Finchè la RAI è pubblica, il padrone è politico. Meglio privatizzare che indignarsi

– La libertà di informazione in Italia non c’è; rectius, è imperfetta. Meglio ancora, è incompiuta. Se fino agli anni novanta questo aggettivo designava l’impossibilità dell’alternanza di cui soffriva la democrazia italiana, ancor oggi può a ben vedere esprimere la condizione in cui versa il sistema dell’informazione.

Peccato che Silvio Berlusconi sia una figura di contorno del problema. I maggiori ostacoli alla libertà di informazione derivano dal fatto che i media rispondono direttamente al mondo politico, perché ne dipendono. E questa dipendenza assume essenzialmente tre forme: quella dei finanziamenti pubblici dell’editoria, quella del controllo parlamentare delle tre principali reti televisive, e quello della regolazione normativa, che a ben guardare non è un terzo aspetto della questione, ma un sottoprodotto del secondo. Così la politica fa valere la responsabilità dei media dinanzi a sé, anziché dinanzi al pubblico di consumatori che chiede di essere informato.

Quanto al finanziamento pubblico ai giornali, il Governo non sembra in questi mesi cambiare rotta, complice un’opposizione promotrice dell’intervento diretto dello Stato nell’economia culturale. La finanziaria 2010 prevede alla voce “sostegno all’editoria” impegni per 335 milioni di euro. Questi derivano in parte (esattamente per una quota pari a 70 milioni di euro) dall’aumento deciso con legge 99/09 a luglio dal 5,5% al 6,5% dell’addizionale Ires applicata al settore dell’energia. Per le imprese energetiche, quindi, l’aliquota dell’imposta sui redditi da società raggiunge quota 34%. L’emendamento che ha innalzato l’imposta sui redditi delle società per sostenere ulteriormente il settore dell’editoria è stato proposto da Lusi (Partito Democratico) e ha riscosso il voto concorde di maggioranza e opposizione. Di fatto, si aumentano le tasse di chi dovrebbe investire in tecnologie più efficienti, nel nucleare e nelle rinnovabili, per finanziare la stampa controllata dai partiti.

E’ noto, infatti, il meccanismo con cui sono stati individuati i soggetti destinatari della parte più sostanziosa dei contributi, ossia l’apparentamento politico a membri del Parlamento e alle loro, non sempre politicamente esistenti, associazioni.
Sul secondo punto, ossia il controllo delle forze parlamentari sulla RAI, va osservato l’inasprimento del conflitto tra i partiti per la bipolarizzazione del quadro politico a partire dalla metà degli anni Novanta.
Con la fine della Prima Repubblica è rotto l’equilibrio lottizzatorio in RAI, stabilito quando il PCI aveva accettato l’esistenza di tre reti in mano ad un unico imprenditore privato, in cambio del controllo su RAI 3. Per una disamina delle ragioni e degli esiti di quella decisione si rinvia ad un saggio di Michele de Lucia, “Il baratto”. Basti in questa sede osservare come, finita l’era del consociativismo, il sistema vacilla da tempo tra una tendenza allo spoil system, già manifestatasi in altri ambiti istituzionali (si pensi alla cessazione della prassi che vedeva un esponente dell’opposizione alla presidenza di una camera o alla riforma della dirigenza pubblica) e la ricerca di un nuovo equilibrio, sempre in chiave lottizzatoria.

Il fatto che il fondatore del pilastro privato del duopolio coincida con il capo della maggioranza parlamentare con potere di indirizzo sul polo televisivo pubblico è solo un aggravante, che inasprisce il conflitto ed evidenzia la precarietà di ogni tentativo di riequilibrio. Insomma, sebbene la confusione di argomenti (le garanzie di occupazione per Santoro, le querele, lo spazio da dedicare alle vicende erotico-sentimentali del Presidente e i suoi riflessi politici etc. etc) ne mascherasse la vera natura, la manifestazione di Piazza del Popolo non è stato un momento di una battaglia per la libertà di informazione, ma di una lotta per la possibilità di lottizzazione. Non è stata chiesta la libertà di informazione in assoluto, ma si è difeso il presidio di alcuni spazi nei canali della TV di Stato.

Non a caso mancava qualunque proposta di riforma della RAI a garanzia di un assetto più indipendente e di un ruolo più efficace e imparziale del concessionario del servizio pubblico. L’attuale sistema dell’informazione risponde a logiche completamente estranee sia alla categoria del servizio pubblico che al mercato. I caratteri del servizio pubblico non sono avvertiti, giacché i contenuti della RAI non sono dissimili da quelli offerti dalle reti provate. La dipendenza dallo Stato si avverte, poiché i giornali rispondono innanzi tutto alle forze politiche che li sostengono, anziché ai consumatori.

