, non sembrano giovarsi della “cura democratica”, ma sembrano rigettarla come un impianto estraneo alla loro fisiologia politica.

Un incubo immotivato: il caso cinese – Dopo avere fantasticato sulla fine della storia all’insegna dell’american way of life, e sognato che la relativa e peculiare liberalizzazione economica del mondo comunista avrebbe di per sé costituito un fattore di liberalizzazione politica, i politici occidentali farebbero bene a non rimanere prigionieri di un incubo opposto.
Nulla dimostra sul piano teorico o conferma sul piano pratico che nel medio-lungo periodo soluzioni politiche illiberali e regimi di governo non democratici costituiscano un fattore competitivo. Nulla lascia presagire che il ripudio del modello occidentale costituisca una sorta di vantaggio comparato, perché il costo politico della democrazia graverebbe più pesantemente e in modo più inefficiente sullo sviluppo dei paesi non democratici e ne comprometterebbe le possibilità di equilibrio e di crescita.
Ovviamente una rinnovata fiducia nel modello occidentale non significa che, ad esempio, sia semplice o sempre possibile sostituire un’infrastruttura istituzionale “democratica” (con tutte le virgolette del caso) alle reti di complicità e di ostilità tribali, etniche e religiose lungo cui si organizza da secoli l’equilibrio politico dei popoli per la cui “conversione” democratica l’Occidente sta pagando prezzi enormi in termini economici e umani. Né significa, per altro verso, che la Cina non abbia tratto finora giovamento da un costo del lavoro governato per via repressiva, da una flessibilità del lavoro conseguita attraverso forme di vera e propria “cattività occupazionale” e da una relativa (ormai molto relativa) pace sociale assicurata dall’implacabile sorveglianza degli apparati di sicurezza.

Però, tra i tanti errori che l’Occidente dovrà rimproverarsi o vedersi rimproverati, non ci sarà quello di avere colonialisticamente ostacolato modelli di sviluppo autonomi e efficienti, e di aver voluto sostituire ad essi un western standard of policy.
Non sembra comunque ragionevole che, nel lungo periodo, possa essere il ritorno al tribalismo religioso a ristabilire un ordine più sostenibile nei fronti perturbati dall’interventismo politico occidentale. E guardando a quelle parti dell’Oriente in cui non è solo l’Occidente a perdere, ma sono gli “altri” a vincere, è assai prematuro proclamare il trionfo storico della chinese way of government.  Malgrado i tassi di crescita recenti, è assai difficile prevedere che un sistema politico chiuso – come continua ad essere quello di Pechino–  possa favorire lo sviluppo e l’integrazione di una società aperta, capace insieme di esprimere e di stabilizzare, senza interventi direttamente politici, lo straordinario potenziale economico cinese.

Non risponde insomma ad un pregiudizio occidentalista sostenere che, se si vuole un’economia libera e una società prospera, esistono limiti intrinseci (verrebbe quasi da dire: ontologici) in una disciplina del sistema di produzione e di scambio che risponda ai criteri di una “economia di comando” e subordini gli interessi dei produttori e dei consumatori agli interessi di potenza del Paese, cioè del suo regime politico. Il rapporto tra gli effetti di breve e quelli di medio-lungo periodo connessi a questo modello di “produzione politica” non sembra ancora consegnare a questa Cina una supremazia duratura. Straordinari fallimenti politici legati alla natura stessa della piramide del potere cinese non stanno ancora rallentando la macchina delle esportazioni, ma stanno in prospettiva debilitando il sistema economico e ponendo le premesse per fenomeni di grave instabilità politica.

Il dirigismo demografico (con i macabri risvolti di un vero e proprio abortismo di Stato) ha squilibrato i rapporti tra i sessi e le classi di età e ha candidato la Cina ad un processo di rapidissimo invecchiamento, di destabilizzazione dell’organizzazione familiare e di caduta del potenziale produttivo.
L’interventismo pervasivo ha moltiplicato i livelli di intermediazione politica e accresciuto le occasioni e i fenomeni di corruzione, che costituiscono non solo una ragioni di scontro tra popolazione e autorità politiche, ma di timore e sospetto per gli investitori (accresciuti dalla considerazione che la Cina non ha una giustizia né efficiente, né indipendente e che ogni controversia economica ha una risoluzione essenzialmente politica).
Il welfare sostanzialmente inesistente di questa Repubblica ideologicamente “comunista” ha indirizzato verso un uso precauzionale una buona parte del risparmio delle famiglie e ha depresso la domanda interna. Le rivendicazioni sociali, che serpeggiano da tempo in forma endemica, ma prive di forza e rappresentanza politica, non hanno frenato la cavalcata della tigre asiatica, ma l’hanno indebolita. Il che pone un doppio problema di aggiustamento, che non ha solo motivazioni di giustizia, ma anche di efficienza sociale: la creazione di un sistema sanitario universale e il riequilibrio di una politica industriale fino ad oggi essenzialmente finalizzata a potenziare le esportazioni.
L’impegno massiccio sul fronte delle infrastrutture unito ad un’ideologia produttivista ha finito per rendere la Cina un paese molto inquinato dal punto di vista ambientale e inefficiente dal punto di vista energetico. Anche in questo caso, un sistema di comando chiuso ha impedito di prezzare politicamente e socialmente i costi del turbinoso sviluppo cinese, di ripartirne gli oneri e di valutarne realisticamente le ricadute di medio-lungo periodo.

