– Una quota crescente di popolazione residente in Italia professa la fede islamica, ma non sembra ancora esistere un’idea realistica del rapporto che l’ Islam italiano deve stringere con la cultura civile del Paese e con le sue istituzioni. Il viceministro Urso ha dato oggi una prima risposta a questo quesito ed è una risposta intelligente.

Alle istituzioni pubbliche è richiesto il massimo del rigore e dell’equilibrio. Ciò comporta il massimo dell’intransigenza, rispetto al tentativo di trasformare i luoghi di culto in cellule di un nuovo e inammissibile separatismo civile, o di replicare (innanzitutto rispetto alle donne) modelli di vita familiare incompatibili con i nostri principi costituzionali. Al contempo, questa intransigenza esige il massimo della coerenza, cioè di garanzia alla minoranza musulmana degli stessi diritti di cui gode la maggioranza cristiana. Questo è il patto repubblicano, su cui costruire una buona integrazione.

Essere contro il burqa non significa essere contro l’Islam. In Italia non possono esistere donne di serie B, ma non può neppure esistere una religione di serie B. E accogliere nelle scuole pubbliche l’insegnamento della religione islamica significherebbe contendere l’Islam italiano al controllo di scuole coraniche di dubbia ispirazione e di scarsa affidabilità. Fare dell’Islam una religione normale, di cui si può parlare nelle scuole pubbliche frequentate da centinaia di migliaia di figli di famiglie islamiche, è il modo migliore per arginare e controllare le derive estremiste, e per non fare avvertire alla maggioranza dei musulmani moderati l’impressione che loro religione sia negletta e discriminata.