Se per incentivare l’indipendenza della stampa sarebbe sufficiente sopprimere l’attuale sistema di aiuti, per la RAI la soluzione era stata già individuata nei primi anni Novanta e aveva riscosso, come si usa dire, il consenso del popolo sovrano. Pochi amano ricordare, infatti, che l’11 giugno 1995 gli italiani hanno espresso una posizione netta in materia, recandosi alle urne per votare due quesiti referendari relativi agli assetti proprietari delle principali aziende radiotelevisive. Uno di questi mirava ad abrogare la disposizione che consentiva la concentrazione di tre canali TV in mano privata; l’altro avrebbe consentito la privatizzazione della RAI. Sul primo quesito gli italiani si espressero in senso negativo, accettando, dunque, il controllo da parte di un unico imprenditore di tre canali TV. Il secondo quesito ha ottenuto un esito positivo. Fu uno degli ultimi referendum a raggiungere il quorum ed il 54,9% dei votanti ha manifestato la volontà di privatizzare la RAI. L’esito favorevole del referendum non era sufficiente, formalmente, a realizzare la trasformazione dell’assetto proprietario dell’azienda, necessitando di un intervento del legislatore che desse seguito alla volontà politica espressa dal corpo elettorale. Governi e parlamenti, di destra come di sinistra, non hanno avuto la capacità morale di rinunciare al controllo sui maggiori canali di comunicazione pubblica e sui relativi apparati.

Oggi che l’esigenza di garantire più spazi di indipendenza alla libertà di informazione è diffusamente sentita, sarebbe interessante riproporre il tema alle forze protagoniste della lotta politica e magari al Parlamento europeo, che questa settimana dovrebbe concludere il dibattito sulla libertà di informazione in Italia e in Europa.
Di tre reti televisive, probabilmente, una sarebbe sufficiente ad offrire un servizio rigorosamente pubblico, di natura istituzionale, a cui sia garantita una maggior indipendenza, che consenta agli elettori di verificare l’operato dei propri rappresentanti con la diretta delle sedute in Parlamento e delle conferenze stampa del Consiglio dei Ministri (e, perché no, delle stesse riunioni del Consiglio dei Ministri, se non vi sono temi di relativi alla difesa e alla sicurezza nazionale all’ordine del giorno). Stabiliti alcuni obblighi di non concentrazione, le altre reti RAI privatizzate potrebbero essere consegnate al mercato affinché si affermino un maggior pluralismo e una maggiore indipendenza del sistema dell’informazione dal mondo politico. Potrebbe addirittura essere l’occasione per sperimentare la costituzione di una public company, tentativo inedito per il capitalismo familiare italiano, ma modello di successo nei paesi a capitalismo maturo come quello britannico. L’azionariato diffuso darebbe come risultato un’azienda controllata da tanti per servire tutti.

In alternativa si potrebbe pensare ad una completa privatizzazione della RAI e all’affidamento concorsuale (mediante un asta pubblica gestita secondo le regole degli appalti di servizi) dei compiti di servizio pubblico alla o alle concessionarie private interessate a concorrere. E sarebbe forse la scelta che più aiuterebbe a risolvere (per meccanismi di mercato e non con sentenze politiche o leggi ghigliottina) l’anomalia del duopolio televisivo italiano.

Comunque, la cosa grave oggi è l’ostinazione con cui si continua a ragionare del sistema dell’informazione come se il problema fosse il controllo “pro tempore” della RAI TV da parte di Berlusconi, e non un assetto proprietario e di mercato della concessionaria del servizio pubblico che affida la contendibilità della maggiore impresa culturale e di informazione del paese al voto degli elettori e non a “ordinari” meccanismi di mercato. E che così paradossalmente blinda (come è successo da ben prima della discesa in campo del Cavaliere) anche gli interessi e le quote di mercato di Mediaset.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Finchè la RAI è pubblica, il padrone è politico. Meglio privatizzare che indignarsi”

  1. grano ha detto:

    Buona idea, la privatizzazione della Rai, ma non disgiunta da una seria legge sul conflitto di interessi.
    A) Una Tv in mano ad un privato è inevitabilmente esposta a condizionamenti più o meno forti da parte del proprietario privato, se questi agisce in tal senso
    B) Un qualsiasi attore politico, se può, cerca sempre di condizionare l’informazione fornita direttamente o indirettamente da un canale televisivo di importanza rilevante
    Finché non si impedisce alla radice che si determini la somma di A+B, meglio, malgrado tutto, evitare A

  2. Jean Lafitte ha detto:

    il caso italiano dimostra l’esatto contrario. la rete pubblica, nonostante tutto, è meno politicizzata di quella privata.

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