La democrazia, un’opzione per tutti – Tutto ciò detto, non avrebbe senso coltivare speranze catastrofiste nei confronti del regime di Pechino, anche perché il crollo verticale del regime comunista avrebbe effetti assai più negativi e dirompenti della sua progressiva e pacifica evoluzione politica. E questi problemi costituiscono allo stesso tempo opportunità politiche che il regime cinese sembra in parte intenzionato a cogliere.

Leggendo però le performance del “campione” cinese rispetto a parametri occidentali, pare evidente che il suo successo non dipende da ciò che manca (la divisione dei poteri, la libera informazione, una giustizia indipendente, un sistema di potere controllabile e contendibile, un uso non arbitrario delle risorse pubbliche, una dottrina non economicistica dei diritti individuali), ma da ciò che c’è (la legittimazione dell’iniziativa privata, l’integrazione economica e commerciale, l’apertura agli investimenti esteri). Allo stesso modo non si può dire che i problemi della Cina dipendano oggi dall’eccessiva occidentalizzazione della sua dialettica civile e da un prematuro abbandono delle sue caratteristiche storiche (i cosiddetti valori asiatici, il confucianesimo politico, il culto dell’obbedienza, una marcata verticalità e autoreferenzialità del sistema di potere). Anche qui è vero piuttosto il contrario. Il rischio per il progresso cinese appare quello di rimanere agganciato ad un sistema di istituzioni politiche, giuridiche e sociali che non sono in grado di supportarne, ma piuttosto di ostacolarne le evoluzioni e gli aggiustamenti.  Insomma, anche in Cina, la “non democrazia” non emerge come un vantaggio comparato.

E’ chiaro che in una competizione tra modelli le alternative andrebbero valutate a parità di condizioni. E’ altrettanto evidente che un’interpretazione “relativistica”, che valutasse i modelli politici su obiettivi e parametri diversi a seconda della latitudine, darebbe risultati diversi, ma difficilmente comparabili e anche difficilmente digeribili per un politico occidentale.
Le cose certo cambierebbero se si accettasse che la libertà e la vita della persona umana, nella sua dimensione individuale e sociale, non siano considerate, dal punto di vista normativo, l’obiettivo dell’ordine politico, e siano giudicate alla stregua di un costoso appannaggio storico delle società europee e occidentali. Ma anche in questo caso, oltre a essere in grave disaccordo, continueremmo a non capire cosa un politico occidentale guadagnerebbe dal sostituire gli afflati universalistici con il razzismo antropologico-culturale (come a dire: “la democrazia non è fatta per la Cina e i cinesi non sono fatti per la democrazia”), nel momento stesso in cui l’Occidente cessa di essere contrassegnato da un dato di sostanziale unità religiosa, etnica e culturale, e vede la propria identità (e la propria stessa sopravvivenza) coincidere con quella del proprio modello politico.


Autore: Benedetto Della Vedova e Carmelo Palma

Benedetto Della Vedova - Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, guida il gruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Caemelo Palma - 42 anni, torinese, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo.

5 Responses to “Autocrazia e capitalismo: perché il connubio non reggerà”

  1. Jean Lafitte ha detto:

    I successi della Cina stanno paradossalmente mettendo a nudo tutta la pochezza del c.d “modello occidentale” laddove la parola “democrazia” se rapportata a esperienze reali soprattutto di matrice anglosassone si dimostra assolutamente svuotata e priva di significato.
    Al contrario i modelli di democrazia diretta praticati oggi in Cina riscuotono successo e partecipazione da parte del popolo.

  2. grano ha detto:

    Ha, ha, “modelli di democrazia diretta”. Tienanmen fu molto “diretta”, contro i manifestanti (ed oggettivamente riscosse successo – nella repressione – e partecipazione da parte del popolo – come vittima della repressione stessa -). Idem come sopra in Tibet e nelo Xinjiang: grande successo nella repressione, grande partecipazione attiva da parte del popolo Han e grande partecipazione passiva da parte di tibetani ed uiguri.
    Applausi per Lafitte!
    P.S. Anche la Germania nazista fu per vari anni un modello di successo, sul piano dei risultati economici, e infatti la si contrappose alla pochezza delle potenze demoplutogiudaiche etc.etc.
    Poi si è visto che cosa c’era sotto…

  3. Jean Lafitte ha detto:

    grano, sono qui per discutere, ma a patto che i miei interlocutori non si pongano con un atteggiamento fazioso e stupidino.
    che cosa c’entra Tienanmen? è successo 20 anni fa.
    un po’ come parlare della garrota parlando della Spagna di oggi.
    a parte il fatto che dei fatti di Tienanmen (a proposito quali?) , posso scommetterci, lei non sa NULLA.
    come sembra non sapere pressocchè nulla del Tibet e dello Xinijiang.
    per esempio chi ha attaccato chi?
    http://www.corriere.it/esteri/09_luglio_10/cina_bilancio_xinjiang_4af36172-6d87-11de-9715-00144f02aabc.shtml
    proprio “passiva” questa partecipazione degli uiguri, non c’è che dire!!!
    e il corriere non ha certo brillato per aver dato un’informazione equilibrata sull’argomento.

    applausi per grano!!!

    che pena…

    (per non parlare del paragone con la germania nazista…)

  4. Silvana Bononcini ha detto:

    Difficile ragionare della Cina, di certo un articolo condivisbile!

  5. stranamore ha detto:

    La Cina non ha ancora affrontato una seria crisi economica che prima o poi arriverà anche per i cinesi. Penso che questo provocherà serie ripercussioni sul loro modello di sviluppo. Magari i neomaoisti dovrebbero aspettare almeno un po’ prima di parlare. Il discorso del caro Jean invece sulla presunta “democrazia” cinese è in ogni caso una barzelletta.

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