– Dopo una travagliata e non breve camera di consiglio, la Corte Costituzionale si è pronunciata sull’ormai stranota e allo stato inesistente “legge Alfano” (da qualche giornalista, evidentemente male avvezzo alle cose del diritto, definita “lodo”). Orbene, la legge in questione – secondo quanto appreso dal comunicato stampa all’uopo diffuso dalla Consulta – sarebbe stata dichiarata incostituzionale a cagione della violazione degli articoli 3 e 138 della nostrana Grundnorm e in parziale accoglimento delle censure mosse avverso di essa dal Tribunale di Milano.

Sicché, in attesa del deposito delle motivazioni e alla luce degli scarni dati disponibili indi nella coraggiosa consapevolezza del possibile discostamento dall’effettivo decisum, si può provare ad imbastire un embrionale commento. E, invero, non è arduo sostenere che la “legge Alfano” non sia da buttare ma possa, pur nel rispetto degli accorgimenti indicati dalla Consulta, essere riproposta.

Si proceda con ordine. La supposta incostituzionalità del provvedimento normativo de quo discenderebbe dall’avvenuto utilizzo di una legge ordinaria per l’apportamento di una deroga ad un principio, quello di eguaglianza, di rango superiore perché consacrato in una norma costituzionale sovraordinata gerarchicamente. Si tratta quindi di un problema, pur importante, di gerarchia di fonti del diritto.
Da tale assunto scaturirebbe, almeno secondo il ragionamento seguito dal Tribunale di Milano nell’ordinanza di rimessione della legge alla Consulta, un’indiretta violazione del principio di eguaglianza a causa della creazione – irragionevole e non giustificabile – di un jus singulare per determinati soggetti.
Il merito della “legge Alfano” non sarebbe quindi stato scalfito dalla Consulta.
D’altronde, se così fossero andate effettivamente le cose, non ci sarebbe da meravigliarsi.

Difatti, sul piano strettamente formale, non va dimenticato né sottaciuto che la “legge Alfano” è nata in recezione delle motivazioni che la Consulta aveva esposto nella sentenza 24/2004 relativamente al disposto dell’articolo 1 della legge 140/2003.

Vero è – come allegoricamente rilevato di recente dal professor Alessandro Pace, sulla scorta di quanto già affermato da Hart nel 1965 – che è errato scambiare le decisioni prese dall’arbitro nel corso di una partita di cricket con le regole di quel gioco; tuttavia, altrettanto vero è che la Corte Costituzionale non può essere propriamente definita quale arbitro, essa connotandosi di quel ruolo e indossando quella veste di interprete chedei suoi outing fanno vere e proprie fonti del diritto.

Qualcuno ha altresì avanzato dubbi sulla possibilità di riproporre il provvedimento normativo de quo in forma di legge costituzionale per via dei limiti impliciti alla revisione della Costituzione.
È da osservarsi, tuttavia, che i limiti impliciti alla revisione costituzionale sono invenzioni dogmatiche della dottrina. L’unico limite alla revisione costituzionale riguarda la forma repubblicana di Stato.
Il principio di eguaglianza è da considerarsi derogabile ove la deroga sia giustificata dalla necessità di soddisfare primarie esigenze. Come nel caso di specie, allorché si è cercato di garantire l’attuazione dell’articolo 97 della Carta Costituzionale e quindi di evitare che l’efficacia e l’efficienza dell’azione amministrativa pubblica – evidentemente sottesa all’attività ed all’impulso delle più alte cariche dello Stato – potessero essere pregiudicate dall’incombenza di un distraente processo penale, semplicemente congelato anziché cancellato. Se così non fosse, peraltro, non sarebbero leciti (e, invece, lo sono) gli scudi normativi immunitari posti a protezione dei giudici costituzionali.

Ultimissima breve considerazione sulla connotazione politica della decisione della Consulta.
Il dubbio che la Consulta decida sulla base di condizionamenti politici è reso non peregrino dalle modalità di scelta dei propri componenti, i quali, per quanto di spessore culturale incommensurabile, non sono eletti direttamente dal popolo, l’esercizio della cui sovranità è in tal caso intollerabilmente mediato. Forse sarebbe ora di eleggere direttamente i giudici della Consulta.