Il ciclo politico blairiano nel Regno Unito si chiuderà, con ogni probabilità, poco dopo la nomina del nuovo Presidente permanente del Consiglio Europeo. Il curatore fallimentare (o il vero “fallito” del ciclo blairiano), Gordon Brown, perderà le elezioni. Per altro (e questo è solo apparentemente un altro discorso) non si chiuderà solo il ciclo blairiano, visto che il leader conservatore Cameron sembra intenzionato a chiudere anche la pagina thatcheriana. Senza rinnegarla del tutto, ma senza ispirarsene troppo, dovendo fare “macchina avanti” verso una impostazione social-conservative suggestiva ma assai lontana dal radicalismo della lady di ferro.

In questo quadro che ci andrebbe a fare Blair a Bruxelles? Si potrebbe dire, senza scherzare troppo, a “fare l’Europa”, dopo che gli europei, bene o male, si sono fatti da soli e mentre la politica europea, sia in sede comunitaria, sia negli stati membri, si sta lentamente consumando nel tran tran retorico delle grandi burocrazie regolatorie e nel vittimismo rivendicazionista delle piccole politiche anti-europee che, Lisbona o non Lisbona, vanno per la maggiore nel continente.

In una Europa che ha rischiato di morire e nondimeno sembra (quasi) essersi salvata da decenni di contorsioni e convulsioni istituzionali e burocratiche, adesso è il momento di fare politica. A farla non può essere l’onesto Barroso, riportato alla Presidenza della Commissione dal trionfo elettorale del PPE e da una immagine composta e “inoffensiva”.  Deve farla, in  modo anomalo, un Presidente anomalo: un inglese non euroscettico ma non ideologicamente euro-entusiasta; un europeo abbastanza amerikano da potere trattare da pari a pari con gli States, senza avere diffidenze e senza suscitarne troppe; un post-socialista che – in un continente in cui i socialisti perdono ovunque, ma un certo socialismo sembra rinascere a destra – rappresenta l’icona di un progressismo moderato e vincente, intelligentemente liberale e fiducioso nella forza della libertà civile ed economica.

Un “bollito” che finisce  a Bruxelles come una vecchia gloria che non si rassegna al passare degli anni? Beh, in effetti non sarebbe il primo, ma il personaggio mi pare di altra – e alta – caratura. Scommettiamo, dunque, sul fatto che l’inventore del new-labour abbia ancora fiato e gambe per una nuova partita e ingaggiamolo: la sua visione di gioco ci servirebbe, eccome!

Il ciclo politico blairiano nel Regno Unito si chiuderà, con ogni probabilità, poco dopo la nomina del nuovo Presidente permanente del Consiglio Europeo. Il curatore fallimentare (o il vero “fallito” del ciclo blairiano), Gordon Brown, perderà le elezioni. Per altro (e questo è solo apparentemente un altro discorso) non si chiuderà solo il ciclo blairiano, visto che il leader conservatore Cameron sembra intenzionato a chiudere anche la pagina thatcheriana. Senza rinnegarla del tutto, ma senza ispirarsene troppo, dovendo fare “macchina avanti” verso una impostazione social-conservative suggestiva ma assai lontana dal radicalismo della lady di ferro.

In questo quadro che ci andrebbe a fare Blair a Bruxelles? Si potrebbe dire, senza scherzare troppo, a “fare l’Europa”, dopo che gli europei, bene o male, si sono fatti da soli e mentre la politica europea, sia in sede comunitaria, sia negli stati membri, si sta lentamente consumando nel tran tran retorico delle grandi burocrazie regolatorie e nel vittimismo rivendicazionista delle piccole politiche anti-europee che, Lisbona o non Lisbona, vanno per la maggiore nel continente.

In una Europa che ha rischiato di morire e nondimeno sembra (quasi) essersi salvata da decenni di contorsioni e convulsioni istituzionali e burocratiche, adesso è il momento di fare politica. A farla non può essere l’onesto Barroso, riportato alla Presidenza della Commissione dal trionfo elettorale del PPE e da una immagine composta e “inoffensiva”.  Deve farla, in  modo anomalo, un Presidente anomalo: un inglese non euroscettico ma non ideologicamente euro-entusiasta; un europeo abbastanza amerikano da potere trattare da pari a pari con gli States, senza avere diffidenze e senza suscitarne troppe; un post-socialista che – in un continente in cui i socialisti perdono ovunque, ma un certo socialismo sembra rinascere a destra – rappresenta l’icona di un progressismo moderato e vincente, intelligentemente liberale e fiducioso nella forza della libertà civile ed economica.

Un “bollito” che finisce  a Bruxelles come una vecchia gloria che non si rassegna al passare degli anni? Beh, in effetti non sarebbe il primo, ma il personaggio mi pare di altra – e alta – caratura. Scommettiamo, dunque, sul fatto che l’inventore del new-labour abbia ancora fiato e gambe per una nuova partita e ingaggiamolo: la sua visione di gioco ci servirebbe, eccome!