Nove anni fa veniva ucciso Antonio Russo, perchè aveva messo il naso nelle questioni più sporche di una delle guerre più sporche che si possano immaginare, quella cecena. Era un reporter abbastanza spericolato, abituato forse a lasciare in pensiero tutti e a non prendersi pensiero dei rischi che correva. Aveva frequentato e raccontato un altro verminaio nazionalista e genocidario, quello miloseviciano, ma ne era scampato.

Dopo l’espulsione di tutti i giornalisti dal Kosovo, era rimasto nascosto nelle cantine di Pristina, unico cronista internazionale, a raccontare per Radio Radicale l’assedio e la fuga della maggioranza albanese, con corrispondenze talmente vere da apparire inverosimili. Tornato in Italia, era stato assalito e picchiato alla stazione di Mestre da alcuni, diciamo, pacifisti, che gli rimproveravano di stare dalla parte degli aggressori americani, anche se gli americani (e gli italiani) stavano dalla parte degli aggrediti.

Era stato su molti altri fronti di guerra (Ruanda, Burundi, Bosnia, Algeria…), con la sua faccia assai poco professionale. Con la sua militanza irregolare a mezza strada tra l’informazione e la politica, era un giornalista sui generis. Faceva, d’altra parte, un altro mestiere rispetto a quello degli intervistatori delle mignotte e dei pedinatori dei giudici.